di Franco Pezzini

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Hanging in the rain

Malcolm Malcolmson si sta preparando per l’esame finale di laurea in matematica, e per essere proprio sicuro di studiare senza distrazioni parte alla volta di una cittadina sconosciuta, scelta a caso sull’orario ferroviario. In tre ore di treno arriva a Benchurch (luogo di mercato ogni tre settimane, nel resto del mese non c’è niente), e dopo una notte alla già tranquilla locanda Al Buon Viaggiatore individua un posto ancora più solitario, una vecchia casa massiccia in stile Giacomo I circondata da un alto muro, al momento disabitata. Resta solo incuriosito quando l’agente immobiliare cui si rivolge per affittarla, l’avvocato Cranford, accenna a “some kind of absurd prejudice” della gente del posto nei confronti dell’edificio; e rimane ancor più interdetto alla reazione atterrita della locandiera, la brava signora Witham. “Not in the Judge’s House!”
Così inizia The Judge’s House di Bram Stoker: e il filo rosso (o, considerando il tema, la fune) che parte da questa novella vittoriana precipita il tema del Giudice Impicca-impicca lungo il Novecento attraverso testi di varia notorietà, dall’horror al giallo classico. Ma facciamo un passo indietro.


Sulla data della prima edizione pubblica del citato dramma The Hanging Judge, composto a quattro mani da Stevenson e da sua moglie Fanny Van de Grift a Skerryvore, nel 1887, e pubblicato per volontà della vedova-coautrice, le cronologie registrano ora il 1914 (anno della morte di Fanny), ora il 1922 (Vailima Edition 6, Tusitala Edition 24) — e qui non è il caso di addentrarci nella questione. Suggestivo notare però che sempre nel 1914 un’altra vedova, Florence Balcombe, presenti per la pubblicazione il testo su un altro hanging judge a firma del defunto coniuge, Bram Stoker, all’interno di una raccolta di novelle titolata (dalla prima e più problematica tra esse) Dracula’s Guest. In effetti l’ombra del Dracula — di cui il racconto-frammento del titolo rappresenta qualcosa come un libero prequel — grava anche su The Judge’s House: a partire ovviamente dagli elementi già accennati, cioè l’eroe che arriva in un luogo sconosciuto, l’intermediazione immobiliare (in questo caso per un affitto di tre mesi) e le reazioni atterrite suscitate in una locanda alla notizia di dove il giovane straniero andrà a cacciarsi. Sembra quasi che la novella, avviata con la macchietta dello studente che teme parossisticamente le distrazioni e individua Benchurch attraverso un criterio piuttosto surreale, costituisca un controcanto ironico dell’avvio del più celebre romanzo dell’autore: e sicuramente un lieve sapore grottesco e godibilmente feroce accompagna tutta la narrazione. A ricordare che Stoker fu un vivace autore di racconti, alcuni dei quali — come appunto The Judge’s House — rappresentano anche stilisticamente prove di grande efficacia.
Nella prefazione alla raccolta, “Florence Bram Stoker” — così la vedova si firma — rammenta che lo scrittore, pochi mesi prima della morte, aveva pianificato di dare alle stampe tre serie di novelle: il volume raccoglie appunto la prima, e Florence vi aggiunge solo Dracula’s Guest intravedendo in esso un buon traino pubblicitario. Continua ricordando che le altre storie erano già apparse in riviste inglesi o americane; se il marito fosse vissuto più a lungo avrebbe potuto rivederle, dato che si tratta di lavori in gran parte risalenti agli “earlier years of his strenuous life”. Personalmente non ho trovato traccia della prima pubblicazione su rivista di The Judge’s House; ma il nome quasi caricaturalmente scozzese — Malcolm Malcolmson — dello studente che si confronta con l’hanging judge di turno rende intrigante l’ipotesi che Stoker avesse già letto Weir of Hermiston di Stevenson, pubblicato come detto nel 1896, e offrisse — in questo caso dunque non negli earlier years ma ben più avanti — una virtuale, liberissima e ironica trascrizione in nero sulla fine del povero Archie. Un supplemento d’indagine (rivolgo la questione a chi legge) sarebbe indubbiamente benvenuto.
