di Sandro Moiso
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Era rimasto soltanto quel cazzo di spiazzo grigio.
“Il buco” in gergo.
“Il buco del culo” nel gergo della ventina di agenti rimasti lì a presidiarlo.
Ma a presidiare cosa poi?
Lì non c’erano più macchine, né operai. Anzi non c’erano mai stati.

Da quando, poi, la Francia si era tirata indietro, poiché il progetto non sarebbe più stato finanziato con i fondi UE, anche il presidio aveva visto tagliare presenze, turn over e spese.
Altro che alberghi: li avevano ficcati in due baracchette d’alluminio roventi come padelle in estate e fredde come congelatori nelle altre stagioni.
Loro, i migliori, quelli di Genova e della Diaz si erano trovati lì a svolgere turni di tre mesi.

Eh già, con quella cazzo di sentenza, i giudici gli avevano combinato un bel casino.
Un ispettore, diciotto agenti, due cellulari, un blindato, due cessi chimici e un bel po’ di rifiuti.
De Gennaro, l’agente scelto non l’altro, stava rimuginando sulla condizione umana del fedele servitore dello stato. Una merda. Autentica , grande, schifosa.
Carabinieri, finanzieri (quelli in divisa, mica quelli al governo), reparti speciali: se ne erano andati tutti. Loro no… e il primo turno era toccato a loro.


Adesso che la crisi precipitava, il governo voleva farsi vedere democratico e i fessi di Genova andavano tenuti, momentaneamente, in disparte.
Eppure solo quello sapevano fare: picchiare duro, spaccare teste, sparare lacrimogeni in faccia ai ragazzi in nero oppure con i capelli raccolti in treccine.
Lo avevano sempre fatto bene, ma adesso basta, stop, nisba! Niente!

Questo non per ordini superiori, naturalmente.
Il fatto era che lì, da un po’ di tempo, non c’era più nessuno.
Non venivano nemmeno più a rompere i coglioni di notte, quando potevi sparargli i lacrimogeni in faccia senza che facessero in tempo a capirlo.
Uno lo avevano anche buttato giù da un traliccio…e quello non era nemmeno morto.

Niente, duri come il granito delle loro montagne…almeno quelli di Genova avevano pianto.
Ma adesso non venivano più a battere sulla recinzione di giorno, quando potevi acchiapparne qualcuno al volo, meglio se qualcuna, e trascinarlo dentro al recinto per dargli il ben servito.
E mica se ne erano andati perché spaventati dalle botte e dai processi di quel magistrato di Torino…sì quello coi capelli bianchi.
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Come si chiamava? Boh, tanto la faccia se la ricordavano tutti di uno così in gamba.
Sempre pronto a dare una mano alla PS, ai CC e a tutti gli altri.
Ce ne fossero come lui, altro che quelli che piantano sempre casino sulle violenze, l’abuso di potere e d’autorità e tutte le altre cazzate.
O quelli che avevano condannato gli agenti che avevano pestato quel tossico…traditori!

Comunque quegli stronzi della valle e dei centri sociali se ne erano andati dopo che quasi tutti i responsabili dei lavori, a partire dal presidente della Commissione italo- francese, con una scusa o con l’altra avevano dato le dimissioni. Quando la nave affonda i topi scappano.
Gli ex-comunisti del PD avevano puntato un po’ i piedi, volevano che l’attività continuasse. Volevano che un loro uomo continuasse a vegliare su quel progetto, volevano che le loro cooperative non perdessero l’appalto, ma soldi proprio non ce n’erano più.

Così i manifestanti avevano fatto ancora un bel giro intorno all’area recintata.
Avevano attaccato qua e là qualche cartello con il simbolo del pericolo radioattivo e lasciato in giro parecchi cartelli con su scritto:”Fatela pure adesso” oppure “Noi ce ne andiamo e voi?” oppure soltanto “E adesso?”.
Poi basta, fine, erano scomparsi.

Per i primi giorni i responsabili avevano detto: “Bisogna raddoppiare la vigilanza. E’ soltanto un trucco per poi prenderci di sorpresa. Anche da Torino ci dicono di stare in guardia
Ma adesso erano passati mesi, quelli non s’erano più visti e le forze erano state ridotte considerevolmente. E le spese e le indennità di trasferta e la qualità del rancio.
Ora De Gennaro era scazzato, nervoso, umiliato. Come tutti gli altri d’altra parte.
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Lì c’erano soltanto quei viadotti altissimi che sembravano sbeffeggiarli dall’alto delle loro colonne.
Poi qualche mucca, qualche valligiano che doveva passare di lì per andare nel suo campo e la noia. Tanta, troppa.
Era difficile anche telefonare a casa, perché i cellulari non prendevano bene.
Il cemento dei viadotti non aiutava e l’area da controllare era ben infossata tra le montagne.

Montagne! A lui non erano mai piaciute le montagne.
A De Gennaro piaceva il mare, anzi piacevano soprattutto le spiagge.
Con tutte quelle turiste col culo scoperto e le tette al vento. No, lì solo donne con la giacca a vento e gli scarponi. Una merda la vita in montagna.
Ma perché non le spianavano tutte le montagne?

A colpi di atomica magari, che poi si facevano delle belle autostrade e ferrovie veloci senza quei tunnel che avevano scatenato ‘sto casino.
E che ora, era chiaro, non si sarebbero mai più fatti.
E loro lì a giocare a tre sette e briscola, poiché, dopo il taglio delle indennità, il poker era diventato meno attraente. Anzi, alcuni agenti manco sapevano giocare a carte: al massimo a “ruba mazzetto”.

Ormai non guardavano più nemmeno oltre le barriere di filo spinato “israeliano”, perché ogni tanto capitava che dall’altra parte passasse qualche vecchio contadino e li guardasse sorridendo e scuotendo la testa. Minchia, come si fa a stare in un posto dove nessuno ti parla o al massimo ti guardano ridendo come se fossi un povero fesso?!
RFS: Reparto Fessi Scelti, ecco come avrebbero dovuto chiamarsi. Almeno chi si arruolava avrebbe saputo da subito dove sarebbe finito.
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Altro che eccellenze, meriti di servizio, affidabilità, serietà e tutte le altre pompose definizioni con cui amava riempirsi la bocca la ministra degli interni.
Avesse almeno mandato qualcuno a riparare i cessi chimici che adesso erano colmi e tutti erano costretti a farla lì intorno. Tra i cespugli e sotto i viadotti, ma rigorosamente dentro all’area recintata. Che sembra tanto grande, ma provate voi a far la ronda di notte, al buio, senza pestare uno stronzo in un posto limitato dove da quasi quindici giorni venti persone la fanno dove capita!

Una volta a scuola, forse alle medie, perché le superiori mica le aveva finite, una professoressa di italiano gli aveva fatto leggere un libro.
Lo aveva obbligato a leggere quel libro, a suon di due.
Era un libro che parlava di un giovane ufficiale che arrivava in un avamposto isolato dove si attendeva l’attacco di un nemico invisibile che non arrivava mai. Il titolo non se lo ricordava più e all’epoca gli era sembrata una gran minchiata quella storia, ma adesso come mai gli ritornava così spesso in mente?

(1 – continua)

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