di Sandro Moiso
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Siamo realisti, chiediamo l’impossibile!
(Parigi 1968 — Che Guevara [esigiamo] — Albert Camus [vogliamo])

Oggi, mentre la realtà della crisi mette sempre più in risalto i limiti del modo di produzione capitalistico e del suo esasperato produttivismo, una parte del mondo sindacale e di benpensanti di sinistra incita sempre di più gli imprenditori e la classe politica ad aumentare la competitività e la produttività del “sistema Italia”, mentre qualche “illuminato” rappresentante del governo o dell’industria riscopre addirittura il produttivismo di Marx. Contemporaneamente i rappresentanti del cosiddetto movimento per i “Beni Comuni” e del Movimento 5 Stelle scoprono, attraverso l’economista Serge Latouche, la bellezza e la novità della “decrescita”, a cui talvolta si accompagna l’aggettivo “serena”, come se si trattasse di una novità dell’ultima ora.
Mi dispiace deludere tutti questi novelli teorici e post-marxisti, ma nel lontano 1952, a Forlì, un vituperato dinosauro del comunismo (Amadeo Bordiga) espose in una pubblica riunione il seguente programma immediato:

1) Disinvestimento dei capitali, ossia destinazione di una parte assai minore del prodotto a beni strumentali e non di consumo.
2) Elevamento dei costi di produzione per poter dare, fino a che vi è salario mercato e moneta, più alte paghe per meno tempo di lavoro.
3) Drastica riduzione della giornata di lavoro almeno alla metà delle ore attuali, assorbendo disoccupazione e attività antisociali.
4) Ridotto il volume della produzione con un piano di sottoproduzione che la concentri sui campi più necessari, controllo autoritario dei consumi combattendo la moda pubblicitaria di quelli inutili dannosi e voluttuari, e abolendo di forza le attività volte alla propaganda di una psicologia reazionaria.
5) Rapida rottura dei limiti di azienda con trasferimento di autorità non del personale ma delle materie di lavoro, andando verso il nuovo piano di consumo.
6) Rapida abolizione della previdenza a tipo mercantile per sostituirla con l’alimentazione sociale dei non lavoratori fino ad un minimo iniziale.
7) Arresto delle costruzioni di case e luoghi di lavoro intorno alle grandi città e anche alle piccole, come avvio della distribuzione uniforme della popolazione sulla campagna. Riduzione dell’ingorgo velocità e volume del traffico vietando quello inutile.
8) Decisa lotta, con l’abolizione di carriere e titoli, contro la speculazione professionale e la divisione sociale del lavoro.

Il programma continua poi ancora con le misure necessarie a sottoporre allo Stato comunista la scuola, l’informazione, la stampa etc. Pubblicarlo non equivale, in questa sede, a celebrare la grandezza o i meriti di un individuo o di un gruppo politico, ma piuttosto serve a rammentare come da almeno sessant’anni siano da considerarsi costanti ( e sempre attuali) le parole d’ordine o le indicazioni programmatiche tese a sviluppare la coscienza dei limiti dei rapporti di produzione capitalistici.
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Certo più di uno potrà storcere il naso nel leggere tale succinta esposizione di un programma che si diceva, allora, immediato della rivoluzione comunista. Ma ciò che conta qui sottolineare è come tale programma fosse all’epoca difeso in rottura col produttivismo stalinista e capitalistico (di fatto l’uno costituiva l’immagine speculare dell’altro) e manifestasse la coscienza della necessità di un’azione rivoluzionaria al fine del raggiungimento di una più equa distribuzione del reddito, del lavoro e, diremmo oggi, della qualità della vita.

Si sa, Bordiga e l’esperienza della Sinistra Comunista italiana ed europea sono stati rimossi (anche con l’eliminazione fisica) dal comunismo “storico”, quello di Stalin, Togliatti, Berlinguer e dei loro degni eredi post-comunisti e liberali, ma tale rimozione non inficia il fatto che nella teoria e prassi della lotta di classe e del marxismo non fossero già compresi, come nell’opera di tanti pensatori e militanti libertari, tutti i problemi che ancora, e forse più, ci attanagliano nella crisi attuale.