Ma torniamo alla brava signora Witham, che alle richieste di chiarimenti dello studente sulla temutissima casa cerca di rispondere alla meglio: “molti anni prima — quanti non lo sapeva, lei era di un’altra parte del paese, ma pensava cent’anni o forse più — doveva essere stata la dimora di un giudice che veniva considerato con terrore per le sue sentenze spietate e per la sua ostilità verso gli imputati in tribunale (the abode of a judge who was held in great terror on account of his harsh sentences and his hostility to prisoners at Assizes). Che cosa ci fosse contro la casa in sé, non era in grado di precisarlo […] La sensazione generale era che lì dentro ci fosse qualcosa, e per parte sua non sarebbe rimasta un’ora da sola nella casa neppure per tutto il denaro del mondo” (traggo le citazioni dall’edizione L’ospite di Dracula, Tascabili Economici Newton). Per ora limitiamoci a notare che il giudice è innominato e di dubbia collocazione cronologica: è il giudice in astratto, o meglio — come vedremo — l’hanging judge assurto nell’immaginaria Benchurch a categoria teratologica.
Ovviamente Malcolm Malcolmson, laureando in matematica e maschera del positivismo moderno, non si lascia turbare; e la perplessa signora Witham cura il trasbordo alla casa di quanto necessario al giovane affittuario — che si installa nella grande sala da pranzo, sufficiente per le sue esigenze. Più coraggiosa della locandiera, la ruvida signora Dempster incaricata delle pulizie borbotta razionalisticamente che “I topi sono gli spiriti […] e gli spiriti sono i topi”: una frase che però svelerà presto significati imprevisti.
La prima sera Malcolm è tutto contento del salone ripulito, e tira avanti a studiare fino alle undici, quando interrompe per sistemare il fuoco e prepararsi una tazza di tè — scopriamo anzi (il particolare non è inutile) che ne è un forte bevitore, e uso a svuotare teiere fino a notte fonda. Solo a quel punto coglie il baccano prodotto dai topi, ripensa alla frase della signora Dempster e si rimette sui libri; ma a un certo punto nota che le bestiole si sono stranamente chetate. E che in compenso, assiso sulla grande sedia presso il focolare, un ratto enorme lo fissa con occhi malefici — e fugge soltanto, arrampicandosi per la fune della campana d’allarme che pende nella sala, quando il giovane lo attacca con l’attizzatoio. Solo allora i topi si rifanno sentire… Merita rammentare che i topi vantano parti più o meno importanti anche in altre opere stokeriane, dal racconto The Burial of the Rats nella stessa raccolta, fino ovviamente al Dracula; ma soprattutto confermano fin d’ora, attraverso l’immagine di quel ratto enorme dallo sguardo malefico, l’importanza dell’influenza di Le Fanu, e nello specifico del suo An Account of Some Strange Disturbances in Aungier Street. È come se Stoker ravvisasse nel racconto del predecessore-modello — cui lo legavano ammirazione e matrici comuni, attraverso il mondo del Trinity College di Dublino — potenzialità ancora inespresse da liberare: e di fatto ne offre una rilettura, dosando diversamente gli elementi. Non incontriamo dunque solo una casa di cattiva fama, il ricordo di un giudice ferocissimo che l’abitava, e uno studente (là di medicina, qui di matematica) che vi trova alloggio; c’è anche il grande ratto immagine di qualcosa di ben più oscuro che alligna tra le mura. Ma dove Le Fanu lasciava sussistere il sospetto di un’illusione da fifa o di un’eccessiva dose di ponce, lo sguardo pur emozionato del razionalista di Stoker e la voce narrante in terza persona non ammettono fughe nell’incertezza: e già capiamo (a differenza dello scettico protagonista) che quella bestia è oggettivamente malefica.
