di Franco Pezzini

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Vai troppo spesso a Tyburn

Il vecchietto aveva preso alloggio in quella casa spaziosa su una via buia di Westminster — siamo ora a Londra — “per la straordinaria modicità della pigione”. E per quasi un anno non ne aveva capito il motivo, finchè una sera, dallo sgabuzzino che credeva chiuso a chiave, non se n’erano uscite due figure spettrali: cioè un tipo dall’aria sinistra vestito a lutto, e “un omaccione più anziano, butterato dal vaiolo, i lineamenti rigidi come quelli di un cadavere, sui quali era stampato lo spaventoso marchio della dissolutezza e dell’infamia” — e che stringeva un rotolo di corda. Ovvio che il vecchietto decida di cambiare alloggio.
Con questa nuova apparizione dell’hanging judge (debitamente trapassato, e capestromunito) inizia uno dei resoconti su casi parapsichici collezionati dall’erudito swedenborgiano Martin Hesselius e pubblicati, ci è detto, dal suo devoto segretario-curatore. Ma si tratta, nello specifico, del racconto Mr Justice Harbottle di Joseph Sheridan Le Fanu, 1872.


Se la raggelante comparsata dell’hanging judge evocata da Le Fanu in An Account of Some Strange Disturbances in Aungier Street si ascrive a quel filone della sua produzione matura che si è definito delle case, la riproposta del tema una ventina d’anni dopo in Mr Justice Harbottle risulta emblematica di una diversa fase, ultima del suo percorso artistico (e umano, visto che morirà nel ’73) incentrata sui doppi, e che trova epifania nella raccolta In a Glass Darkly, 1872. Va detto che anche Mr Justice Harbottle prende avvio come storia di una casa (alla prima pubblicazione, sulla rivista ‘Belgravia’, gennaio 1872, appare anzi come The Haunted House in Westminster — e troverà il titolo più noto solo con l’inserimento nella raccolta); che il tema del doppio si lega a stretto filo con le storie di fantasmi che l’autore aveva corteggiato per tutta la sua carriera, dunque non si trattava di novità assoluta; e che del resto la tendenza di Le Fanu a tornare sulle medesime trame, rielaborandole in modo più o meno significativo (come appunto nel passaggio tra An Account e Mr Justice Harbottle), proponeva in radice un linguaggio di virtuali doppioni. Tyburn2.jpg Non stupisce peraltro notare che il racconto è coevo a un’altra e più celebre storia lefanuiana di doppi, Carmilla, pure apparsa inizialmente su rivista (‘The Dark Blue’, 1871-1872) per poi confluire nella raccolta del ’72. Sorti da quell’indecidibile confine tra psiche e oltretomba su cui Le Fanu gioca maliziosamente a sperdere il lettore, i suoi doppelgänger si presentano così omologhi a una più ampia visione narrativa ed esistenziale fitta di doppi, duplicazioni e rifrazioni: una realtà ambigua di cui l’ineffabile Hesselius, figura-cornice di In a Glass Darkly, discetta con erudite speculazioni sugli osmotici acciacchi del corpo e dello spirito.
Il resoconto raccolto da Hesselius è presentato come a firma di tal Anthony Harman (un altro memoriale di diverso autore sullo stesso caso — ennesimo doppione — è detto perduto); e appare diviso in brevi capitoli, il primo del quali, con la storia del vecchietto e l’apparizione dei due spettri, s’intitola The judge’s house come in seguito, significativamente, un racconto di Stoker a ennesima rielaborazione del tema.
