di Simone Sarasso

Alessandro Angeli, I ragni in testa — Racconti di un’Italia invisibile, BesaEditrice 2011, pp. 112, €14; Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze, Laterza 2011, pp.147, €10; Antonio Scurati, La seconda mezzanotte, Bompiani 2011, pp.343, €19; Tullio Avoledo, Metro 2033 universe. Le radici del cielo, Multiplayer.it 2011, pp.416, €19

SarAng.jpgCi sono quattro libri che non staranno mai sullo stesso scaffale. Non se quello scaffale si guadagna da vivere in un megastore, no di certo. Eppure dovrebbero: con le poche righe che seguono mi auguro che prima o poi finiscano tutti e quattro sul vostro, di scaffale.
Non ho idea del perché questi quattro straordinari romanzi siano capitati in casa mia contemporaneamente: cioè, so dove li ho presi, ma davvero non ricordo perché ho deciso di leggerli uno dopo l’altro. Forse, semplicemente, mi andava di farlo. Ma è solo quando ho chiuso l’ultimo che ho capito che dovevano stare insieme. Ho provato a scriverne separatamente, ma non funzionava: continuavo a saltare dall’uno all’altro, all’altro.
E all’altro ancora.
Quattro libri che continuano a parlarsi, quattro storie che ne raccontano una, in tre tempi: PASSATO, PRESENTE e FUTURO.
Ma andiamo con ordine:

PASSATO:
Alessandro Angeli, I ragni in testa — Racconti di un’Italia invisibile
Una manciata di narrazioni, l’una dentro l’altra: chissà perché si dice che le raccolte di racconti non vanno più. Forse chi lo dice legge le raccolte sbagliate.
Quella di Angeli è la favola oscura del mondo che non vediamo più, il racconto della nostra anima migrante seminata chissà dove. Alessandro mette in bocca a quattro viaggiatori coatti, transfughi per fame (mica per vezzo), l’assoluta verità sul nostro Infame Paesello.

Nella prima storia che dà il titolo all’antologia, l’autore segue camera a spalla un personaggio (quasi) senza nome (i protagonisti de I ragni in testa non hanno piacere a dirvi come si chiamano, a meno che non sia proprio necessario) dall’Africa al Sud (rosso di sangue e sugo di pomodoro) e ritorno. Ma non c’è traccia del viaggio, solo la desolazione dell’impermanenza: lavoro duro, nei campi. Già, proprio quel lavoro che gli italiani non fanno più. La fatica è la stessa dei nostri nonni in viaggio di là dall’Oceano, degli schiavi italiani appesi alle travi dell’Empire State Building, dei macaronì nelle miniere del Belgio. La fatica di chi parte a pancia vuota è sempre la stessa. Di questo narra Angeli, con la prosa asciutta e tagliente di chi sa come si maneggiano i ferri del mestiere.
La sposa bianca, la storia numero due, racconta che vuol dire crescere a Sud e dover scappare per paura, con la rabbia addosso e nessun futuro. Chi scappa è italiano come me e voi. Eppure si sente straniero persino a casa sua, dove se non fai come ti dicono finisci lamato in faccia. O magari quella fine la fa tuo fratello, che la testa non l’aveva mai alzata, per tutta la vita. Il mondo è ingiusto a Sud perché comandano Loro. E a Nord fa freddo, troppo freddo pure se le persone sono gentili e l’inglese, alla fine, s’impara in fretta. Dunque si torna, si torna sempre. Ma è sempre troppo tardi, perché quaggiù non cambia mai niente.
Dietro alla porta numero tre c’è il mito che non ti aspetti. La giostra dei camminanti dice un’alterità al quadrato: crescere in un campo nomadi alla periferia di Napoli significa non avere niente. E doversi sentire pure in colpa per quel niente fottuto. Il piccolo Ragno lo sa bene, e gli tocca combattere con gli amici (che lo sfottono perché è secco e stupido), fare i conti col futuro che salta in bocca a tutti tranne che a lui (la più bella del campo si sta per sposare. Ma potete scommetterci il culo che quell’abito bianco non se lo infilerà per uno che se ne va in giro con un soprannome a otto zampe), per poi accorgersi che là fuori, oltre il confine arrugginito e freddo, le cose vanno ancora peggio. Occhio Ragno, attento a come ti porti: se scazzi, qualcuno finirà per darti fuoco. Le stesse cose se le sentivano ripetere i nostri padri e nostri nonni, appena arrivati nella Terra Promessa.
Il libro, che parla di tutto fuorché d’italiani, chiude con una parabola classica, una storia sempiterna e dura a morire, come i pregiudizi che innaffiano la pianta malata del Tricolore: Metaponto è la storia d’un terrone.
Un terrone a Torino.
XXI secolo, che andate a pensare? E ancora stiamo con questi luoghi comuni?
Proprio così, fratelli. E non venite a dirmi che non ne sapevate niente. Non mi raccontate che vi siete scordati che vuol dire partire soli, arrivare di notte, dormire insieme a degli estranei, in un posto che non si è scelto e che puzza di piedi. Faticare per stare al passo, faticare in un’aula troppo piena, faticare alla pressa, otto ore filate.
E poi ancora solitudine, gelo, voglia di casa e nessuna possibilità di tornare indietro.
Come dite? Non ne sapete niente? Chiedete ai vostri geni. Alla pelle, al sangue che vi scorre in pancia.
Chiedete al passato, maledetti smemorati. Il passato non racconta balle: la loro fame è la nostra fame.
Non scordatevelo mai.

