di Livio Ciappetta

RuedaDeBeda.jpgBussai timidamente alla porta. Padre Feijo era seduto vicino alla finestra, il capo leggermente inclinato, assorto nella lettura. Sfogliava con avidità uno dei suoi autori preferiti, il geniale Calderon de la Barca, fonte di grande ispirazione e di gustosa ironia per l’austero monaco benedettino. Non era la prima volta che mi rivolgevo a lui per consiglio, ma come sempre provai un certo imbarazzo, nonostante l’autorità di cui il santo tribunale mi aveva investito.
Capelli radi, fronte ampia e sguardo sornione, come si addice ad un uomo acuto ed avvezzo alle stoltezze del mondo. A volte mi domando se sia possibile, osservando i tratti del viso di un uomo, riconoscerne il temperamento, le qualità. Chissà che nostro Signore non abbia nascosto qualche segno nei nostri volti; ma celo prudentemente in me stesso simili dubbi, per non finire vittima del tribunale che presiedo.

Sapevo che il monaco apprezzava le mie visite, poiché ogni volta gli sottoponevo nuovi espedienti e arcani che sciocchi ed eretici d’ogni sorta riversavano nei nostri tribunali della fede, e il benedettino li collezionava con grande avidità, intento com’era da anni nella stesura di un’opera dotta e vastissima, per svelare gli inganni e le false credenze che attanagliavano ancora i fedeli. E dunque, sapendo di sollecitare i suoi appetiti di erudito, gli sottoposi il caso di Leonard Montaner, abitante di Oliva, paesino nei pressi di Valencia, accusato dal tribunale dell’Inquisizione di arti divinatorie, arythmomanzia, onomomanzia, astrologia giudiziaria. L’accusato possedeva una copia assai elaborata della Rueda di Beda, con la quale era solito predire il decorso dei malati, che affollavano la sua abitazione per conoscere la propria sorte. Vita maior, vita minor; Mors maior, mors minor. Sarebbe stata una guarigione rapida o lenta, oppure una menomazione perenne, o perfino la morte. Ansiosi e supplichevoli, i paesani aspettavano il responso, ben convinti che con una buona quantità di denaro la Rueda avrebbe divinato a loro favore, e Leonard Montaner non si sforzava di far credere loro il contrario.
Quando finalmente si decise a riporre il poderoso volume, avanzai di qualche passo verso di lui, dissimulando l’imbarazzo e la soggezione che inevitabilmente provocava la sua presenza.
-Buongiorno fratello- esordì sereno e compiacente il monaco, pregustando già il caso che intendevo sottoporgli -il carteggio che portate con voi mi lascia intendere che il santo tribunale sia nuovamente alle prese con qualche ciarlatano, non è vero? —Reverendo padre, fate male a mostrare tanta indulgenza nei confronti degli eretici che il tribunale persegue- risposi con un moto di fierezza —dietro i vostri ciarlatani si celano spesso uomini assai pericolosi per il nostro gregge, e se il santo presidio che erigiamo ogni giorno venisse meno ne pagheremmo senz’altro amare conseguenze. — Ma non lo dubito affatto, anzi sono ben convinto che l’ingenuità e la superstizione siano di gran danno per la Chiesa, e sia dovere di ogni buon fedele combatterla con ogni mezzo! Padre Feijo non rinunciava mai a mostrare la sua critica sottile e irriverente contro coloro che, inquisitori in primis, si lasciavano ingannare a suo dire da sciocche e vane superstizioni a torto confuse con l’eresia. Le sue frequenti intemperanze nei confronti del tribunale gli erano già costate severi richiami, e per poco non era salito egli stesso sul banco degli imputati. E ciò nonostante, non rinunciava a stuzzicarmi ogni volta, ben sapendo che non mi sarei in ogni caso privato della sua arguzia e della sua lunga esperienza. Se avesse rinunciato alla sua ostinata supponenza, che magnifico consultore del tribunale sarebbe potuto essere! Ma sapevo che il benedettino amava troppo la sua libertà intellettuale per ridurre se stesso alla severa ortodossia che un incarico inquisitoriale richiedeva, e perciò mi limitavo a questi incontri fugaci e clandestini; amanti, dell’erudizione e dell’amor di Dio, e i nostri incontri erano sempre fonte di grande piacere per entrambi.
