di Sandro Moiso

adiaz.jpgDiaz. Armando Diaz.
E’ il nome di colui che fu definito Duca della Vittoria alla fine della Prima Guerra Mondiale, dopo aver sostituito Raffaele Cadorna nella carica di capo di stato maggiore dell’esercito italiano.
Diaz, gran bel pezzo di macellaio che, negli anni seguenti, consigliò di non intervenire militarmente nei confronti della marcia su Roma, entrò a far parte del primo governo fascista sotto esplicito invito del re Vittorio Emanuele III ed assunse, infine, la carica di Ministro della difesa di quel governo, approvando la costituzione della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale sottoposta direttamente al comando di Mussolini.

Diaz. E’ il nome di una scuola dove, nella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001, si è consumato uno dei più gravi atti di violenza barbarica e poliziesca nei confronti dei movimenti che si oppongono allo sfruttamento capitalistico delle risorse umane e ambientali del pianeta.
E’ un nome adeguato per ricordare le gesta dell’incredibile macchina repressiva fascista messa in atto per stroncare un movimento internazionale di lotta e solidarietà che si era sviluppato dall’opposizione al G7 di Seattle in avanti e, forse, anche prima.

Armando Diaz, classe 1861. Un nome e una data per ricordare uno stato di cui si è recentemente celebrato, in pompa magna e molta retorica, il centocinquantesimo anno dalla nascita.
Avvenuta nel sangue e nella merda in cui è stato soffocato qualsiasi movimento di reale rinnovamento che ne abbia accompagnato la storia e di cui la notte della Diaz non è che uno dei tanti tasselli. Un’unità nazionale celebrata sempre sulla pelle delle classi oppresse, sia che fossero i braccianti di Bronte e i “briganti” meridionali di ieri, sia che fossero gli operai ed i giovani rivoltosi delle lotte degli anni sessanta e settanta o i giovani arrivati a Genova da tutto il mondo per il G8 del 2001.


Diaz. Ricordo di governi di unità nazionale che dalla fine degli anni settanta all’attuale governo Monti hanno sempre segnato i momenti più bui dello scontro sociale e della sua repressione.
Diaz, nei giorni di Fini nella sala operativa delle forze del disordine istituita a Genova per difendere la “zona rossa” e dei governi di centro-sinistra D’Alema e Amato che quelle forze del disordine avevano preparato ed addestrato nell’organizzare l’evento e nelle giornate di Napoli del marzo del 2001. Quei nuovi manganelli li avevano voluti proprio quei governi con il ministro Bianco e il capo della polizia De Gennaro, nominato proprio dal centro-sinistra.

Diaz, Don’t Clean Up This Blood.
E’ il titolo del bel film di Daniele Vicari, vincitore a Berlino del Premio del Pubblico.
Un film dalla cui proiezione il pubblico, tutto, esce turbato e sconvolto.
Un film che mette a nudo la pura funzione repressiva e terroristica delle forze del disordine.
Un film senza ambiguità che proietta lo spettatore dentro alla violenza premeditata e preordinata dello Stato.

diazf1.jpgNon ci sono poliziotti che sbagliano o servizi deviati.
La violenza, l’uso dei reparti più agguerriti e disumani, la repressione più brutale, la costruzione di false prove per giustificare l’intervento e gli arresti costituiscono le modalità operative dell’azione dello Stato nei confronti di coloro che si oppongono all’ordine sociale dato.
Se qualche agente non comprende, si fa degli scrupoli o non è d’accordo, si faccia da parte oppure taccia e si mangi il panino offertogli da un superiore.
Non esistono i poliziotti “buoni”, al massimo possono allibire o sentirsi smarriti.

Il discorso filmico di Vicari è chiarissimo.
L’intervento alla Diaz e le torture fisiche e psicologiche a Bolzaneto rappresentano e ricompongono, attraverso la singola parte, il significato del tutto.
Bolzaneto come Abu Ghraib, il territorio metropolitano occupato e trattato come zona di guerra.
Le colonne di mezzi ripresi dall’alto mentre si avvicinano alla scuola, il ragazzo costretto ad abbaiare a suon di manganellate, la ragazza tedesca sfigurata e costretta a denudarsi per essere umiliata: poche chiare riprese sono sufficienti a ricostruire non solo il clima di quei giorni, ma di tutti questi anni.

alma.jpgGenova e il G8 hanno segnato una cesura, dovevano comunque segnare una frattura.
E’ accaduto in Italia, ma tutto era premeditato a livello internazionale: basta con i rossi rompicoglioni, basta con gli anarchici, basta con i movimenti giovanili internazionalisti.
Si era entrati nell’età della guerra, sociale e mondiale.
Era il modo, per i padroni del mondo, di dire: “Fino ad ora abbiamo scherzato, ora si fa sul serio”.

Ancora oggi molti sembrano non aver compreso la reale portata di ciò che, nel luglio del 2001, si giocò nelle vie e nelle piazze genovesi.
Ancora adesso qualcuno vorrebbe dividere le proprie responsabilità da quelle dei black block, su cui all’epoca, e proprio nei giorni immediatamente seguenti all’uccisione di Carlo Giuliani e delle torture della Diaz, si cercò di far ricadere la colpa di quelle violenze inaudite.