Incuriosito comunque dalla storia del vecchietto, Harman indaga e un amico gli riferisce la storia di un antico abitatore di quella casa, appunto il giudice Harbottle, “uno dei magistrati del tribunale delle cause civili”, e le vicende poi tema “for ‘winter tales’ and metaphysical speculation”. L’amico si era trovato a visitare quell’edificio dalla fama spettrale quand’era ancora ragazzino, ma suo padre ricordava addirittura le udienze del giudice, morto nel 1748. Il viso caratteristico di lui, la voce tonante e il sarcasmo feroce l’avevano colpito: “Quel vecchio magistrato godeva fama d’esser forse l’uomo più malvagio d’Inghilterra”, e usava ogni bassezza manovrando le cause senza mai compromettersi. Se si è individuata una specificità irlandese dell’opera lefanuiana che connota anche i racconti ambientati in Inghilterra — un cambio di set caldeggiato dall’editore Bentley per migliore vendibilità — è evidente che il legame con l’ipotetico modello storico per Horrocks, il cattivo Lord Norbury, è ormai ridotto al dato caratteriale del sarcasmo con cui il giudice infierisce in tribunale. La greve imponenza attribuita ad Harbottle fa piuttosto pensare a certi ingombranti magistrati caricaturati da Hogarth, e vedremo che almeno un’opera del grande artista satirico offre specifica ispirazione al racconto. Ma nei fatti il protagonista è ora un hanging judge paradigmatico, che nella stessa collocazione a Londra tradisce le contiguità con un potere centrale, e insieme una statura mitica che compendia idealmente i più vari epigoni di Jeffreys. D’altro canto, rispetto al demoniaco e sfuggente prototipo di An Account, Harbottle è assai più connotato psicologicamente in forma di personaggio a tutto tondo: un vilain volgare e arraffone, malvagio ma grottesco nel piccolo cabotaggio delle proprie miserie (Hogarth, ancora) e in fondo segnato dalla fragilità umana. Più simile dunque, se vogliamo, al condannato giudice di Dumas: perché il racconto che Le Fanu offre è, come in Dumas, quello di una nemesi.

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Riprendiamo il racconto. A un certo punto accade ad Harbottle un fatto strano: un attempato signore dall’aria cadaverica, tale Hugh Peters, si presenta al suo cospetto e lo allarma con la notizia di un tribunale segreto in corso di costituzione per “indagare sulla condotta dei giudici; e innanzitutto sulla vostra condotta, signore”. In termini confusi e obliqui Peters lo sconsiglia anzi di procedere in un certo processo a Shrewsbury a carico del droghiere Lewis Pyneweck, accusato di falsificazione di cambiale; ma domanda due o tre giorni per poter documentare le affermazioni, e alla fine si accorda per tornare l’indomani. Quando però si allontana, il giudice ordina a un lacchè di raggiungerlo e offrirgli protezione fino a casa, ovviamente per scoprire dove abiti quel tipo sospetto. Il servitore obbedisce, e Peters accoglie con apparente soddisfazione l’aiuto offerto; ma a un tratto lamenta di aver perso una ghinea. E non appena il lacchè si china per cercarla, ecco che il fragile vecchietto “gli appioppò un colpaccio sulla nuca con un pesante aggeggio, e un altro ancora”, lasciandolo privo di sensi e dileguandosi. Harbottle si convince dunque che Peters sia un truffatore, e si sente più tranquillo considerando la storia del tribunale segreto come una frottola; e anche il lettore cade nella trappola — tesa però da Le Fanu. Certo, Peters potrebbe essere un truffatore, sempre per il gioco sornione di lasciare aperte diverse possibilità e non concedere a chi legge alcuna certezza; ma quella legnata che lascia privi di sensi riporta in realtà a un testo che conosciamo, e cioè la citata prima Lettera di Scott. In un caso lì menzionato, diverso da quello delle tre apparizioni ma egualmente ricondotto a una forma allucinatoria, ed esso pure ispiratore di Dumas — per i particolari dello spettro che appare alle sei, e del medico che cerca di stornare da tale termine l’attenzione del paziente — rinveniamo proprio quel particolare: la figura apparsa tira una fortissima legnata alla vittima che perde i sensi, o almeno questa è la ricostruzione soggettiva dell’interessato in seguito