Il giorno dopo Malcolm studia all’aperto, e di ritorno, passando alla locanda, racconta alla signora Witham dei topi chiassosi e appunto del gigantesco ratto, “un vecchio demonio dall’aspetto cattivo”. Sentendosi rispondere di stare attento, perché “Tante parole dette per scherzo alla fine si rivelano vere”. Dove la locandiera si riferisce alla definizione usata per la bestia — che forse è davvero demoniaca — ma la suggestione illumina a quel punto tutto il racconto, dalla frase sui topi della signora Dempster ad altre che presto risuoneranno. Notiamo per inciso che la locandiera ha rilevato il pallore del giovane, imputandolo alle ore piccole e all’eccessivo strapazzo sui libri.
Ovviamente la sera il fenomeno si ripropone: prima il chiasso della popolazione topesca, poi il silenzio improvviso e il ratto gigantesco assiso sulla sedia, che fugge solo quando inseguito con l’attizzatoio — e solo allora riprende il baccano. Ma Malcolm vorrebbe capire dove è scappata la bestiaccia, così cerca di illuminare meglio quel lato della stanza; raduna una pila di libri per poterli usare come proiettili; e sistema la corda della campana (lungo la quale il ratto pare muoversi) in modo che preavverta della sua discesa. Scoprendo quanto la vecchia fune sia ancora flessibile: “Ci si potrebbe impiccare un uomo”, riflette, con un’altra espressione foriera d’impreviste verità. In ogni caso il ratto torna a scendere, e in rapida successione Malcolm lo bersaglia coi libri ai quali esso sfugge — salvo in un caso, cui seguono squittii terrorizzati e la fuga della bestia ammaccata. Malcolm riesce a cogliere ch’esso scompare attraverso lo squarcio nella tela d’un certo dipinto — così incrostato di polvere e sporcizia da renderne irriconoscibile il soggetto. Ma, nonostante il suo razionalismo, resta un po’ impressionato scoprendo che l’unico libro ad aver colpito il ratto è la Bibbia datagli dalla madre…
L’indomani il giovane chiede alla signora Dempster di pulire i quadri, particolarmente quello dalla cui tela passa il ratto, poi passa la giornata studiando all’aperto. È dunque solo sul tardi che ripassa dalla locanda: e lì la signora Witham fa in modo che incontri un certo dottor Thornhill, plausibilmente il medico del paese. Malcolm intuisce che l’incontro non è casuale, e Thornhill deve ammettere che è stata la brava signora a precettarlo perché gli parli: è infatti preoccupata per il giovane, in particolare per i suoi eccessi di studio fino a tarda notte e per l’abuso di tè forte. In apparenza pieno di buon senso, Malcolm accetta i consigli del bravo medico; ma il racconto della fuga del ratto colpito dalla Bibbia atterrisce la locandiera, e il dottore si lascia andare alla rivelazione che la fune della campana è quella originale usata dal boia “per tutte le vittime del rancore giuridico del Giudice”. Quando Malcolm se ne va e madama Witham protesta per quell’accenno tanto macabramente inopportuno, il medico spiega di aver attirato apposta l’attenzione su quella fune di allarme: può darsi che lo stressatissimo studente patisca strane paure notturne, ma se si deciderà lui stesso a chiamare aiuto — c’è la campana apposta — potranno strapparlo alla situazione malsana in cui s’è cacciato. A sentire Thornhill, che si prepara a vegliare pronto ad accorrere alla chiamata del giovane, è insomma tutto sotto controllo. Ma proprio il riferimento agli abusi di tè e alle compiaciute rassicurazioni del dottore di turno richiamano ancora a Le Fanu: e stavolta a quel suo racconto Green Tea, 1869, poi pure compreso nella raccolta In a Glass Darkly, in cui lo sciagurato reverendo Jennings conosce la persecuzione di uno scimmiotto demoniaco — innescata appunto da un abuso di tè verde, che aprendogli