di Marilù Oliva

scheletrinagrande.jpgLei è una creatura, ma sdoppiata nell’eterno difetto — una ferita nell’animo, prima che uno straniamento fisico — della nostra epoca, quello legato all’ambivalenza rifiuto/desiderio di cibo. È un’infante che si chiama Olivia e porta nelle sue riflessioni, nei suoi dubbi, nei suoi incubi la semplicità verissima e disarmante del pensiero bambino.
Con optional di lettura double-face — da una parte Olivia stecchino, dall’altra in versione cannone — “Scheltrina Cicciabomba” è il risultato di un bel lavoro a quattro mani: sceneggiatura di Simona Vinci e disegni di Raffaella Ligi. I disegni assecondano su sfondi pastello — tranne quando si tratta di incubi ventosi, e allora lì il blu incalza e vira verso il nero — la vicenda di Olivia, «bambina troppo grassa e troppo magra che impara a voler bene a ciò che mangia». Una storia adatta a tutte le età, dagli otto anni in su, condita con insicurezze, ricette mai ovvie, nonne matte e deliziose immagini della protagonista calata nei diversi contesti: in classe, sospesa tra i colori delle vivande — «il rosso non le sta tanto simpatico. Pomodori con tutti quei semini. Pizza gommosa sotto i denti…» —, oppure dietro una finestra, il martedì grasso. Ho rivolto qualche domanda su questo lavoro a Simona Vinci.


Il filo conduttore di “Scheletrina Cicciabomba” è quello delle anomalie comportamentali legate alla nutrizione. L’amore si alterna all’odio verso il cibo e quest’ambivalenza si espande nella fisicità della piccola Olivia, la protagonista, che alterna le fasi magre e quelle cicciotte. Gli opposti sono sintomo di una medesima mancanza? O meglio, come avviene in alcuni passaggi alchemici: anche nei disagi alimentari gli opposti combaciano?
Le protagoniste sono due, e una al tempo stesso. Ho immaginato la storia di Olivia da due punti di vista opposti: Olivia come una bambina troppo magra e Olivia come una bambina troppo grassa. Il libro si capovolge e al centro c’è l’Olivia né grassa né magra. Quella che ha imparato a non sfogare le sue carenze affettive e le sue ansie sul cibo, in un modo o nell’altro.

Il blu di copertina e l’azzurro del neo che Olivia ha sulla guancia, ereditato dalla bisnonna omonima, sono colori-metafora?
Non ci avevo pensato!

Il libro è consigliato dagli otto anni, ma dato il tema e le allegorie lo rendono adatto a tutte le età. Ci credi nel valore terapeutico dei libri?
Assolutamente sì, come primo passo diciamo. Credo che nessun libro sia in grado di guarire da una patologia seria, ma certamente può aiutare a sbloccare qualcosa, ad individuare un problema, a farci sentire meno soli e darci il coraggio di approfondire il nostro malessere senza vergognarcene. La lettura di una storia nella quale ci immedesimiamo può aiutarci a trovare ‘le parole per dirlo’.

Tu sei stata Scheletrina e/o Cicciabomba?
Sono stata entrambe, ma soprattutto, a partire dagli undici dodici anni sono stata Cicciabomba. Ho molto sofferto per il cambiamento del mio corpo e l’accettazione anche di una forma fisica femminile è stata per me un processo molto lungo.

Cosa provoca questo rifiuto/anelito al cibo?
Un rapporto di eccessi con il cibo che comincia in tenera età ha molte probabilità di continuare poi nell’adolescenza e nell’età adulta e di trasformarsi, in alcuni casi, in una patologia gravissima, che invade ogni spazio vitale e ti consuma (anche quando ti gonfia) da dentro. Imparare fin da piccoli ad avere un rapporto equilibrato con il nutrimento, credo sia uno dei regali più belli che dei genitori possano fare ai loro bambini. Il cibo non è (non deve essere) un demone e nemmeno un’ossessione. E’ il piacevole carburante che ci tiene in vita. Va rispettato, senza eccessi. Quando sento una bambina di sette anni dire: “quello non lo mangio perché mi fa ingrassare” vengo sopraffatta dallo scoramento. Ecco cosa facciamo (perché è evidente che la colpa è degli adulti) alle piccole donne di domani: già a sette anni sono sulla via di farsi ingabbiare e soffocare dagli stereotipi.