SarSan.jpgPRESENTE:
Vanni Santoni, Se fossi fuoco, arderei Firenze
Il passato è una terra straniera, non ci sono cazzi. Ma per guardare negli occhi il presente non serve nessun fottuto volo intercontinentale. Basta montare in macchina e uscire a Firenze Nord. Magari senza imboccare l’uscita del Telepass, che poi tocca far retromarcia e rimediare, prima di perdersi per viali e circonvallazioni. Comincia proprio così il bel contromano di Vanni Santoni sulla sua città: con un arrivo da chissà dove, in macchina. Un incontro fortuito, un numero di telefono, messaggi a vuoto, un appuntamento saltato e un pompino inaspettato. Il racconto viaggia di personaggio in personaggio con passaggi di scena degni di The Wire. Vanni fotografa l’adesso. Scatta un’istantanea maledettamente nitida della città di Dante e dei suoi nipotini. Quelli che son ragazzi adesso, appunto. Il giudizio sul presente è spietato e sublime: a volersi mettere in cattedra per rompere i coglioni verrebbe da pensare che se hai vent’anni e vivi a Firenze, non combini niente di buono. Niente lavoro, né studio, né progetti. Sembra d’essere tornati ai tempi del NO FUTURE. Solo che il futuro è adesso, mannaggia. E allora forse c’avevan ragione trent’anni fa.
E non importa se “gambrino” (leggi: fighetto di buona famiglia che si raduna insieme ai suoi simili di fronte all’ex cinema Gambrinus), se alternativo da centro sociale, se studente fuori sede o commesso palestrato e gay, se fotografa fallita e perdigiorno o avvocatessa coi dreadlocks e una dannata passione per il panino al lampredotto (mai assaggiato? Poveri voi…), se sbirro con la panza o studentessa americana perennemente sbronza: a guardar solo la superficie, pare che c’è il vuoto dappertutto. E nessuno ha voglia di fare un cazzo.
Ma vi prego, almeno voialtri, la superficie lasciatela a galla. Lasciate che Santoni vi prenda per mano e vi trascini a fondo, fin dentro al cuore nero e puro di Santa Maria Novella, attraverso le porte che franano e raccontano storie, zeppe di vita e cacche di piccione. Fidatevi del narratore: conosce il suo mestiere e sa come dirvelo, ‘sto maledetto presente.
Fidatevi, e scoprirete che sotto quella patina di noia e inadempienza c’è vita che batte: sangue che scorre, sogni infranti e pene da scontare, voglia di riscatto, nessuna intenzione di partire, di sgombrare il campo e spedire i cervelli in fuga. Che vi piaccia o meno, il futuro è arrivato, bimbi. È ora di darsi una svegliata.

SarScu.jpgFUTURO:
Antonio Scurati, La seconda mezzanotte
Venezia, Italia, Anno di Grazia 2079: se pensavate di cavarvela, se credevate che i Maya si sbagliassero e che la Cina prima o poi avrebbe scambiato diritti per profitti, be’… sedetevi. Ho una cattiva notizia.
L’Europa è un utero rinsecchito incapace di procreare: il calo delle nascite ha fatto più vittime delle due guerre mondiali, l’Onda ha spazzato la Laguna riducendo la prediletta di San Marco in un parco giochi medieval-tech, stregato dall’egida maliarda del Grande Drago Rosso. Qui, specie a Carnevale, la gente si dà appuntamento per stordirsi, scopare, e assistere allo spettacolo più esclusivo e popolare dell’intero, merdoso pianeta: il rito più antico, la lotta corpo a corpo, il sangue nell’arena.
La morte, che altro?
Ma non quella pulita e sgranata delle guerre in technicolor, né quella perversa degli hostels tarantiniani. La morte gloriosa: ferro, muscoli e nessuna pietà. Blood & Sand, come ai tempi di Spartaco.
Sull’Isola dei Guerrieri il Maestro, antico combattente senz’anima, si appresta ad affrontare la prova più difficile: preservare l’eternità là dove la morte è tutto.
A Nova Venezia tutto è permesso, fuorché la vita. Chip sottopelle inibiscono gli spermatozoi, il futuro è sotto controllo.
Ma qualcosa non va per il verso giusto. Alcune ferite si rimarginano, altre no. Una luce che viene al mondo là dove il buio e il sangue son l’unico orizzonte e un equilibrio si spezza. Mentre una bimba frigna d’inizio nel silenzio perverso, un campione lascia per sempre l’Isola e scavalca il Muro. Spartaco, il re dei gladiatori, decide di cercarla là fuori, nel cuore dell’apocalisse, quella libertà che i protettori cinesi sgranocchiano un morso alla volta sotto gli occhi stonati del mondo.
Il miglior Scurati di sempre scrive un romanzo zeppo di mazzate, sangue e merda, senza dimenticarsi della lingua preziosa di cui è maestro indiscusso. Un futuro esplosivo pieno di promesse mantenute: un futuro anni Ottanta, à la Mad Max, à la Blade Runner. È straordinario il cortocircuito che l’autore riesce a creare tra le paure apocalittiche da Guerra Fredda e il plastico dinamismo al rallentatore della miglior cinematografia contemporanea (300, Spartacus Blood & Sand).
Il futuro di cui abbiamo avuto paura fin da bambini ci è appena piombato addosso. Ed è molto peggio di come ce l’aspettavamo.