l’occhio interiore gli farebbe percepire gli “spiriti incorporei”. Ciò almeno secondo il sussiegoso dottor Hesselius, che dopo tante erudite discettazioni non riuscirà a impedire il suicidio di Jennings, e archivierà la faccenda con molta tranquillità. Stoker non è Le Fanu, e la sua ironia non apre il testo a interpretazioni alternative: eppure il richiamo a Green Tea pone qualche domanda. La vicenda avrebbe lo stesso seguito (tragico, come vedremo) se la goffa terapia-shock di Thornhill non avesse richiamato l’attenzione sull’antico, macabro uso della fune della campana? E quanto incide l’abuso di tè nelle esperienze vissute dal giovane Malcolm — parallelamente, in fondo, alle altre forme di addiction e spossessamento psichico (cloralio, ipnosi, intossicazione vampirica…) vissute dai personaggi del Dracula? In ogni caso le frasi finali del dottore (“Non allarmatevi se Benchurch avrà una sorpresa prima del mattino […] è possibile — anzi, probabile — che stanotte sentiremo la grande campana d’allarme della Casa del Giudice”) tornano al tema già ricorrente degli echi non voluti o inattesi delle parole pronunciate. E l’uscita di scena tronfiamente teatrale di Thornhill finisce col confermare la parentela con il vanesio Hesselius.
Ovviamente per la terza volta — secondo una struttura narrativa che affonda radici nei racconti popolari — il giovane sente quella sera il chiasso dei topi: ma lo scatenarsi di una tempesta e il ricordo dell’originaria funzione della corda che oscilla per la forza del vento accrescono l’inquietudine che già le sere prima insidiava il suo razionalismo. Malcolm si perde nel pensiero delle vittime di quella fune, e del “feroce desiderio del Giudice di avere sempre sotto gli occhi una reliquia così lugubre”; ma poi riappare per un momento il ratto, che subito sfugge attraverso lo squarcio nell’antico quadro. Lo studente si rende conto allora di non aver ancora esaminato il dipinto ripulito dalla signora Dempster: e quando vi punta addosso la luce trasale impressionato. “Era il ritratto di un giudice con la sua toga scarlatta e l’ermellino. Il volto appariva energico e spietato, malvagio, astuto e vendicativo, con una bocca sensuale e un naso adunco simile al becco di un uccello da preda, rubizzo, mentre il resto del viso era di un colore cadaverico. Gli occhi avevano una loro particolare brillantezza, unita a un’espressione terribilmente maligna. Malcolmson si sentì gelare, perché vedeva in essi l’esatto corrispondente degli occhi del grosso topo”. Il ritratto che Stoker descrive è, se rammentiamo, il medesimo del grifagno Horrocks di Le Fanu: apparso anch’egli la prima volta inquadrato nell’intelaiatura della finestra a uno studente sconvolto, e assimilato nello sguardo al grande ratto che infesta la casa. Il tema del ritratto fatale richiama evidentemente quello del doppio e il rapporto tra presenza disincarnata e sua immagine — oltre alla più banale e comune esperienza dell’inquietudine che ci suscita lo sguardo sghembo di una figura dipinta; e già si è detto della possibile eco delle parole di Stevenson sulla fascinazione provata di fronte al magnetico ritratto dell’hanging judge Lord Braxfield. Malcolm ha voluto vedere, facendo ripulire il quadro, e la Gorgone di un'(anti)giustizia inconoscibile e antica gli ho mostrato il proprio viso pietrificante. Perché quel ritratto è a suo modo uno specchio: il giudice vi appare assiso sulla stessa sedia della stanza in cui Malcolm studia, a fianco dello stesso focolare e con la stessa lunga fune che pende da un lato. Al giovane sfugge un grido, quando nota il ratto con gli occhi del giudice appollaiato ora sulla stessa sedia sotto il dipinto; ma poi cerca di calmarsi e riprendere a studiare.