Per cui si rimprovera il regista per non aver ricostruito tutte le giornate di Genova oppure per non aver utilizzato i nomi reali dei colpevoli delle violenze e delle torture.
Vicari però ne ha colto l’essenza e a differenza di Giordana, che nel suo film su Piazza Fontana di nomi ne fa anche troppi, riesce a trasmettere agli spettatori la realtà dei fatti storici e i fondamenti delle ombre che avvolgono il nostro recente passato e che ancora si addensano sul nostro futuro.

Il governo Berlusconi, appena rieletto, era terreno fertile per una simile dimostrazione muscolare dell’esercizio del potere. Ma nessuna voce si levò allora per chiedere le dimissioni del Ministro degli Interni Scajola o del capo della polizia De Gennaro.
Non ci furono commissioni d’inchiesta parlamentari su quello che Amnesty International ha definito:”La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”. Quel macello era il prodotto di un accordo a priori.

sangue.jpg“La colossale operazione di polizia montata prima degli scontri fa pensare ad un esperimento di Low Intensity War in versione metropolitana, o piuttosto ad una deliberata pratica di guerra a bassa intensità sulla scena urbana che implica appunto l’impiego di forze militari e di polizia con modalità e comportamenti che escludono la negoziazione. Tale orientamento prescinde dal ricorso ai Black Block. Il battaglione Tuscanica e gli stessi militari che, per la loro missione in Somalia avevano a che fare con un processo per torture e l’assassinio di Ilaria Alpi e di Mirovan Hrovatin, hanno avuto un ruolo di primo piano in particolare nella scena dell’uccisione di Carlo Giuliani. Le missioni all’estero sono appunto esperienze ibride tra militare e poliziesco […] Le cinque compagnie di intervento risolutivo (CCIR) presenti al G8 di Genova erano tutte dirette da ufficiali con esperienze di missioni militari (di guerra) in diversi paesi”.(Salvatore Palidda, Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova, “Studi sulla questione criminale”- nuova serie di “Dei delitti e delle pene”- ISSN 1828 — 4973, vol.3. n°1, 2008, pp.33 — 50).

Il film di Vicari non scende in questi dettagli, ma ci porta in quella guerra, dove gli assassini stanno da una parte sola.
Dove il lancio di una bottiglietta vuota può essere il pretesto, cercato volutamente, per una strage di innocenti.
Chi esce dalla visione del film tutto ciò lo ha recepito e questo, nella produzione cinematografica attuale, è già davvero un ottimo risultato.

carlo-giuliani.jpgMa nel film c’è anche la solidarietà casuale dei genovesi per i manifestanti che cercano rifugio; c’è la voglia di amare e condividere idee, esperienze ed informazioni che si infrange contro un Leviatano di piombo e furore; c’è, ancora una volta, una perdita dell’innocenza che sembra toccare quasi tutte le generazioni.
Rinvia, forse, ad un altro ottimo film, anch’esso premiato a Berlino nel 2002 e al Sundance Film Festival: “Bloody Sunday” di Paul Greengrass, che narra la giornata del 30 gennaio 1972 a Derry, quando una marcia per i diritti civili nell’Irlanda del Nord fu interrotta dai paracadutisti britannici che, senza alcun motivo e senza preavviso, aprirono il fuoco facendo quattordici morti e tredici feriti tra i pacifici manifestanti.

Ecco, quello è il modello cinematografico più vicino al film sulla Diaz, molto più che lo scoraggiante, retorico, ambiguo e piagnone cinema che, attualmente, si fa passare per impegnato civilmente in Italia. Qui, nei fotogrammi che ritraggono i pestaggi, gli insulti, le umiliazioni e le torture che furono messe in atto in quella notte è racchiuso tutto l’orrore per questo nostro democratico mondo occidentale.

abughraib.jpgL’orrore delle carceri e dei campi di detenzione per gli immigrati, l’orrore per gli arresti all’alba senza alcuna prova reale, l’orrore per il diciannovenne Abdul Arian ucciso con novanta colpi di pistola dalla polizia di Los Angeles per non essersi fermato ad un controllo, soltanto pochi giorni or sono. E c’è l’orrore per i gas CS usati ormai comunemente sui manifestanti e per i 23 giovani, di cui tre italiani, che a Barcellona, negli ultimi anni, sono rimasti mutilati di un occhio o accecati per l’uso sconsiderato di proiettili di gomma fatto dalla polizia catalana.

L’orrore per i giovani, sempre più numerosi che, come Stefano Cucchi, entrano in carcere per uscirne soltanto da morti per i pestaggi subiti dagli agenti e la connivenza dei medici.
L’orrore per le stragi impunite e per i militanti No Tav incarcerati o buttati giù dai tralicci perché si oppongono ad un progetto inutile, dannoso e costoso per tutta la comunità.

hokusai_wave.jpgL’orrore per le torture, ammesse con trent’anni di ritardo, su i prigionieri politici italiani degli anni settanta e ottanta.
L’orrore, appunto.

Tutto l’orrore per questa società morente che sarà alla base, alla fine, di un enorme tsunami sociale destinato a rinnovarla rovesciandone completamente i presupposti politici, economici e morali.

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