di Sandro Moiso

lavoro1.jpgLe apparenti bonacce estive non hanno potuto nascondere la frattura che si va sempre più allargando tra la società che lavora (o che non lavora a causa dei tagli occupazionali e pensionistici) e il governo che la dovrebbe rappresentare.
Proprio con i fatti di Taranto e le perentorie affermazioni dei rappresentanti del Governo Terminator che li hanno accompagnati e il conflitto aperto dal Grande Vecchio con i magistrati inquirenti di Palermo sulle trattative Stato-mafia si è reso evidente che, mentre l’illegalità è sempre più di casa nei palazzi del potere, l’unica legalità oggi esistente è quella delle piazze che contestano, dalle valli del Piemonte al Mar Jonio, le scelte operate dai rappresentanti delle istituzioni.

Nonostante le illusioni di tranquillità economica e di ripresa possibile fatte brillare nel mese deputato alle vacanze, i motivi che stanno alla base delle proteste dei minatori del Sulcis, degli operai dell’Alcoa e le evidenti decisioni di chiusura degli stabilimenti italiani della FIAT hanno fatto, poi, altresì intendere che l’unico destino dei lavoratori italiani non può essere altro che quello delineato dal tragico bilancio delle vittime degli incendi degli stabilimenti tessili pakistani e russi o quello dello stress e dei suicidi degli operai cinesi che hanno la fortuna di lavorare negli stabilimenti dell’azienda creata dall’ormai canonizzato Steve Jobs.

In entrambi i casi, legalità delle piazze — illegalità dei palazzi e massacro delle condizioni di lavoro “per favorire gli investimenti”, la responsabilità dei governi in carica e dello Stato nelle sue funzioni è evidente.
Mai, se non ai tempi delle dittature dichiarate, si era giunti in Italia a tali condizioni di evidente coincidenza tra gli interessi del capitale nazionale e sovranazionale e ruolo dello Stato e dei suoi funzionari.

Il comitato d’affari della borghesia gira a mille, mentre le forze politiche che dovrebbero contrastarne almeno gli aspetti e le decisioni più perniciose per la maggioranza dei cittadini sembrano totalmente sparite dalla circolazione.
La pubblica felicità non è più all’ordine del giorno, mentre il diritto all’accumulazione e allo sfruttamento da parte dei detentori del capitale è ribadito clamorosamente ogni giorno e ad ogni costo.

Si può tranquillamente affermare, però, che il nocciolo della questione sia già perentoriamente affermato nel primo articolo della Costituzione della Repubblica Italiana:”L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Belle parole eh?
Peccato che l’ altra costituzione che pone la stessa enfasi sul lavoro sia quella, proposta ma mai entrata in vigore, della Repubblica Sociale Italiana (art.9).

Quel riferimento assolutamente demagogico al lavoro, non meglio inteso se non nella formulazione smithiana della creazione di ricchezza, non solo apre la carta costituzionale italiana, ma costituisce anche il primo dei principi fondamentali su cui si dovrebbe reggere la stessa.
Al contrario di altre formulazioni più antiche e rivoluzionarie (le settecentesche dichiarazioni di indipendenza e dei diritti dell’uomo, rispettivamente dei nascenti Stati Uniti e della Francia rivoluzionaria), però, tra i diritti fondamentali non si pone quello dei cittadini ad opporsi o insorgere contro un governo che non solo non li rappresenti più, ma che agisca anche apertamente contro i diritti inviolabili, collettivi ed individuali, che tale carta dovrebbe garantire.
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Non che all’epoca della Costituente non se ne fosse parlato, anzi.
Il partigiano Giuseppe Dossetti, non ancora sacerdote, fu uno dei 556 deputati dell´Assemblea Costituente eletta il 2 giugno 1946, e poi membro della Commissione per la Costituzione (conosciuta anche come commissione dei 75) il cui compito era di elaborare un progetto di Costituzione. Il 21 novembre 1946, Dossetti presentò in Commissione la proposta relativa al diritto di resistenza. Questo il testo: «La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici, che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione, è diritto e dovere di ogni cittadino». Doveva costituirne l’art. 3 e si ispirava all’articolo 21 della Costituzione francese del 19 aprile 1946:”Qualora il Governo violi le libertà e i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza sotto ogni forma è il più sacro dei diritti e il più imperioso dei doveri”. In Sottocommissione fu approvato con 10 voti a favore, 2 astenuti e 1 contrario, ma non riuscì a superare l’esame dell’Assemblea Costituente.

Il testo non superò l’esame generale perché di fatto costituiva un possibile riconoscimento per un’azione di massa volta a superare, in caso di bisogno, l’ordine costituito che, in questo caso, non lo sarebbe stato una volta per tutte.
E’ facile dedurre che in quel contesto sia le forze volte a garantire la contiguità, se non la continuità, tra la nascente repubblica e il regime precedente, sia lo stesso PCI concordassero sulla necessità di non lasciare troppa libertà d’espressione all’autonomia sociale e di classe.
E nel garantire che i partiti istituzionali fossero gli unici a poter rappresentare legittimamente gli interessi della società. Così chiesa, fascismo e stalinismo convolavano a nozze in un blasfemo matrimonio a tre destinato a festeggiare i suoi banchetti sulle spoglie della libertà e della felicità collettiva per i decenni a venire.

