di Sandro Moiso
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C’è una componente fondamentale della produzione il cui costo, però, non si trova mai sulle pagine finanziarie dedicate al valore delle materie prime o delle macchine utensili.
Eppure, intorno a questa componente si sono scatenate e si scatenano a tutt’oggi le polemiche più furiose e le battaglie più importanti.
Per essa si fanno e si disfano i governi, si fanno le guerre, si occupano i territori, si fanno volare oppure schiantare al suolo i titoli azionari, le borse e lo “spread” tra differenti titoli di stato.

Stiamo parlando della forza lavoro; di quella che più scientificamente il buon vecchio Moro di Treviri definiva capitale variabile, ovvero quella parte di capitale investito che, a seconda del costo e dell’intensità di sfruttamento, determina aprioristicamente il margine reale di profitto degli investitori.
Ancor prima dell’arrivo sul mercato delle merci prodotte.

Sì, perché il mercato è importante per la realizzazione effettiva dei guadagni e al suo interno si possono creare condizioni favorevoli per un ulteriore aumento dei profitti (concorrenza, vantaggio tecnologico, capacità creativa, promozione pubblicitaria), ma non è il fulcro del capitalismo e dei suoi meccanismi fondamentali di accumulazione.


Sono esistite società di mercato in assenza di formazioni sociali capitalistiche, ma non può esistere capitalismo senza sfruttamento del lavoro salariato.
Questa è un’aurea regoletta che troppo spesso sfugge a chi discetta di crisi e di economia e che sfuggì anche, guarda il caso, ai costruttori del “socialismo in un solo paese”.
Che, comunque e per non sbagliare, mantennero produzione mercantile e salario.
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In un testo ormai ritenuto obsoleto da molti esperti, il Manifesto del partito comunista, Marx si sforzò, insieme a quello scellerato di Engels, di dimostrare come la trionfante marcia del capitale e della classe borghese attraverso la storia avesse come fine due obiettivi prioritari: l’allargamento ad libitum del mercato mondiale e la creazione su scala planetaria di una società in cui ogni individuo fosse libero di vendere la propria forza lavoro una volta liberato dai lacci e lacciuoli politico-religiosi delle formazioni sociali anteriori a quella capitalistica.

In questo e solo in questo, non se ne abbiano a male i negatori o i riscopritori in chiave liberal di Marx, il più famoso duo canoro di tutti i tempi colse l’effettiva portata delle rivoluzioni borghesi.
Non intendeva cantarne le lodi, ma solamente celebrarne la messa funebre in anticipo, cogliendo come tale allargamento della proletarizzazione su scala mondiale avrebbe certamente contribuito alla creazione delle condizioni per il salto reale dalla preistoria alla storia.

Tale salto, però, non sarebbe avvenuto per qualità intrinseche del regime di produzione capitalistico, ma, piuttosto, per le condizioni disumane in cui si sarebbe trovata la maggioranza dell’umanità ed in particolare la classe lavoratrice che avrebbe così dato vita, corpo e sostanza alla più grande rivoluzione, quella destinata ad abolire per sempre lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Anonima, tremenda e comunista, come un certo ingegnere napoletano avrebbe chiarito circa un secolo dopo.

Recitavano i nostri nel 1848:
Il proletariato, ceto infimo dell’attuale società, non si può sollevare, non può elevarsi, senza far saltare in aria l’intera costruzione dei ceti che formano la società ufficiale”.
Da qui le paure per ogni accenno di ribellione, da noi come in piazza Syntagma, come ha ben messo in evidenza il nostro grande vecchio del Quirinale quando ha recentemente dichiarato che in Italia non saranno tollerate proteste violente.
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A dispetto degli esorcismi e dei riti voodoo messi in atto dai detentori dei mezzi di produzione e della maggior parte della ricchezza socialmente prodotta, tale treno ha continuato a sua corsa e, piaccia o meno ai suoi presunti affossatori di destra, centro e sinistra, la talpa rivoluzionaria ha continuato imperterrita la sua opera di scavo delle gallerie destinate a minare le fondamenta della formazione sociale che l’ha chiamata in vita.

Stime recenti suggeriscono che oggi al mondo ci siano circa due miliardi di salariati.
Molti dei quali, la maggioranza, dislocati in aree un tempo ritenute sottosviluppate o marginali.
Fuori comunque dai confini di quello che un tempo si sarebbe chiamato il centro dell’impero.
Cina, India, Brasile ed altre aree un tempo semplicemente asservite all’imperialismo occidentale hanno sviluppato un potenziale produttivo terrificante ed ingombrato il mercato mondiale di merci prodotte da un proletariato prevalentemente non bianco.

