di Sandro Moiso

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Barry lavora in fonderia, sai? E’ un duro. I tipi come lui girano sempre armati. O cadono da qualche ponteggio o fanno a botte. È un duro.”

George V. Higgins,Cogan, Einaudi, Torino 2012, pp.212, euro 17,00

George Vincenti Higgins II, nato nel 1939 e deceduto, una settimana prima di compiere sessant’anni, nel 1999, è da considerarsi come uno dei più importanti autori americani di crime novel. Anche se sono soltanto tre i romanzi cui deve la sua celebrità oltre Atlantico, pubblicati nei primi anni settanta. Di questi solamente “The Friends of Eddie Coyle” e “Cogan’s Trade” sono stati pubblicati in Italia e soltanto in tempi recenti.

L’importanza di Higgins sta, sostanzialmente, nell’aver rinnovato enormemente il genere non tanto per le trame, sempre scarne ed essenziali, ma per aver fatto del dialogo tra i personaggi quasi l’unico strumento di esposizione e cognitivo, a disposizione del lettore, per l’avanzamento nella comprensione dei fatti narrati. Uno stile o, ancor meglio, un autentico marchio espressivo che per lungo tempo gli ha alienato i favori della critica americana.


Eppure, oggi, uno scrittore ben più celebre e più anziano come Elmore Leonard ed un regista “giovane” come Quentin Tarantino riconoscono nell’autore americano l’ispiratore dei loro dialoghi più serrati e brillanti in ambito narrativo. Anzi, alla richiesta di nominare i dieci migliori crime novel della storia, Elmore Leonard ha risposto mettendo il primo romanzo di Higgins, “Gli amici di Eddie Coyle”, in tutti e dieci i posti.
Quando nel 1972 fu pubblicato il suo primo romanzo George Higgins era uno sconosciuto procuratore distrettuale del Massachussetts, e ciò fece sì che Norman Mailer finisse col dichiarare: “Proprio non mi va giù che un esordio di tale livello sia stato scritto da uno sbirro”.

Prima Higgins era stato cronista di nera e in seguito avrebbe esercitato la professione di avvocato.
In seguito sarebbe stato ancora professore al Boston College e nella Boston University oltre che columnist per importanti testate giornalistiche come il Boston Globe e il Wall Street Journal ed avrebbe scritto nell’insieme una trentina di testi, non sempre di narrativa e non sempre legati al genere poliziesco. Ma la sua fama resterà per sempre legata a quei primi tre, di cui il secondo fu “The Digger’s Game” del 1973, che oggi lo inseriscono tra i “geni minori” della letteratura americana tout-court.

La trama di “Cogan’s Trade” (1974) è quasi classica: due balordi ed un delinquente sfigato rapinano una bisca clandestina legata alla “mala grossa”. Il tentativo è di far ricadere la responsabilità del fatto sul gestore della bisca stessa, un tempo macchiatosi della colpa di aver fatto rapinare un’altra bisca affidatagli dalla malavita organizzata. Qust’ultima, per risolvere rapidamente e senza danni di immagine la questione, chiamerà in causa un suo “liquidatore”: Cogan appunto.

Tutti pagheranno per le colpe presenti e passate, mentre non avranno il tempo di averne di future.
Cogan è un professionista che dipende da altri professionisti e che usa gli scarti del proletariato e del sottoproletariato americano per portare a temine i suoi incarichi.
Si muove in un mondo di squali e di falliti che da tempo hanno perso la speranza di emergere ad una nuova vita e che si attardano a lottare per contendersi le briciole della società opulenta pur sapendo di essere condannati, forse, fin da quando sono nati.

C’è chi ruba cani di razza sperando di racimolare una cifra superiore a quella necessaria per la dose quotidiana e chi si dispera nel timore di dover tornare in carcere per l’unico reato non commesso e di essere così definitivamente lasciato dalla moglie giovane ed alcolista. C’è chi gestisce tutto senza sporcarsi le mani e facendo finta di non capire che quel sangue che scorre è per causa sua. E c’è anche chi proprio non capisce e chi uccide di botte pur cercando di difendere la vittima della sua violenza.

Un bel campionario di animalità che emerge, solo e sempre, attraverso i dialoghi talvolta serrati, talvolta comici e talvolta, ancora, quasi privi di senso. Ogni capitolo assomiglia ad una scena teatrale in cui il dialogo, quasi sempre, a due sostituisce e fornisce qualsiasi altra informazione di carattere spaziale, temporale o sociale. Cogan, come un impassibile disinfestatore veglia su tutti e tutte le storie infinite che si incrociano, senza però essere nemmeno un vero deus ex-machina.

Come un entomologo distaccato ed attento Higgins ci porta, infatti, in un inferno minore dove sembra regnare, anonima e tremenda, il grigiore di una malavita simile in tutto e per tutto nel suo funzionamento a quella del capitale azionario e dei suoi tecnici, dipendenti ed esecutori.

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L’America non è una nazione. L’America è affari!

