di Lorenzo Navone

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“Ecceziunale veramente!!!”: chi è sopravvissuto agli anni ottanta senza dover resettare tutto ricorderà l´urlo alla Munch di Diego Abatantuono, esclamazione che si accompagnava a decine di punti esclamativi. Ma se invece della perentorietà di una chiamata alle armi, la frase virasse in una domanda e il punto da esclamativo diventasse interrogativo? Cosa significa chiedersi se qualcosa e` veramente eccezionale?

Che cosa avranno mai in comune fenomeni distanti tra loro come il caso Englaro, l’emergenza rifiuti nel napoletano, l’arrogante protagonismo della Protezione civile (e della Cricca di Bertolaso) sulle macerie del terremoto in Abruzzo, l´insediamento del governo Monti, il sempre più frequente ricorso alla decretazione d’urgenza, le deroghe a diritti e procedure in nome della sicurezza? Il fatto di essere spesso etichettati, anche in ambito giornalistico, come manifestazioni di uno “stato di eccezione” divenuto prassi ricorrente di governo. Il tutto, però, in una fase in cui, il ricorso agli strumenti di sospensione dello stato di diritto tipici dei regimi liberali, del tipo stato di assedio o dichiarazione della legge marziale, appaiono caduti in desuetudine. In sintesi, alle nostre latitudini lo stato di eccezione non viene mai dichiarato e tuttavia questo concetto viene sempre più spesso invocato come dispositivo per spiegare una serie di cambiamenti intervenuti nelle pratiche di governo e nelle relazioni internazionali. Ė da questo paradosso che prende avvio la riflessione sviluppata da Massimiliano Guareschi e Federico Rahola nel loro recente volume Chi decide? Critica della ragione eccezionalista (ombre corte. pp. 202, euro 19). Apparentemente, il richiamo a una sospensione temporanea dell`ordinamento, questa la definizione minimale dello stato di eccezione, si presenta come una spiegazione convincente per tutta una serie di fenomeni che segnano la contemporaneità, in cui i diritti e le procedure vengono messi da parte per fare spazio a una decisione sovrana. Tuttavia, notano Guareschi e Rahola, dopo decenni in cui da vari punti di vista si è insistito sulla crisi della sovranità e l´emergere di nuove forme di esercizio del potere, incentrate sempre più spesso su attori privati, riportare magicamente sulla scena un sovrano che decide significa indulgere a un gioco di prestigio, con esisti teoricamente suggestivi ma che rischiano di risultare fuorvianti rispetto alla comprensione delle dinamiche in atto. Da questo punto di vista, “l’enfasi sulla sospensione della norma rischia di ribadire continuamente la vigenza della norma stessa, magari relegandola in un ambito fantasmatico destinato a ritornare continuamente” (p. 15). E rischia anche di introdurre a una sorta di ¨fine della storia¨, in cui gli eventuali strappi alla legalità o le trasformazioni istituzionali appaiono come semplici parentesi, come sospensioni temporanee, su una trama destinata a riproporsi immutabile una volta superata l´emergenza. Da qui l´idea di una critica della ragione eccezionalista, della tendenza a leggere in termini di stato di eccezione una serie di dinamiche che, diversamente, per Guareschi e Rahola sembrano rimandare più che alla decisione di un sovrano all´íntrecciarsi di pratiche e attori che operano in un orizzonte segnato dalla crisi delle grandi distinzioni (interno\esterno, militare\civile, guerra\pace, pubblico\privato) su cui si è fondata la modernità politica. Proprio questo, a parere degli autori, rappresenta il contesto che, destabilizzando gli schemi attraverso cui tradizionalmente sono state concettualizzate le pratiche di governo, spinge analisti e commentatori a parlare di stato di eccezione. Ma postulare la semplice sospensione di un ordine ormai definitivamente alle nostre spalle significa protrarre l´equivoco tutto sommato consolatorio di una normalità destinata presto o tardi a tornare, chiudendo gli occhi nei confronti di radicali trasformazioni con cui è invece necessario fare i conti fino in fondo.
Se “ogni teoria dell’eccezione è anche una teoria della sovranità” (p. 19), abituarsi a ragionare in termini non più eccezionalisti potrebbe inizialmente spiazzarci, come se ci venisse a mancare la terra sotto ai piedi; tuttavia, un tale ribaltamento di prospettiva può contribuire alla ricerca di nuove e più feconde armi interpretative, in grado di individuare crepe e contraddizioni nell’idea – e negli atti – di sovranità, non implicite conferme ad essa (si veda, a titolo d’esempio, il recente volume di Wendy Brown, Walled States, Waning Sovereignty, Zone Books, New York 2010).
In conclusione, una volta messo da parte il paradigma eccezionalista, come rispondere alla questione politica del nostro tempo: chi decide? E, di conseguenza, chi governa? Non troverete la risposta a questo interrogativo nell’ultima pagina del libro, così come ascoltando Sgt. Pepper al contrario non scoprirete se Paul McCartney sia morto davvero o sia ancora tra noi. Se l’idea di un “sovrano globale” (e del sosia di Sir Paul) appare dunque anacronistica, monolitica e un po’ rischiosa, il suggerimento dei due autori è di guardare ai processi, ovvero in direzione dei molteplici atti di sovranità – in concorso oppure in conflitto tra loro – che scaturiscono dalla complessità e dall’indeterminazione tra norma ed eccezione.

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