Un ministro del tesoro che ci ha recentemente lasciati, in mani non migliori, affermò, nell’autunno del 1996 sulle pagine della rivista Il Mulino, che, con la globalizzazione, “la povertà dell’Est è entrata nelle buste paga dell’Ovest”.
Anticipava la Cassandra Tremonti ciò che da lì ad un decennio, anche per effetto di una crisi devastante, si sarebbe avverato in gran parte dell’Europa e dell’ex-primo mondo.

De te fabula narratur avrebbero potuto dire, da allora, i lavoratori dell’Est, dell’Asia e dell’Argentina e del Cile e di mille altre aree un tempo schiacciate dal tallone dell’imperialismo occidentale ai loro omologhi europei.
Sulla cui pelle si gioca ora una partita giocata per decenni sulla pelle degli altri.

La crisi odierna, è ormai chiaro a tutti, è forse la più grave che abbia sconvolto l’assetto capitalistico mondiale fin dalle origini di questo modo di produzione.
Fate, ballerine e nani concordano nel concentrare l’attenzione sui fattori finanziari di tale crisi. Quello che si dimenticano di dire è che la crisi industriale non c’è perché c’è la crisi finanziaria, ma, piuttosto, che la bolla finanziaria e speculativa esplosa fin dal 2008 era già un risultato della latente crisi da sovrapproduzione che minava da anni le basi dell’investimento produttivo dei capitali (almeno nei paesi ex-ricchi).
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Quella buon’anima di Lenin e quella scapestrata di Rosa Luxemburg, fin dagli anni a ridosso della Prima Guerra Mondiale ci avevano avvisato che con l’imperialismo (fase suprema ovvero ultima del capitalismo) la corsa in discesa verso l’abisso, rappresentato dalla mancanza di sbocchi per le merci prodotte, su scala mondiale, era iniziata.

Guerre e speculazione finanziaria avrebbero rappresentato un importante strumento per attenuare il declino dei profitti di imprenditori e banche.
L’altro era costituito dal giocare al ribasso sul prezzo della forza lavoro e al rialzo sullo sfruttamento intensivo della stessa.

Tutte le politiche economiche messe in atto a seguito della Grande Crisi del ’29 si basavano su quest’unica strategia: prima il controllo statale della forza lavoro e del suo costo, poi la guerra.
Se esiste ancora qualche anima bella convinta che il keynesismo sia stato qualcosa di diverso da ciò, sarebbe ora che andasse a rileggersi il Trattato dello stesso John Maynard Keynes, dove potrebbe scoprire che, secondo il noto economista, la forza lavoro non avrebbe dovuto riscuotere un centesimo in più di quanto fosse necessario alla sua sopravvivenza fisica e al consumo dello strettamente necessario per il mantenimento della fluidità di circolazione delle merci prodotte.

L’economista inglese, almeno, era sincero: affermava tranquillamente di essersi in parte ispirato alle politiche economiche messe in atto dal fascismo (con buona pace di coloro che lo ritengono di sinistra). Politiche che in quanto a controllo della forza lavoro e delle sue rappresentanze sindacali davvero non scherzavano.

Oggi siamo di nuovo di fronte allo stesso passaggio.
Capi di stato, finanzieri, rappresentanti dell’imprenditoria e del mondo politico e sindacale stanno giocando ancora una volta al ribasso sulla pelle di milioni di occupati, ex-occupati e disoccupati cronici.
Il costo del lavoro deve essere ridotto ai minimi termini.

Per fare ciò non vi è alcun contrasto sui metodi da seguire: taglio del welfare, abolizione di qualsiasi surplus nei salari dei lavoratori e di qualsiasi garanzia sul posto di lavoro, attacco a qualsiasi tipo di risparmio operato dalle famiglie in anni di duri (e inutili) sacrifici e a qualsiasi diritto (studio, sanità, pensioni). Se vogliamo avere una forza lavoro a basso costo occorre respingerla in blocco nel campo dei senza riserve. Iva Zanicchi docet: “Ok, il prezzo è giusto! “ deve poter dichiarare l’1% che governa la ricchezza mondiale.