SarAvo.jpgFUTURO:
Tullio Avoledo, Metro 2033 universe. Le radici del cielo, Multiplayer.it, Terni 2011, pp.416, €19,00
C’era una volta un ragazzo russo. Il ragazzo si addormentò e sognò la fine del mondo: notte dopo notte il sogno prese forma, denso come gelatina, irto di metallo radioattivo, sporco e buio come la notte.
Quel ragazzo si chiama Dmitry Glukhovsky, il suo incubo Metro 2033: un romanzo, un videogioco, molto altro ancora.
Un pianeta devastato dall’olocausto nucleare, la civiltà ridotta all’omega spinale, quel che resta del popolo di Mosca rintanato nella Metropolitana. Una civiltà cieca e sorda, che vive di funghi, maiali morti, acqua filtrata. Là fuori, la fine del mondo.
Ma come è che è finito questo benedetto mondo? Nel romanzo di Glukhovsky si fa solo cenno all’annientamento globale, non alle forme di sopravvivenza nel resto d’Europa, del globo.
Servono altre voci per raccontare l’altrove, nuove prospettive, accenti diversi.
È così che nasce lo straordinario progetto di narrazione polifonica METRO 2033 UNIVERSE. Autori di paesi differenti raccontano storie “compatibili”, ambientate nello stesso macroverso (il pianeta nuclearizzato di Dmitri). Niente fan-fiction, no signori: solo scrittori professionisti.
A rappresentare il nostro Paese, chi meglio del maestro Tullio Avoledo?
Avoledo è un cavallo di razza e lo si avverte subito: la storia è di quelle toste, che smuovono la brace sotto la cenere nucleare. Roma devastata dalle bombe, il passato polverizzato e il futuro del Vaticano che annaspa sottoterra (fin qui, tutto in linea con la continuity del multiverso glukhovskiano). Il papa scomparso, forse morto e forse custodito da qualche parte nel Nord Italia. Un prete che assomiglia al protagonista d’un romanzo di formazione nonostante non abbia più l’età, e sette “Guardie Svizzere” capitanate da un ex legionario con le palle d’acciaio. Un viaggio pericoloso e letale alla volta di Venezia (già, di nuovo Venezia… poi non venitemi a dire che questi dannati libri non parlano tra loro…), attraverso un’Italia che non c’è più, eppure è ancora lì, zeppa di spettri e brutte sorprese: Torrita Tiberina, Urbino, Santarcangelo, Rimini, Ravenna, e poi ancora più su, a destinazione.
Il libro viaggia come un treno e per chi ha già letto Glukhovsky è un’autentica goduria di rimandi ed easter eggs, uniti a un rispetto impeccabile della continuity. Ma al di là dell’indiscusso valore letterario (da un veterano gallonato come Avoledo non mi aspettavo nulla di meno), io trovo straordinaria l’operazione dal punto di vista della genesi immaginifica: voci e lingue diverse per raccontare un mondo fittizio. Che ne narra a sua volta un altro, più autentico delle nostre peggiori paure.
Ovunque, esattamente come nel libro di Scurati, aleggia lo spettro dell’apocalisse ottantina, quella con cui chi teneva le fila ci ha ricattato per un ventennio. E che ora, che vi piaccia o no, è così radicata nel nostro immaginario narrativo da renderci difficile immaginare futuri altri.

Dunque, ladies & gentlemen, ecco la vera sfida per il tempo che sarà: capire da dove siamo partiti, smetterla di ripetere gli stessi errori, puntare la prua verso Sud, voltare le spalle al fumo e seguire il vento a polmoni spalancati.
Se state partendo per l’isola deserta, datemi retta: quattro libri in più non saranno un gran peso.