allo svenimento. Testimone e fonte dell’episodio è il “colto e raffinato dottor Gregory di Edimburgo, ora deceduto” (così Scott, si veda la citata edizione italiana per Donzelli); mentre “Il fantasma con il bastone era solo una sorta di meccanismo, simile a quello con il quale la fantasia tenta di compensare la malattia chiamata Ephialtes, o incubo, o comunque qualsiasi altro effetto esteriore sugli organi addormentati, che l’immaginazione morbosa del paziente possa introdurre nel sogno che precede il deliquio”. E proprio la particolarità del caso (non associamo usualmente i fantasmi alle botte in testa) offre un’intrigante chiave di lettura all’episodio narrato da Le Fanu, riconducendo il vecchio Peters dall’aria cadaverica al mondo dei fantasmi, qualunque natura essi abbiano. Suggerendo non solo che Le Fanu attinga direttamente alle Letters On Demonology And Witchcraft di Scott; ma facendo sospettare addirittura un richiamo a Dumas, per la saldatura dell’episodio con la storia della nemesi di un giudice, diversamente che nelle Letters. Visto che uno dei pochi motivi a spinger fuori di casa l’autorecluso Le Fanu degli ultimi anni — come sappiamo dai ricordi del figlio — era di sgattare per librerie antiquarie cercando opere su demoni o fantasmi, sembra probabile che almeno a quel punto (se non prima di An Account) il testo di Dumas gli sia venuto tra le mani. Fuori discussione è ovviamente l’originalità di Le Fanu nel rielaborare spunti giudicati interessanti; e d’altra parte l’individuazione di simili “filiazioni” tematiche non si consuma su un fronte tecnico/filologico, investendo la questione più ampia della genesi del mito che stiamo inseguendo.
Torniamo però al testo, che in modo obliquamente affabulatorio conduce il lettore a comprendere il richiamo del sedicente Peters al processo di Shrewsbury. Nonostante il pubblico ignori la questione, Harbottle nutre infatti un interesse diretto a far impiccare il droghiere Lewis Pyneweck: la vezzosa moglie del tipo, Flora, è diventata sua amante, sotto la copertura di un ruolo di governante nella ricca casa di Westminster, e uno scandalo sarebbe sgradevole. Anzi, a pensarci bene il sedicente Peters assomiglia in modo un po’ sospetto a Pyneweck, per cui Harbottle manda un esposto al procuratore della Corona sollevando i dubbi del caso — ma gli viene risposto che il prigioniero è al sicuro e non possono sussistere equivoci sulla sua identità.
Se il droghiere non è stato un buon marito e Flora è una piccola arrampicatrice, tuttavia cerca egualmente di salvarlo: e resta inorridita quando scopre che è stato giustiziato. Dal canto suo Harbottle è soddisfatto, può riprendere più tranquillo la propria vita di “savage old epicurean” (i festini che condivide col protomodello Horrocks potrebbero essere allusi già nel nome Harbottle, forse come harbour + bottle, “rifugio/porto della bottiglia”); ed è dunque per lui un’inattesa doccia fredda il veder comparire durante un’udienza, proprio mentre sta infierendo sull’ennesimo imputato, nientemento che il sogghignante Pyneweck con tanto di gonfiore da capestro al collo. Di più: Harbottle riceve un misterioso atto di citazione a firma “Caleb Searcher (cioè Indagatore), Funzionario del Procuratore della Corona del Regno della Vita e della Morte” con accusa di omicidio a suo carico per la morte del droghiere. E ovviamente se ne preoccupa, anche se reagisce con la solita grinta e si spinge a indagare se Pyneweck avesse fratelli — ma l’unico era morto in Giamaica, risponde Flora. Laddove il cadaverico Peters risultava in sostanza — almeno agli occhi di Harbottle — un doppio di Pyneweck, Le Fanu continua a sparigliare possibilità che però maliziosamente lascia aperte: come quella, per esempio, che Peters fosse in realtà il fratello defunto dell’impiccato. Ma il narratore ci informa poi che di quell’enigmatico atto di citazione si rinvenne alla fine solo una copia di pugno del giudice. “Dell’originale nessuna traccia. Era la copia di un’allucinazione, frutto della malattia mentale? Questa è la mia convinzione”. Salvo in seguito servirci, da consumato giocoliere della scrittura, altrettante allusioni a un’interpretazione parapsichica.