Così facendo il lavoro acquisiva una dimensione metafisica e demagogica all’interno del discorso politico nazionale, mentre il mancato riconoscimento delle iniziative spontanee di lotta e resistenza le avrebbe rimosse, nelle migliori delle ipotesi, oppure demonizzate, come quasi sempre poi è stato, all’interno dello stesso discorso.
L’accordo finiva col congelare sine die il ricordo mitopoietico, imbalsamato e sfibrato, del fatto resistenziale per consegnarlo ad un passato da cui si era definitivamente usciti una volta affermatasi la nuova democrazia repubblicana.

Il lavoro, il diritto al lavoro diventava invece un fatto determinante, slegato però da qualsiasi riferimento alle sue condizioni effettuali ed alla divisione ed appropriazione del suo prodotto.
Così oggi, in piena crisi mortale dell’Occidente capitalistico e, forse, non solo, tale bagaglio demagogico-ideologico pesa ancora come un macigno sulle aspirazioni di classe di chi ancora è costretto sempre più a produrre pur essendo privo di qualsiasi garanzia reale per il proprio futuro e per quello dei propri figli.

I minatori del Sulcis, gli operai dell’Alcoa chiedono di mantenere, di salvaguardare il proprio posto di lavoro, così come tra poco saranno costretti a fare gli operai degli stabilimenti FIAT.
Umanamente comprensibile, tale richiesta è però anti-storica e votata alla sconfitta.
Anti-storica perché oggi si pongono ed esistono già tutte le condizioni per un superamento del produttivismo ad oltranza predicato dalla imprenditoria e da tutti coloro che hanno malissimo masticato oppure travisato la lezione comunista della lotta di classe. Superamento reso oltretutto necessario dallo stato di inquinamento e degrado dell’ambiente e delle risorse disponibili. Mentre la precarizzazione del lavoro, di tutto il lavoro, pone all’ordine del giorno la richiesta di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro e della istituzione di un salario sociale o “di cittadinanza” per tutti (giovani, precari, disoccupati o ex-occupati), tale da garantire un’esistenza dignitosa ad ogni membro della società.

Destinata alla sconfitta perché ogni richiesta in tal senso finisce con l’atomizzare la lotta di classe, riducendola ad una serie infinita di piccoli conflitti in cui gli operai e i dipendenti di una singola azienda o di un singolo settore non possono far altro che lottare, e sperare, per il proprio individuale destino, a discapito di un allargamento delle lotte la cui vera forza sta proprio nella diffusione sul territorio e nel coinvolgimento di tutte le categorie sociali toccate dalla crisi.
Insomma, come esempio, si potrebbe parlare di modello Taranto contro modello Sulcis.

Destinata altresì alla sconfitta poiché sulla base della richiesta della conservazione del posto di lavoro ad ogni costo non può aprirsi altra trattativa che quella basata sull’accettazione del peggioramento delle condizioni di lavoro, della riduzione del salario e dell’aumento della produttività
Già nel primo dopoguerra l’occupazione delle fabbriche aveva falsamente agitato gli animi e tranquillizzato una vecchia volpe come Giolitti.
Gli operai fanno paura nelle strade, a fianco di giovani e disoccupati, e non chiusi nelle miniere e nelle officine oppure, immagine patetica e perdente, in cima ad un silos.

Purtroppo in questa confusione di richieste e proteste qualcuno non perde l’occasione di confondere ulteriormente idee e prospettive e magari, come Valentino Parlato in un recente editoriale sul Manifesto (Confusione elettorale, 11/09/2012), chiede una nuova Iri per far fronte alla crisi.
Come si è detto prima chiesa e fascismo no hanno mai abbandonato il discorso politico italiano.
Beneficenza e manganello non sono mai usciti dal panorama politico italiano se non negli anni della rabbia e della lotta e in qualsiasi momento sono riproposti come massimo della novità possibile.
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E allora è forse qui bene ricordare che l’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) sotto la presidenza di Alberto Beneduce, esponente autorevole della finanza statale proveniente dalle fila del socialismo riformista e futuro suocero di Enrico Cuccia massimo curatore degli interessi della grande impresa italiana dagli anni sessanta agli anni ottanta del XX secolo, operò non tanto nell’interesse dei lavoratori quanto piuttosto delle banche e delle imprese “salvate”.
Non si salvavano, infatti, posti di lavoro, ma, piuttosto, imprese di rilevanza strategica i cui debiti avrebbero potuto affondare le banche che in esse avevano investito e i capitani di industria, come forse allora si chiamavano, che nella crisi seguente al 1929 rischiavano una clamorosa bancarotta.