La voce narrante resta estranea ai fatti: ma a questo punto il lettore può domandarsi se la terza persona non faccia parte di uno spasmodico tentativo dello stesso Malcolm di razionalizzare. Anzitutto costringendosi cocciutamente sui libri — e con qualche successo, almeno fino a quando scopre che il malefico ratto sta rodendo la fune della campana, togliendogli così la possibilità di chiamare aiuto. Invano tenta di colpirlo con l’ennesimo libro; ma quando si appresta a continuare la caccia la luce investe nuovamente il quadro… dove l’immagine del giudice è sparita. Paralizzato dall’orrore, Malcolm vede ora la figura materializzata dell’antico abitatore assisa sulla sedia della stanza — mentre, con un sogghigno di trionfo vendicativo, leva in alto il berretto nero delle condanne a morte. Stoker riesce a rendere in queste righe il senso della paralisi che dilaga dalla mente di Malcolm a tutto il suo corpo, dello straniamento di un’esperienza sul filo dell’onirico. Il giovane vede dunque l’hanging judge raccogliere lentamente la fune tagliata, annodarla a capestro e poi piazzarsi di fronte alla porta per impedire la fuga: ed è solo a fatica che si strappa al suo sguardo magnetico, sfuggendo più volte il cappio con cui il giudice tenta di raggiungergli il collo — in ennesimo richiamo a Le Fanu. Invano i topi, qui curiosi e chiassosi alleati della vita, si affollano sul capo della fune d’allarme, facendo oscillare la campana e strappando al giudice un’espressione di rabbia diabolica: lo sguardo magnetico ha la meglio sulla vittima. Anche lo studente del racconto di Le Fanu si era confrontato col capestro di Horrocks, ma si era trattato di una scena narrata in soggettiva dall’interessato, con quanto di incerto (un brutto sogno, un’allucinazione) ciò potesse evocare al lettore. Qui invece la descrizione è in tempo reale, e nei tentativi inizialmente frustrati e reiterati del giudice di raggiungere la vittima, nella fisicità greve dei suoi gesti, nel suo sollevare sulla sedia lo studente irrigidito con il cappio al collo per ricongiungere i capi della fune, non ravvisiamo nulla di spettrale o disincarnato. Certo, il tutto potrebbe appartenere a una sorta di visione schizofrenica di Malcolm, a un suo teatro interiore fatale come nel caso del Jennings di Green Tea: un suicidio irriconosciuto, insomma, la cui ultima spinta potrebbe essere stata involontariamente offerta proprio dalla rivelazione del dottor Thornhill sull’antico uso della fune. Ma per il lettore il giudice descritto non è più il fantasma dipinto da Le Fanu, circonfuso da tutti i dubbi che la malizia del narratore insinuava: si tratta invece di un mostro a tutti gli effetti. Anzi Stoker, ispirandosi a Le Fanu per questo mostro come aveva fatto con un altro più celebre, il vampiro, completa idealmente la parabola teratologica sulla giustizia dell’immaginario vittoriano. E non è in fondo senza motivo che un pur brutto film apparso di recente in Italia in Home Video, Dracula’s Guest (Dracula – Le origini) di Michael Feifer, USA 2008, nel mischiare le trame di vari racconti stokeriani attribuisca il ruolo dell’hanging judge proprio a uno spiacevole Dracula (Andrew Bryniarski).
Il racconto termina con il suono della campana e l’accorrere della gente, Thornhill in testa: Malcolm pende impiccato dalla fune d’allarme e “sul viso del Giudice, nel quadro, c’era un sorriso maligno”. Una conclusione dove Stoker valorizza fino alle estreme possibilità una gestione di spazi e trucchi scenici da bravo impresario teatrale (eliminate scale, balconate e pluralità di camere, la Casa del Giudice si riassume in un’unica sala, come sul palcoscenico, e lì tutto culmina); e che al contempo prefigura, con la morte dello studente, il successo degli slasher falcia-adolescenti del cinema di un secolo dopo. Eppure il racconto pone più domande di quanto appaia a livello superficiale.