Una delusione palese si manifestò sul volto del monaco, quando gli illustrai il caso. Evidentemente, pensai, l’arcano che credevo d’aver incontrato non era affatto una novità per l’immenso serbatoio di conoscenza che il benedettino possedeva. Ciò nonostante, lesse con cura il rescritto dell’udienza che avevo portato con me. Concluse la lettura con un sospiro, mi consegnò l’incartamento e mi invitò a sedermi accanto a lui, sulla panca di marmo sotto la finestra. —Vedete, mio caro Alonso- iniziò paziente il monaco — l’arcano che voi mi sottoponete gira per l’Europa da un tempo indefinito, direi almeno dodici o tredici secoli, e non è affatto opera del venerabile Beda, a cui fu attribuito in seguito da qualche accorto manipolatore, ma è opera di uno scaltro egiziano di nome Pitosiris. La ruota manifesta i suoi oroscopi attraverso l’incrocio delle arti dell’onomomanzia e dell’arythmomanzia, ovvero le divinazioni attraverso i nomi e i numeri combinate insieme. I numeri con cui interrogare la ruota si ricavano dalle lettere del nome dell’interrogante, usando non l’alfabeto latino, ma quello greco. Una volta stabilito il numero corrispondente al nome, lo si cerca nella ruota, si vede in quale sezione si trova e si ottiene il responso. L’esemplare che mi sottoponete inoltre è piuttosto elementare, poiché diviso soltanto in quattro sezioni; altri sono più complessi, e se ne trovano alcuni divisi anche in otto sezioni, ciascuna delle quali mostra un diverso livello possibile di malattia o di guarigione. La stoltezza del malato e l’eloquio dell’indovino fanno il resto. Questo appaga le perplessità del Santo tribunale? -Voi vi burlate di me e del mio officio, padre; ma pensate a cosa accadrebbe se noi non perseguissimo tali reati contro la fede. Che cosa ne sarebbe dell’onnipotenza e dell’imperscrutabilità del disegno divino, se i fedeli credessero che gli esiti dei destini dell’uomo si potessero scorgere con tali espedienti? E se gli innocui ciarlatani di cui voi vi prendete gioco assumessero d’improvviso credito e autorità, in che confusione cadrebbe la comunità di fedeli che cerchiamo di proteggere? -Avete senz’altro ragione Alonso, e tuttavia vi esorto a diffidare dei futili espedienti magici e dei tanto decantati arcani degli idioti, e ricordate: per il popolo non conta ciò che è vero, ma ciò che è ritenuto tale. Fino a quando vi ostinerete a prestar fede a tali sciocchezze marchiandole d’eresia, ci sarà sempre qualcuno disposto a rinunciare alla vera fede per seguire questi ciarlatani.
Padre Fejio aveva ragione. Sapevo che fin quando il nostro santo officio avrebbe continuato a presidiare l’integrità della fede con l’intolleranza e le persecuzioni la salvezza dei fedeli sarebbe stata a rischio; ma già da anni il tribunale era oggetto di aspre critiche, politiche e teologiche. Presto giungerà il tempo di un severo ripensamento della nostra autorità, e allora i tribunali della fede perderanno il loro prestigio, e il loro destino sarà segnato.
E tuttavia, dovendo onorare l’incarico affidatomi per il tribunale che presiedevo, condannai Leonard Montaner all’esilio perpetuo e a cinque anni di remo nelle galere rege. Un rematore in più, pensai, non dispiacerà ai sovrani.

Nota storica dell’autore.

Padre Benito Fejio de Montenegro (1676-1764) fu autore di un’opera assai nota, il Teatro critico universal. Nel tomo secondo dell’edizione del 1777, stampata da Joachin Ibarra, il benedettino illustra, tra gli altri, il noto arcano “Rueda de Beda”. Il volume è consultabile on-line su Europeana. Il processo contro Leonard Montaner fu effettivamente celebrato a Valencia nel 1767. In una mia visita all’Archivo historico nacional di Madrid entrai in possesso del rescritto del processo e di una copia della Rueda. Vedi qui.

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