Ma ben altro si prepara per Harbottle. Una sera in cui attende in carrozza due amici e ostenta di dormire per far rimarcare loro il ritardo, scopre all’improvviso di esser stato rapito e dirottato fuori città; e tra i ceffi che occupano il veicolo crede di riconoscere un ex-servitore che aveva ingiustamente fatto gettare in carcere, dove era morto. Scorge anche dal finestrino una monumentale forca da cui pendono sciagurati in catene; e su quella sta appollaiato un boia come (spiega il narratore) nell’incisione di Hogarth Idle Apprentice, gridando: “Una corda per il giudice Harbottle!”. Merita rammentare che l’incisione, plate 11 della serie Industry and Idleness (che contrappone visivamente le vicende dell’apprendista industrioso e di quello pigro), e intitolata più precisamente The Idle ‘Prentice Executed at Tyburn è datata come le altre al 30 settembre 1747: Le Fanu data dunque la vicenda di Harbottle (che si svolgerebbe tra il 1746 e il 1748) proprio in riferimento a questa tavola. Di più: subito a sinistra dell’immagine della forca (quella della visione doveva essere immensa, perché già il patibolo di Tyburn era celebre per mostruosa imponenza) si nota una carrozza con un tipo imparruccato che ha certo offerto spunto a Le Fanu per costruire la scena.

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Quindi Harbottle viene trascinato di fronte all’Alta Corte d’Appello dell’atto di citazione: e lì il tonante giudice capo Twofold (cioè Doppio) che lo strapazza coi suoi sarcasmi e manipola la giuria, appare nient’altro che un’effigie ingigantita di lui stesso, appunto “grande almeno il doppio”. L’appellante Pyneweck è ovviamente in aula; e nonostante le obiezioni che Harbottle si affanna a sollevare, il processo termina in fretta con la sua condanna a morte. Ma, proprio mentre i carnefici stanno saldandogli dolorosamente i ceppi ai piedi, il magistrato si risveglia urlando in carrozza davanti agli amici.
In apparenza a colpirlo è stato un acuto attacco di gotta; eppure quando si riprende dopo un paio di settimane il sogno continua a tormentarlo. Depresso, il vecchio malvissuto cerca vanamente di sollevarsi col ricordo di un nipote malatissimo che potrebbe lasciargli una ricca eredità; e per prevenire un futuro attacco del male si prepara a una trasferta termale. È a questo punto che le cose precipitano definitivamente: in una notte fatale, punteggiata da strane visioni che i servitori testimonieranno (presenze in casa di figure sconosciute più o meno allarmanti, o perturbantemente note ma trapassate), il giudice li insolentisce per l’ultima volta. Verrà trovato al mattino, impiccato alla balaustra della scala: e la giuria concorderà per il suicidio. “Dal punto di vista medico c’era la prova che, nella sua condizione atrabiliare, egli avesse con ogni probabilità deciso di farla finita […] e così, con le parole della Sacra Scrittura, «il ricco morì e fu sepolto»”.