Anzitutto sull’innominato giudice. Mentre le informazioni sul terribile Horrocks permettevano d’intuire, ancorché in termini vaghi, quale oscura pulsione lo spingesse contro gli studenti, qui il profilo dell’hanging judge resta enigmatico: su di lui non sappiamo praticamente nulla, anche se la somiglianza fisica con Horrocks (e con il suo probabile modello Lord Norbury, certo noto anche a Stoker) può indurre a collegamenti. Pare invece improbabile che l’autore ammiccasse a personaggi del proprio tempo, come quel Sir Henry Hawkins, primo Barone Brampton (1817-1907) il cui nome resta legato a parecchie delle cause più note dell’età vittoriana, prima come avvocato e in seguito quale giudice all’High Court of Justice — un ruolo cui l’etichetta di hanging judge fu a un certo punto incollata, ma senza riferimento a particolari parossismi di crudeltà. L’unica componente chiara del profilo offerto da Stoker riguarda invece un certo sadismo, con l’elemento feticistico della conservazione in casa della fune del boia. Ovviamente a Stoker resta estraneo quello stereotipo dell’inglese sadico assurto a topos dell’immaginario francese e italiano decadente (si pensi al vice anglais cui Praz dedicherà famose pagine); e tuttavia personaggi come George Augustus Selwyn (1719-1791), che contribuì a ispirare tale maschera con la sua golosa passione per le esecuzioni, offrivano spunti adeguati per la costruzione di un hanging judge sempre più estremo — sia pure in termini vittorianamente elusivi.
Ma in parallelo non è troppo chiara neanche la colpa per cui Malcolm viene ufficialmente condannato a morte dal giudice, con tanto di tocco nero. Se gli studenti messi in scena da Le Fanu si erano esposti al pericolo per la loro ignoranza della storia comunitaria, qui Malcolm prova onestamente a sapere qualcosa della casa dove abiterà. La sua colpa più evidente è semmai una supponente incredulità, basata sul pregiudizio di capire tutto grazie alla frequentazione degli studi matematici; e gli eccessi nell’isolarsi, nell’abusare delle proprie forze, nell’uso stesso della teina eccitante possono essere imputati quali virtuali aggravanti. Aggiungiamo anche la vendetta del giudice nei confronti di chi l’ha preso a librate nel suo avatar topesco.
Eppure in questo quadro di silenzi potrebbe covare dell’altro, circonfuso della solita indicibilità vittoriana — guarda caso — nei confronti del sesso. La compulsiva ricerca di uno spazio di solitudine appartata, il pallore sospetto attribuito al giovane dalla locandiera, la sollecitudine ammiccante a evitargli pericoli, finiscono con l’evocare un contesto vagamente onanistico; e il tutto, raccordato al sadismo del giudice e al teatro della scena finale, richiama un certo tipo di situazione che la saga dell’hanging judge potrebbe ben cifrare in termini mitici. Che ogni tanto qualche gentiluomo venisse scoperto impiccato per pratiche autoerotiche era un fatto ormai noto al tempo di Stoker: del resto un pamphlet inglese sul primo caso attestato, quello del musicista ceco Frantisek Kotzwara trovato morto a Londra nel 1791, era circolato in Inghilterra già intorno al 1797. Con le opere poi dello psichiatra e neurologo tedesco Richard von Krafft-Ebing (1840-1902), in particolare la celeberrima Psychopathia sexualis, 1886, termini come “sadismo” e “masochismo” e nozioni sulle varie parafilie erano entrati nel dibattito di medici e giuristi — sia pure con tutti i velami del caso, come l’uso del latino nelle parti “scabrose”. Krafft-Ebing muore a inizio secolo, in quella stessa Graz cui Stoker collega la sua simil-Carmilla, la contessa stiriana Dolingen del Dracula’s Guest: “SOUGHT AND FOUND DEATH 1801”, riporta enigmaticamente la sua tomba descritta nel racconto-frammento. A immaginare forse tra i casi di Krafft-Ebing ulteriori categorie di candidati