La tua attenzione all’universo dell’infanzia si è manifestato a partire dal tuo romanzo d’esordio, Dei bambini non si sa niente (Einaudi, 2007), ma non solo. Cos’hanno di speciale, i bambini?
Tutto. E specialmente, che ogni bambino reinventa il mondo (la lingua, il pensiero) da capo. E veder crescere un bambino è come avere una seconda possibilità di fare lo stesso anche noi adulti. Certo, non è facile saperli osservare, e ascoltare, i bambini, senza la tentazione di credere che siamo noi, i Grandi, a detenere sempre la verità e l’ultima parola su tutto.

Cicerone sosteneva che vi fosse un nesso inscindibile tra moralità ed eloquenza. Quindi, per estensione, tra moralità e comunicazione, la quale include anche la nozione di scrittura. Secondo te chi “maneggia la cultura” ha dei compiti o deve solo rispondere della propria arte?
Non mi è mai piaciuta l’idea di un’arte al servizio di qualcosa . Se accade che l’Arte ci insegni qualcosa, e accade quasi sempre, è uno straordinario risultato, ma anche un’opera nata con le stigmate dell’immoralità più bieca può rivelarsi assolutamente fondamentale.

Come ti sembra la letteratura italiana, in questi anni? Riscontri un momento di impasse o di ricchezza?
Negli ultimi anni ho sviluppato una sorta di orticaria da letteratura “d’impegno civile” (e lo stesso provo per il teatro): non bastano le buone intenzioni per fare letteratura. Nella letteratura italiana contemporanea sento spesso una mancanza di coraggio e un conformismo alle mode del momento. Va di moda il precariato, scrivo di precariato. Va di moda la criminalità organizzata, scrivo di criminalità organizzata. Va di moda la fabbrica, scrivo di fabbrica. Certo è che non me la sento di dare la colpa agli autori, magari ci sono giovani scrittori miracolosi che manco vengono presi in considerazione dagli editori perché in quel momento, il genere che scrivono non ‘tira’. Poi naturalmente ci sono tantissimi autori di straordinaria bravura, ciascuno a suo modo, che amo leggere.

Su quali criteri ti fondi per stabilire che un’opera appartenga o meno alla letteratura?
Semplicissimi: storia e stile (lingua) con il quale quella storia è raccontata.

Cosa stai scrivendo, ora?
Lavoro sempre a più cose contemporaneamente, ora però mi sto concentrando sul mio prossimo romanzo che uscirà per Einaudi e che intreccia molte storie e molti tempi e lo fa utilizzando registri narrativi diversi: il reportage, la ricostruzione storica e il romanzo. L’uno incastonato nell’altro a disegnare l’affresco di un luogo misterioso e inquietante e di un inquietante e misterioso rapporto intrattenuto con la malattia mentale e la diversità in genere.

Ci saluti con una citazione da “Scheletrina e Cicciabomba”?
La chiamano con mille nomi e nessuno è mai Olivia.
La chiamano:
Sottiletta.
Acciuga.
La Smilza.
Grissino.
Bacchetto.
Biafra.
Cavalletta.
Ma soprattutto la chiamano:
Scheletrina.
*
La chiamano:
Grassona.
Palla di lardo.
Ciccia.
Cubetto.
Pancetta.
Scrofolina.
Cannoniera.
Ma soprattutto, la chiamano:
Cicciabomba.
Quando era piccola pensava: qualsiasi altro nome è più bello di Olivia. Adesso, quando la maestra dice: Olivia, alla lavagna! Lei è felice e vorrebbe che la chiamasse alla lavagna cinquanta volte al giorno.

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