Diverse sono però le strategie imperiali messe in atto, qui, nelle società euro-americane.
E sono talmente diverse e in competizione tra di loro che gli effetti si fanno ormai sentire a livello di dichiarazioni politiche internazionali e a colpi di spread sui titoli di stato ed attacchi mediatici alla credibilità dei diversi sistemi finanziari, attraverso quelle temibili macchine da guerra che sono diventate le agenzie di rating.
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Da un lato vi è l’imperialismo finanziario anglo-americano che dell’apertura di tutti i mercati, per poter penetrare in ogni branca produttiva o di investimento, ha fatto la sua bandiera con la globalizzazione. Anche a costo di cedere consistenti fette di settori industriali strategici alla concorrenza. L’importante è che ci siano condizioni di investimento standardizzate, anche a casa propria (e chi se ne frega se larghe fasce di popolazione, anche nelle vecchie metropoli imperiali, sono ormai ridotte sul lastrico). Uniche garanzie della potenza originaria saranno il capitale finanziario transnazionale e la forza militare dispiegata su scala mondiale.

Dall’ altro vi è l’imperialismo continentale tedesco, che per anni si è tirato dietro il capitalismo italiano e francese, che ha fatto della difesa dei propri privilegi nazionali e di settori protetti dell’industria e della finanza il proprio punto di forza.
Il primo è rappresentato da potenze talassocratiche, proiettate al dominio imperiale del mondo, mentre il secondo deve continuare a proiettarsi su scala eurasiatica e continentale.

E’ una differenza che ha già portato a due guerre mondiali e che diverrà ancora più significativa nell’immediato futuro.
E’ la maledizione della Germania, grande potenza situata al centro del centro del mercato mondiale e che l’ha spinta già per due volte tra le braccia di Faust alla ricerca del dominio incontrastato (economico, politico e militare) del continente euro-asiatico e, soprattutto, dell’enorme massa di forza lavoro in esso concentrata.
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Durante gli anni della Seconda Guerra Mondiale il parossismo nazi-keynesiano portò al delirio dei campi di concentramento e di lavoro, in cui furono rinchiusi, sfruttati e massacrati milioni e milioni di esseri umani. Arbeit Macht Frei, era scritto sui loro ingressi, lo sanno tutti, ma forse sono un po’ di meno coloro che sanno che ben 88 di essi appartenevano alla sola Krupp, la più grande industria dell’acciaio tedesca; solo per citare una delle tante aziende grandi e piccole coinvolte nel progetto.

Soluzione finale, sfruttamento fino alla morte di una manodopera ridotta in schiavitù, rapina delle ricchezze depredate alle famiglie e a tutti coloro che venivano imprigionati o trasferiti nei campi di lavoro: tutto discendeva da una ferrea logica di ristrutturazione su scala continentale della forza lavoro e del suo costo ( e del suo sfruttamento intensivo ed estensivo).

Da questo ci vuole forse difendere Mario Monti quando, al parlamento europeo, dichiara che in Europa “non ci sono buoni e cattivi”?
Si preoccupa del futuro dei nostri giovani e dei greci, come qualcuno vorrebbe farci credere?
No, semplicemente dichiara apertamente il salto fatto dal nostro capitalismo nazionale che da produttivo ed industriale è passato ad essere sempre più parassitari, ed è, oggi, talmente inabile al rilancio di qualsiasi forma di innovazione tecnologica ed industriale da preferire a ciò la semplice svendita dei propri stabilimenti e della propria forza lavoro al miglior offerente (asiatico, arabo, americano o europeo che sia).
Certo però che il prezzo deve essere giusto ed allettante per il futuro acquirente.
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Con il ricavato e con il rafforzamento, ad ogni costo, delle grandi banche si spera così di entrare a far parte dell’olimpo della finanza internazionale, senza vincoli franco-tedeschi.
Così come il recente piano di rilancio liberista di Cameron e Monti, firmato da dodici paesi europei, ad esclusione di Germania e Francia ed affini, sembrerebbe voler enfatizzare.
Ovvero dalla padella alla brace, se per caso qualcuno avesse avuto qualche rigurgito nazional-patriottico nel leggere le righe precedenti.

Siamo alle solite, ma i commentatori borghesi iniziano a tremare all’idea di una sollevazione internazionale, come ha fatto Angelo Panebianco sulle pagine del Corriere della sera del 14 febbraio, ammonendo che le rivoluzioni sono imprevedibili, e, quindi, si cerca di ricreare una fasulla unità in nome dell’interesse nazionale e della difesa di diritti minimi (anche se al minimo non c’è limite).
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Non ci resta che rispondere con parole vecchie di centossessant’anni:
Che le classi dominanti tremino al pensiero di una rivoluzione comunista. I proletari non hanno da perdervi altro che le proprie catene. Da guadagnare hanno un mondo.
Proletari di tutto il mondo unitevi!

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