al vampirismo? Si potrebbe persino azzardare (anche se il diverso contesto può far escludere connessioni a monte) una rilettura in chiave di strumento autoerotico dello strano laccio brandito da Horrocks, con un cappio attorno al collo e un altro all’opposto capo della fune. Una costellazione insomma sfuggente ma evocativa delle più minacciose forme di sessualità, legata a decessi sconcertanti e misteriosi, dei quali il linguaggio fantastico potrebbe rendere lo spiazzante orrore e insieme l’indicibilità, la dimensione di colpa e la ripugnanza. Se consideriamo l’obliquità con cui simili notizie circolano ancor oggi (la percentuale di involontari caduti ogni anno su tale fronte, nonostante la paradossale prevedibilità degli esiti, è piuttosto impressionante) possiamo immaginare come dovessero essere lette in ambiente vittoriano. Ciò che ovviamente non significa ridurre un racconto fantastico a possibili ingredienti di suggestione: ma permette di interrogarsi con qualche prima ipotesi su quel rapporto tra colpa e mistero con cui la novella di Stoker fa transitare nel Novecento il mito letterario dell’hanging judge.
Un mito, si è visto in questo nostro itinerario, di peso rilevante nell’immaginario vittoriano, per numero e qualità delle opere che lo riguardano; e sviluppato con particolare entusiasmo da autori non inglesi — gli irlandesi Le Fanu e Stoker, lo scozzese Stevenson — in forse non casuale memoria di un rapporto non facile con la giustizia del monarca di Londra. Autori, si aggiunga, che nella saga dell’hanging judge rendono conto nel modo più emblematico di una comune formazione giuridica nel segno dell’avvocatura (cioè, guarda caso, dall’altro lato dell’aula rispetto ai magistrati): a conferma di una connection tra lettere e diritto particolarmente importante per la letteratura del fantastico nero, ma più in generale per quella di lingua inglese. E con un’ulteriore caratteristica, frutto probabilmente del caso ma significativa: dei quattro testi vittoriani citati, tre appaiono al termine degli itinerari artistici e umani degli autori, da Mr Justice Harbottle edito poco prima della morte di Le Fanu, alle opere presentate postume di Stevenson e Stoker. Quasi che in essi precipitino, di fronte a un giudizio finale sulla propria opera, meditazioni e inquietudini covate per anni sul rapporto con la giustizia e con la legge sociale.
Ma specialmente The Judge’s House, con le sue misteriose dinamiche di colpa e il finale raggelante, costituirà una fortissima fonte d’ispirazione per il fantastico del Novecento. Influendo per esempio — sia pure in termini assai liberi — su Lovecraft: e in particolare sul racconto The Rats in the Walls, 1923, che enfatizza nel segno del delirio il tema della sarabanda dei topi in un’antica magione inglese, associandola a un’eredità familiare di sadismo (tale, ci informa, da far considerare Gilles de Rais e il marchese de Sade come “principianti”) e ad un feroce crimine seguito da ovvie conseguenze giudiziarie. Ci si può d’altra parte domandare se un’eco della novella stokeriana non vada ravvisata anche in quell’altro testo di Lovecraft noto oggi come The Evil Clergyman, nato in realtà come narrazione di un suo sogno in una lettera a Bernard Austin Dwyer (1933), e da quest’ultimo stralciata dopo la morte dell’autore per una pubblicazione su ‘Weird Tales’ (1939, con l’iniziale titolo The Wicked Clergyman). Lo sprovveduto di turno si confronta, in una stanza di cattiva fama di una località del “vecchio mondo” (ma “non era Londra”), con l’ombra di un prete “cattivo” che a un certo punto sale su una sedia preparando un cappio per impiccarsi, e il protagonista gli punta addosso la luce di un proiettore: ferma restando la problematicità di individuare “fonti” per una trascrizione onirica, qualche nesso potrebbe sussistere.