La chiarezza del tempo passato era però data dalla coscienza della necessità dell’organizzazione, dell’azione e delle parole d’ordine adatte ad affrontare il mostro capitalista. Un altro rivoluzionario, dagli occhi da tartaro e troppo bistrattato post mortem, affermava, nel lontano, ma mica tanto, 1917, che le parole d’ordine invecchiano rapidamente e che è la lotta a dover riconoscere quelle attuali da quelle già superate, magari nel giro di pochissimo tempo.

Oggi, di fronte ad un’azione devastante dei governi e delle forze della finanza transnazionale nei confronti dei lavoratori, dei giovani, dei precari, dei disoccupati, dei cittadini e della loro salute e del loro benessere, non vi possono essere confusioni di ruoli e parole d’ordine e, soprattutto, di finalità. O si è contro i valori e il “valore” del capitale o non si può salvare nulla.
Coloro che pensano di “migliorare” le condizioni di vita attuale senza dover abolire i rapporti di produzione che li sottendono, non solo hanno già perso la partita, ma già stanno facendo, anche se talvolta inconsciamente, il gioco dell’avversario.
Produttività, plusvalore e pluslavoro, lavoro salariato, mercato e profitto confliggono apertamente con le necessità della specie a Sud come a Nord, ad Oriente come ad Occidente.
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La lotta, in tutte le sue forme e in tutte le sue manifestazioni è ancora, solo e sempre lotta di classe. Con buona pace di Grillo, Di Pietro, Vendola e dei nuovi profeti “arancioni”.
La vita non si svende a Taranto, come in Val di Susa, come a Torino o in qualsiasi altra parte del mondo né in nome del “lavoro”, né dell’interesse individuale o aziendale, né in nome del localismo o del nazionalismo. Il proletariato è diventato realmente classe universale, non per scelta, ma per necessità, data dalla crisi delle classi ex-medie e dei giovani, tutti, immancabilmente, senza prospettive.

Questo significa “siamo il 99%”: niente di più e niente di meno che la necessità di perdere, rompendole, le catene del modo di produzione capitalistico.
In termini più attuali si può affermare che è dunque necessario “rompere” il paradigma “capitale” (il capitale-lavoro, il capitale-conoscenza, il capitale finanziario, il capitale innovativo, scientifico, tecnologico, etc.).
Occorre liberare la specie e il pianeta dal capitale e da tutte le sue infinite e subdole manifestazioni.

“Bene comune” funzionava per la società borghese in formazione e oggi chi lo sbandiera non ha certo più in mente la guerra dei contadini tedeschi del XVI secolo; tant’è che, come si è detto recentemente, anche l’orrenda amministrazione comunale di centro-sinistra di Torino ha potuto chiamare Beni Comuni Torino la stessa Srl con cui ha iniziato a privatizzare parte dei servizi cittadini. Mentre, invece, “chiudere”, “requisire”, “ridistribuire” sono verbi che funzionano e definiscono finalità specifiche:

a) Chiudere l’ILVA, tutti gli stabilimenti nocivi per la salute e i cantieri delle grandi opere inutili, dannose e costose.
b) Requisire senza indennizzo gli stabilimenti delle società che prima hanno banchettato con i fondi pubblici e dello Stato e che, poi, intendono trasferire proprietà, mezzi di produzione e capitali altrove.
c) Requisire i servizi pubblici utili, ma non più in grado di funzionare a causa di malaccorte privatizzazioni (compresa Trenitalia).
d) Ridistribuire la ricchezza socialmente prodotta attraverso un salario sociale e “dividere” equamente l’orario di lavoro riducendolo drasticamente, anche attraverso una “scala mobile” dello stesso legata al tasso di disoccupazione, ed aumentando lo stipendio dei dipendenti e riducendo, in pari tempo, in maniera drastica lo stipendio di tutti i dirigenti privati e pubblici, degli amministratori e dei politici.
e) Mettere sotto il diretto controllo degli interessati (studenti, docenti, famigliari e lavoratori) la scuola e tutte le strutture legate all’istruzione, per ridefinirne compiti e finalità.
f) Cessare da subito la costruzione di nuovi alloggi e stabilimenti per porre fine alla cementificazione selvaggia e ridistribuire gli spazi abitativi non utilizzati tra tutti coloro che ne abbiano bisogno.
g) Porre fine ad ogni intervento militare all’estero e alla spesa militare.
h) Requisire senza indennizzo tutte le concessioni per l’utilizzo aziendale e a fini di profitto delle risorse idriche, ambientali e del sottosuolo.
i) Imposizione di una patrimoniale progressiva sui grandi capitali finanziari ed immobiliari, fino a giungere alla requisizione delle quantità in eccesso.
j) Cessazione di ogni riconoscimento di debiti contratti con la finanza, con la BCE e l’FMI dai governi precedenti.
k) Libertà vera di stampa e di espressione e contemporanea abolizione dei monopoli privati e delle holding della comunicazione.
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Tali “parole d’ordine”, che non sostituiscono, ma affiancano quelle già possibili nei primi anni cinquanta, non derivano da un eccesso di creatività individuale. Piuttosto è lo sviluppo stesso del capitalismo a “dettarle” in negativo. Anzi, ciò che nei primi anni cinquanta poteva costituire il nucleo di un programma da attuarsi dopo la presa del potere, oggi è diventato motivo di rivendicazioni immediate. Così, al contrario del pensiero utopistico, si può affermare che il programma della rivoluzione sociale è già scritto e che non vi è nulla da inventare, almeno sul piano economico.

Se si pensa che un tale programma possa peccare di economicismo, in quanto “poco politico”, vale la pena di ricordare che per il giovane Marx: ”Una rivolta industriale può essere parziale finché si vuole, non perciò meno racchiude un’anima universale. La rivolta politica può essere universale finché si vuole, non perciò meno essa cela sotto il suo aspetto più colossale uno spirito angusto”. E’ chiaro che nello scrivere ciò Marx pensava alle rivoluzioni borghesi, tanto universali nei principi quanto classiste nei fini. Infatti nelle varie dichiarazioni dei diritti dell’uomo, di ieri e di oggi, l’eguaglianza è solo e sempre, per ben che vada, formale, mentre nelle rivolte operaie e dei lavoratori e dei disoccupati, oggi come ieri, ogni rivendicazione è immediatamente e concretamente egualitaria.
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Lo stesso cambiamento politico radicale, lo si chiami pure rivoluzione se lo si preferisce, non può essere frutto o espressione di una particolare forma di organizzazione (partito formale, consigli, comitati o altro), ma solo e sempre del programma che intende, anche in maniera inconscia per la maggioranza degli attori, realizzare.
Per non cascare nelle trappole del produttivismo e dell’”ex-socialismo reale” occorre comprendere che il proletariato e la classe operaia sono il principale strumento sociale del rovesciamento del “reale”, ma che trionferanno soltanto annullandosi in quanto classe e negando la propria funzione lavorativa. Come dire: i lavoratori dovranno imparare a pensarsi “oltre il lavoro”. E questa sarà, forse, proprio la cosa più difficile da realizzare.

Al contrario delle rivoluzioni politiche borghesi, che sostituirono il dominio di una classe con quello di un’altra, la rivoluzione a venire è destinata ad abolire le classi oppure a fallire ancora una volta. “Da ognuno secondo le sue possibilità, ad ognuno secondo le sue necessità” può essere molto più attuale ed efficace che non l’ottocentesco e punitivo: “Chi non lavora non mangia”. Perché solo la comunità umana in divenire può essere l’autentico fine e, allo stesso tempo, soggetto della rivoluzione.

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