I salari operai, invece, per tutto il fascismo, non fecero altro che scendere poiché riduzioni consistenti del salario furono imposte nel 1927, nel 1930 e ancora nel 1934, in seguito alla rivalutazione della lira a ‘quota 90’ rispetto alla sterlina e al conseguente calo dei prezzi, poi aggravato dalla crisi mondiale dei primi anni ’30. Mentre nel corso del 1931-32 le sovvenzioni concesse per 2590 milioni di lire dalla Banca d’Italia ai massimi istituti di credito non furono sufficienti a turare le falle più vistose dovute ai fortissimi immobilizzi industriali delle banche e alle rilevanti perdite dei diversi gruppi azionari coinvolti dalla crisi .

Per impedire che tale situazione non rendesse più precaria di quanto già non fosse la situazione di molte grandi imprese legate da tempo alle banche e per non rischiare di gettare allo sbaraglio una massa cospicua di piccole e medie aziende che attingevano al credito bancario “nasceva così, nel novembre 1931, per iniziativa del governo, L’Istituto mobiliare italiano (Imi) […] che avrebbe dovuto concedere alle industrie prestiti ipotecari rimborsabili in molti anni ed emettere proprie obbligazioni sul mercato per procurarsi i fondi necessari. Ma gli obiettivi dell’Imi non poterono sul momento trovare pratica attuazione di fronte alla gravità della situazione economica. Il peggioramento delle condizioni patrimoniali delle banche e la forte esposizione della Banca d’Italia per 7380 milioni di lire, pari a qualcosa come il 54 per cento dell’intera circolazione monetaria, imposero interventi ben più ampi e radicali su tutto il complesso dei rapporti tra grandi organismi bancari e finanziari e le imprese […] La soluzione definitiva, varata nel gennaio 1933 con la costituzione dell’Iri, prevedeva che lo stato avrebbe messo a disposizione i capitali necessari a coprire le perdite e compiere altre operazioni di salvataggio, ma avrebbe acquisito i titoli e le proprietà industriali delle banche provvedendo, per proprio conto, alla gestione e al successivo smobilizzo. Veniva sottratto in tal modo alle direttive di singoli gruppi bancari il governo di vasti complessi industriali. Sollevando così le banche dai rischi del finanziamento industriale […] si ponevano in pari tempo le premesse di un vero e proprio risanamento bancario, venuto poi a definitivo compimento nel corso del 1936”. (Valerio Castronovo, La storia economica in Storia d’Italia Einaudi, vol.IV. tomo I, Dall’Unità ad oggi, pp.299-300, Torino 1975)

Non occorre certo sottolineare come il 1936 segni anche l’inizio delle avventure belliche ed imperialiste italiane, degno coronamento, come per la centralizzazione economica nazista e per il New Deal roosveltiano, di ogni dirigismo economico capitalistico.

Se ci fossero ancora, in chi legge, dei dubbi sui reali obiettivi dell’Iri e dei finanzieri ed imprenditori che ne approvarono l’azione basterebbe forse ricordare che già allora Ugo Spirito poteva osservare, nel maggio del 1932, che lo Stato interveniva “nella cosiddetta economia privata soltanto per renderne pubbliche le perdite”. Insomma “in Italia l’operazione chirurgica di risanamento del sistema creditizio non incontrò l’opposizione pregiudiziale degli ambienti imprenditoriali non tanto perché essa segnava il crollo definitivo delle posizioni di preminenza delle banche sull’industria, quanto piuttosto perché la socializzazione delle perdite garantiva comunque il trasferimento a carico dei contribuenti e della collettività di passività da altri accumulate”. (V.Castronovo, op. cit., pag.303)

Il rischio che si presenta oggi, soprattutto nel caso FIAT- Marchionne, è che si ripresenti una simile soluzione, in cui sindacati, governo ed imprenditori finiscano col convincere gli operai a “lottare” nell’interesse puro e semplice del capitale finanziario, per la salvaguardia degli stabilimenti in Italia “ad ogni costo”. In modo che con debiti pagati e laute ricompense l’Ad della fabbrica ex-torinese possa continuare ad investire negli Usa o altrove. Sempre sulla pelle degli operai, dei contribuenti, dei giovani dei precari e dei pensionati, naturally!

In una telefonata intercettata dalla polizia nel febbraio del 1933, Giovanni Agnelli sr., santo patrono di tutti i grandi banditi dell’imprenditoria e della finanza italiana, confidava a Valletta che era contrario agli interessi della grande industria acquisire titoli dell’Iri e aggiungeva:”noi dovremmo essere piuttosto dall’altra parte: finché fosse farsi imprestare soldi dal governo, bene, ma noi prestarne al governo è un po’ troppo!” (V.Castronovo, op.cit., pp 303-304) Lezione mai dimenticata dalla famiglia Agnelli e dai suoi AD.
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A che serve dunque ricordare la storia della fondazione dell’Iri se non a rivelare come tra operai e stato non vi possa essere alcuna positiva interazione, se non a vantaggio del capitale stesso, a meno che la macchina statale non sia stata spezzata e sia passata nelle mani della classe oppressa…ma allora saremmo davanti a delle vere e proprie espropriazioni e a ciò che la nostra costituzione vuole comunque, e in ogni modo, cercare di negare…la rivoluzione.

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