E proprio questo aspetto sembra voler particolarmente sottolineare la versione cinematografica di Andrew Dominik del romanzo: “Killing Them Softly”. In Italia, ancora una volta , “Cogan”.
Il film, politico come pochi altri in questa stagione, mantiene inalterata la trama, in una Boston irriconoscibile, piovosa, notturna, grigia e squallida, ma la trasferisce, a livello temporale, durante gli ultimi giorni della campagna elettorale di Barack Obama del 2008.

Prodotto, in parte, da Brad Pitt, che veste anche i panni di Cogan, il film è diretto da un regista di origine neo-zelandese, classe 1967, non nuovo a storie di banditismo che incrociano la storia della società americana in ambienti grigi, freddi e scarsamente fotogenici.
Suo è infatti quel “The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford” che impiegò quasi due anni a raggiungere le sale cinematografiche proprio per i dissidi sorti con la produzione che avrebbe voluto un film più spettacolare e meno riflessivo.

Mentre nella sua versione più lunga il film su Jesse James durava quasi quattro ore, produzione e post-produzione imposero tagli di scene per più di un’ora, contro la volontà del regista e dello stesso Brad Pitt, già protagonista di quel lungometraggio. Entrambi avrebbero voluto un film più lento, per molti versi simile alla cinematografia di Terrence Malick, anche se sicuramente più “politico” e meno visionario.

Ai dialoghi di Higgins, in alcuni casi opportunamente tagliati e modificati, si aggiunge in “Killing Them Softly” la voce della radio o della televisione. Ma anche nel contesto mediatico che fa da sottofondo nasce un dialogo tra due, sole voci: quella di George Bush jr, negli ultimi giorni del suo mandato, e quella di Obama, alla vigilia della sua vittoria.

Un dialogo a distanza in cui entrambi mentono: uno per mascherare gli errori e le trappole finanziarie e militari della sua amministrazione, l’altro per nascondere il vuoto e l’insipienza della propria proposta politica “alternativa”. Sempre così simile ed uguale a se stessa ad ogni nuova tornata presidenziale. Repubblicana o democratica l’ideologia del “Grande Paese” costituisce sempre l’ultima spiaggia dei demagoghi al potere o in procinto di esserlo.

Le due voci di Bush e di Obama si alternano, nel film, in una sorta di coro che accompagna quasi tutte le azioni o le decisioni più importanti. Entrano a farne parte, com’è giusto che sia.
La miseria morale dei protagonisti, i loro miserabili sogni, l’egoismo che li contraddistingue tutti non è di origine genetica né spirituale: affonda le radici in una società priva di aspettative collettive e capace soltanto di diffondere l’individualismo più falso e più bieco, il cui ideale è solo quello dell’arricchimento e/o della sopravvivenza a discapito di quella altrui.

Il tradimento non è dovuto al caso o alla viltà individuale, è un’intera società ad essere continuamente tradita dalle prospettive fasulle indicate e dai discorsi dei suoi presunti leader.
Piove merda e piovono menzogne su tutti e su tutto e la lucidità può essere solo quella elementare ed istintiva dei rettili. Cogan comprende, ma non può uscire dal gioco, anzi non può nemmeno passargli per la mente una cosa simile. Il lavoro è il lavoro, qualunque esso sia, qualunque sia il prezzo da pagare per continuare ad averlo.

Un regista, non poco influenzato da Occupy Wall Street, mette in scena una metafora del capitalismo morente di oggi e delle sue vittime. Una storia in cui, mentre gli affari sono sempre più intrisi di sangue, l’unica cosa importante per tutti, da Bush e Obama ai gestori delle bische clandestine e di quelle finanziarie, è salvare la faccia, salvare l’immagine.
Killing Them Softly, appunto.

Una nota a margine: New Orleans .

Se esiste una città dove il futuro più drammatico è già inscritto sul territorio e nei suoi quartieri questa è certamente New Orleans. Da sempre teatro della più esasperata separazione razziale e, allo stesso tempo, di un immaginario, e forse soltanto musicale, melting pot, la città ha visto i suoi quartieri più poveri abbandonati in massa dopo l’uragano Katrina che la mise in ginocchio nel 2005.
Dopo è contato soltanto salvare la facciata ovvero i quartieri turistici e quelli più ornamentali, ammantati da atmosfere jazzy e bluesy che hanno ormai perso le loro vere radici.

Eppure è diventata, forse proprio per questo, il set più adatto per alcuni film tra i più belli e più duri dell’ultima stagione cinematografica. “Killer Joe” di William Friedkin, una durissima commedia nera in cui gli stilemi tarantiniani sono ribaltati con toni di violenza quasi insopportabili, è ambientato in Texas, ma in gran parte girato, per gli esterni, a New Orleans e nei suoi sobborghi. E così lo è “Killing Them Softly”, che pure dovrebbe ambientarsi a Boston.

Il luogo del disastro reale ha sostituito gli studios e la Monument Valley nell’immaginario del migliore cinema americano, ma tanta intellighentzia cinematografica nostrana non se ne è ancora accorta oppure rifiuta di accorgersene, relegando la sostanza a dettaglio ed inseguendo un sogno liberal nato morto, imputridito rapidamente e già sepolto dai fatti. Amen.

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