di Luca Baiada (da il manifesto, 18 ottobre 2011)

SantAnnaDiStazzema.jpg[Nella foto, bambini di Sant’Anna di Stazzema giocano, poco prima di essere uccisi dai nazifascisti.]

Sugli eccidi nazifascisti in Italia, l’intervento di Franco Giustolisi (il manifesto, 9 ottobre) mi stimola a qualche osservazione. Comincio dal tempo trascorso.
Una persona nata nel 1960, l’anno dell’inaccettabile “provvisoria archiviazione degli atti” a firma del procuratore generale militare Enrico Santacroce, potrebbe essere nipote di uno degli italiani assassinati dal 1943 al 1945. Una persona nata nel 1994, quando gli atti vengono faticosamente rimessi in moto, potrebbe essere figlia di quella nata nel 1960. Oggi i nati nel 1994 stanno diventando maggiorenni. Molti di quei processi sono finiti, ma altri pendono in dibattimento, o sono in fase d’indagine. Dal 1994 la magistratura militare, che quasi sempre ha giurisdizione su questi casi, ha fatto parecchio ma non ha ancora fatto tutto, malgrado la tenacia di alcuni.
Chi tratta questi processi sfoglia carte farinose, foto sgranate, documenti in varie lingue. Vede testimoni sprofondati nella vecchiaia ridestarsi a un nome, donne sciogliersi in pianto, ricordi emergere con la timidezza di un ruscello e poi la forza di un diluvio. Chi scende in questi abissi e ne riporta un segno, non è uguale a chi ne torna indifferente, e in questo la memoria, la giustizia e quella cosa senza nome che sta fra l’una e l’altra sono iniziazioni e armi. E sia chiaro, uniscono ma dividono.

Dentro la questione degli eccidi, l’identità italiana sta in modo lacerante. Alle parole “Ardeatine” o “Stazzema”, capita di ascoltare risposte riduzioniste o giustificazioniste, sul genere delle mancanze italiane, della debolezza, del tradimento italiano, come se per la costruzione identitaria fosse affidato all’aggressore l’ordine del discorso. C’è ancora chi crede al diritto di rappresaglia, istituto giuridicamente inesistente, abito immaginario dell’omicidio vero. E a volte il comune sentire è fiacco, ma è saldo nelle comunità locali, specialmente nell’area fra il Lazio e l’Emilia-Romagna, dove il combattimento è stato più duro, e dove le culture appenniniche, lo notava Pasolini, resistono caparbie. Così, spesso i volti dei testimoni e dei familiari delle vittime sono toccanti, come le foto che accompagnano gli ex voto in qualche santuario fuori mano: c’è il richiamo di un’Italia profonda senza voce. Le tribù che restarono indietro hanno attraversato il deserto, e cercano di farsi intendere.
Ma a conferma di una vocazione antipopolare, in sede politica si è trascurato di difendere le vittime, le famiglie, gli enti locali, e si è vista persino questa bruttura: un decreto legge italiano, il 63 del 2010, nell’interesse della Germania.
Il bisogno di giustizia è rinfrescato dai processi. Paesi dove da sempre si mettono i fiori al monumento delle vittime, sono scossi dall’arrivo dell’autorità. Il contadino troppo malato per venire in udienza, ha sfogliato nel casolare le foto dei soldati tedeschi giunte dagli archivi, e l’ho sentito fremere: “È questo”. Il pensionato che vide suo zio evirato, mutilato, accecato, l’ho sentito singhiozzare: “Tutta la vita mi hanno visto poche volte sorridere. La ragione era questa. Grazie”. Dici grazie, cittadino? Faccio troppo poco per te.
Questo bisogno strappato con dolore al non detto, la mancanza di un ristoro materiale lo ricaccia nel non fatto, creando sfiducia e insieme impegno, e nuove relazioni e narrazioni. E c’è il rischio che la vecchia inerzia, quella legata alla Guerra fredda, diventi inerzia nuova, legata alla pax debitoria e alla globalizzazione, mentre la Germania è o sembra essere il più forte dei paesi dell’euro. Il Patto d’acciaio prosegue nell’oro?
La via per ottenere estradizioni e risarcimenti dalla Germania è in salita, e si ha l’impressione che le sentenze dei tribunali italiani siano carte false. Ma la gratitudine di chi ascolta dopo tanti anni una condanna, anche se non se ne vede l’esecuzione, dice tutt’altro, e merita rispetto. Forse qui giustizia e memoria si intrecciano, importanti eppure senza l’efficacia piena né dell’una né dell’altra. Il giudice parla il suo linguaggio ma si trasforma in uno storico, dà lezioni ma gli allievi sono parti del fatto, scrive cose che solo altri giudici possono cancellare, esamina ma non boccia né promuove. Il prodotto del suo lavoro slitta in un campo che non è il suo, però con una corazza di leggi. L’effetto è distorto, come se in un orologio un ingranaggio sdentato facesse spasimare una lancetta, senza riuscire a muoverla.
Ruoli e limiti sfiorano l’impossibile. Antonio Parisella, direttore del Museo della Liberazione, in via Tasso a Roma, mi ha fatto una confidenza. Un mattino, nella penombra, apre quelle stanze che furono celle. Girando la chiave, un tuffo al cuore: sente che i prigionieri sono tutti lì, e il carceriere è lui. Un attimo che dice una vita, una vita che dice altre vite. I custodi della memoria esistono, ma non in senso negativo: i loro pesi sono tesori, e viceversa. Io, lavorando su eccidi terribili, ho sentito presenze robuste e sorprendentemente benigne; la notte, il sonno è stato pieno e profondo.
Da un giudice ci si aspetta fredda ragione, è vero. A chi conviene? Il gioco delle parti esige logica e mente dalla giustizia, concede emozione e muscoli all’ingiustizia. Ma facendo così, il corpo sociale ha una testa reclinata a sinistra e un unico braccio, il destro. Crocifisso risparmiando un chiodo, questo corpo deforme può indossare solo abiti taroccati, e infatti i suoi sarti sono bugiardi, che hanno vetrine e le chiamano libri, che hanno botteghe e le chiamano televisione. La trappola della memoria non è molto diversa, e forse ha ragione Finkelstein: “il concetto di memoria è il più impoverito fra quelli prodotti negli ultimi anni”. Ma qualcuno vuole più poveri gli italiani: hanno crediti antichi e nuovi, e si sentono dire che sono debitori e falliti.

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