Decisamente più diretto è invece l’influsso su The Shadow on the Sky di August Derleth, 1932, il cui protagonista Sir Hilary James si autoisola come lo studente di Stoker, viene tormentato da una sorta di inquietante illusione ottica — l’ombra di una forca nel cielo — e dopo vane consultazioni da un neurologo finisce impiccato, per la maledizione scagliata dall’antica vittima di un magistrato suo avo. Si noti che anche qui, come in The Rats in the Walls e forse in The Evil Clergyman, le vicende si collocano su sfondi inglesi: nonostante le forche dei magistrati di Salem tanto noti al fantastico americano, o quelle di judges celebrati come hanging negli USA tra Otto e Novecento (dal bizzarro Roy Bean, c. 1825-1903, a Isaac Parker, 1838-1896 e fino idealmente ad Albert F. Sabo, 1920-2002), per questi autori del Nuovo Mondo il riferimento resta insomma al contesto britannico di Stoker.
E la tendenza è confermata quando la connessione tra hanging judge e colpa “misteriosa” approda al poliziesco: cioè in pratica nel 1933, con il romanzo Hag’s Nook (in Italia, Il cantuccio della strega) di John Dickson Carr, in cui compare per la prima volta il simpatico e tonante detective-lessicografo inglese Gideon Fell ispirato a Chesterton. L’amore dell’autore americano per il contesto britannico non si consuma nella felice riproposta di un modello di mystery fortemente British-style, che lo rende esponente di rilievo dell’età d’oro del poliziesco: il conservatore Carr è un innamorato dell’Inghilterra (dove peraltro vive a lungo), del suo mondo di delizie tradizionali e di altrettanto tradizionali trucissime storie, che insegue per tutta la carriera di narratore con prove a tutt’oggi molto godibili. E con un occhio di riguardo per le pagine nere della storia giudiziaria, attraverso diversi registri di genere: per cui per esempio in Hag’s Nook connette all’antica e abbandonata prigione del villaggio di Chatterham (immaginaria località del Lincolnshire in cui vive Fell), un’oscura saga di maledizione familiare. Il tutto rimonta alla figura sinistra del primo Governatore della prigione, il pessimo Anthony Starberth virtuoso della forca, e alla legione d’impiccati via via negli anni lasciati sprofondare in un pozzo allagato presso le mura: donde il contrappasso per cui gli Starberth debbano morire con l’osso del collo spezzato. Quando a finire così, durante la prova iniziatica imposta al primogenito della famiglia, è il giovane Martin, il dottor Fell inizia a indagare… Certo, Anthony non è tecnicamente un giudice; ma la sua autorità spietata, la saga di impiccagioni che l’ha visto protagonista, il rapporto coi topi — sui quali dispensa criptiche annotazioni nel proprio diario — e lo stesso set chiuso, la cosiddetta Stanza del Governatore, in cui si svolge la prova fatale per il giovane erede, rappresentano altrettanti elementi di un’ideale filiazione da Stoker. Tra l’altro, come appare già in questa prima avventura, Fell detesta i matematici — com’era lo studente di Stoker; e la scena fatale si consuma, sempre come in Stoker, in mezzo a un temporale.
Carr riprenderà parecchi anni dopo il tema dell’hanging judge in un altro romanzo della saga del lessicografo, The House at Satan’s Elbow (in Italia, Lo spettro e il dottor Fell), 1965: il presunto fantasma del settecentesco Mr. Justice Wildfare ammicca stavolta a Le Fanu. Ma nei trent’anni tra Hag’s Nook e The House at Satan’s Elbow il personaggio del Giudice Impicca-impicca ha conosciuto un’altra tappa fondamentale, trovando la codificazione poliziesca definitiva: e si sta parlando di Dieci piccoli indiani di Agatha Christie.

[Continua –]