I grumi psichici in azione nell’apologo sul cattivo giudice appartengono in qualche modo, qualunque sia la loro natura, all’orizzonte di irriconosciuti sensi di colpa. E il sapore biblico delle parole di chiusura — in riferimento alla parabola evangelica del ricco gaudente e del povero Lazzaro (Lc 16, 19-31) — fornisce qualche spunto, sia pure in nero: l’anti-Lazzaro Pyneweck non è destinato al Paradiso, ma resta congiunto al giudice e testimone della sua punizione fin nelle comparsate spettrali che ancora molto tempo dopo infesteranno la casa, larve alla deriva prive del potenziale minaccioso di Horrocks e muti echi di antiche miserie morali. Del resto, se tutta la carriera di Harbottle è stata una galleria di nefandezze, a far traboccare il vaso è una colpa che parla per eccellenza il linguaggio biblico: il giudice fa morire un uomo per rubargli la moglie. Dove la colpa sessuale (con quanto di oscuro e minaccioso sottointenda nel linguaggio vittoriano) è aggravata da una duplice profanazione, cioè del matrimonio e della legge/giustizia amministrata strumentalmente. Ma a differenza dell’antico re Davide verso un simile peccato (la storia, per intendersi, di Betsabea e Uria l’Ittita, 2 Sam 11-12, 13, col discorso del profeta Natan che pure parla di un ricco e un povero), Harbottle non è capace di ravvedersi.
Certo, il tema del padre irriconosciuto trova qui una declinazione diversa da An Account: se là la figlia della governante aveva il giudice per genitore, qui la governante/amante del giudice ha sì una figlia, ma dal marito Pyneweck, ed è lo spettro di costui (non del giudice) che la piccina vede senza riconoscerlo nell’ultima terribile notte. In entrambi i casi l’hanging judge rappresenta una minaccia per i figli, ma muta evidentemente la simbolica.
Se poi in entrambi i racconti lefanuiani sull’hanging judge questi è un’ombra del passato, e anzi nel secondo si sottolinea come il codice penale vedesse “all’epoca un sistema di giustizia alquanto farisaico, sanguinario ed efferato”, una sensibile differenza è offerta dalla rievocazione, nel secondo testo, della giustizia del giudice. Mentre Horrocks è cioè esiliato nel mondo sfuggente e (per definizione) trapassato degli spettri, il teatro della malagiustizia di Harbottle — immagine-limite paradigmaticamente eccessiva e grottesca — incarna tentazioni perenni nella gestione della legge. E la stessa attonita reazione da lui mostrata di fronte alla rifrazione (quel tribunale di Twofold che ripropone in fondo le sue stesse prassi vessatorie, senza che Harbottle ne tragga alcun ripensamento) echeggia resistenze all’autocritica non esaurite nella magistratura del XVIII secolo o in quella dell’età vittoriana. In qualche modo, insomma, Harbottle è a sua volta un doppio, fissato come in a glass darkly: non è strano che resti a infestare il nostro mondo. Le Fanu, che aveva formazione di giurista ed era barrister (anche se avrebbe abbandonato presto i tribunali per dedicarsi a giornalismo e letteratura) conosceva il mondo della giustizia e i suoi mali più di quanto si pensi confinando i suoi racconti all’orizzonte innocuo dei “fantasmi”; e lo stesso attingere al linguaggio satirico di Hogarth, al di là del sapore d’ambiente o dell’eleganza colta della citazione, può lasciare qualche sospetto.
Indipendentemente insomma dai raccordi, o dalla derivazione di una storia dall’altra, non è possibile sovrapporre vicende e personaggi dei due hanging judges di Le Fanu. Entrambi sono potenti golosi di piaceri, e per entrambi la propensione alla forca lascerà permanere come un fetore anche dopo i rispettivi decessi. Ma il sadismo di Horrocks, traboccato in misteriosa libido di morte, dilaga oltre la tomba; mentre il maligno e arraffone Harbottle, che inferisce con ferocia ma mirando a utili meschini e alla fama di tutore della pubblica sicurezza (“in sintonia col vecchio adagio ch’egli amava citare: Un’assurda pietà / Rovina la città” — mantra, in fondo, non sconosciuto ai nostri giorni), resta alla deriva delle sue colpe, destinato a uno schizofrenica autopunizione e alla sorte di carcassa psichica in una casa sfuggita. Ciò che emerge però anche attraverso questo gioco delle varianti è una figura mitica, con tutta la fluidità implicita nel concetto, e che per rivoli diversi interesserà vari altri narratori vittoriani e postvittoriani.

[Continua –]

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