di Jumpinshark

JMPNSHRK.jpgPerché la scrittura su Internet ha un valore commerciale? Ovvero: da dove nasce il guadagno per chi commissiona pezzi a pagamento? Se non si ha una comprensione del funzionamento di questo sistema economico, anche nei suoi aspetti più spericolati, per gli “scrivani digitali” diventa ancora più difficile qualsiasi contrattazione e richiesta di diritti.
Senza alcuna pretesa di esaustività vi presento qualche scenario di incarico testi:

1) Provincia richiede presentazioni di località e attrazioni per promuovere il suo territorio su un portale turistico istituzionale.
2) Albergatore ordina descrizioni di “pacchetti” e camere per il suo sito.
3) Albergatore ordina testi per siti di brokeraggio turistico e, entrando in un territorio piuttosto malfamato, recensioni taroccate per gli stessi siti e per portali di consigli di viaggio.
4) Agenzia di scommesse commissiona post su circuito di blog e su profili di utenti di social network dove si presentino le varie “offerte”, enfatizzando le possibilità di vincita (ignorando quindi la teoria delle probabilità).
5) Agenzia di scommesse commissiona post contenenti una o più keywords con link ad un sito principale su “anello di siti” in modo da “scalare le SERP”, posizionare cioè il sito desiderato in alto su Google (la mia descrizione è rozza e il risultato di queste pratiche è oggi sempre più dubbio, per avanzamenti negli algoritmi di Google).
6) Politico affida a società di comunicazione la gestione completa dei vari canali social, Facebook e Twitter in testa, con costante produzione di contenuti ed eventualmente “feedback positivo” da parte delle “connessioni” (siamo giunti di nuovo in una zona molto grigia).


Tutti i datori di lavoro di questa lista generano “guadagno” (anche in senso non immediatamente pecuniario) con l’aiuto della scrittura su Internet, fuori da Internet. I primi tre casi mirano a conquistare e portare turisti sul territorio ovvero nel singolo albergo. Il politico può avere un interesse elettorale immediato (è stata ad esempio molto commentata la campagna su Internet di Letizia Moratti tra primo e secondo turno delle Amministrative) o voler costruire consenso sul medio e lungo termine (p.es. il deputato che mantiene sempre aggiornata la pagina Facebook, comunicando con “amici” o “fan” e curando quindi digitalmente il bacino elettorale e il territorio). Il quarto e quinto caso paiono simili al secondo, in quanto l’agenzia di scommesse vuole spingere il cliente a recarsi in una sua sede, ma sono pure simili al terzo, giacché l’agenzia, come un sito di brokeraggio turistico, può generare il proprio servizio e guadagno direttamente on line, tramite le “scommesse su Internet” (quando l’albergatore riceve il pagamento anticipato della camera su Internet deve invece ancora fornire il servizio).

Gli esempi precedenti sono distinti dal sito di consigli finanziari che macina profitti attraverso i clic dei visitatori ad annunci pubblicitari o dal blog/profilo di social network che presenta prodotti, ovviamente acquistabili su un sito Internet linkato, e viene retribuito per il traffico verso i siti destinazione. In questi contesti l’utile è creato tutto attraverso Internet, con l’indirizzamento del visitatore/relazione su social network verso un sito dove potrà diventare cliente (in senso largo, un blog di costume potrebbe avere tra i propri annunci un sito di raggruppamento politico che non vende direttamente un prodotto).
Le commistioni sono inoltre già numerose e lo saranno sempre di più. Un esempio particolarmente illustre di scrittura su Internet lo dimostra molto bene: il quotidiano su web genera profitti “pubblicizzando” la bontà dei propri contenuti e invogliando all’acquisto o abbonamento del cartaceo e anche, in questo panorama di velocissimi cambiamenti, all’acquisto della app per Ipad (nuovo territorio dove entrano subito potenti “intermediari” come Apple) ma genera pure introiti attraverso la pubblicità, palese e occulta (il rapporto poco elevato tra pagine viste e profitti “da clic su annunci” sta mettendo in crisi molti editori che cercano quindi nuove vie di monetizzazione, in primo luogo implementando soluzioni articolate di acquisto diretto dei contenuti web, si veda il notissimo paywall del New York Times).

Mi rendo conto che, forse per racconti di amici ed esperienze personali, il panorama presentato descrive un sistema economico tanto “efficiente” quanto, per usare un poco compiaciuto eufemismo, “disinvolto” e sebbene veda quest’immagine riportata anche in diverse testimonianze e studi, non posso accertarne la validità oggettiva generale. Resta però certo che questo settore, come altri dell’economia italiana più “sana”, prospera sopra un’aggressiva deregolamentazione dei rapporti di lavoro, spesso con lo svelto e spudorato alibi delle anacronistiche misure di protezione che non si possono oggettivamente applicare a Internet, regno dell’innovazione.
Questo pezzo dedicato alla scrittura a pagamento su Internet lo sto scrivendo, però e ovviamente, gratis. Perché mi fa piacere comparire su Carmilla e perché me lo posso permettere. Il primo motivo può essere interpretato secondo le venerande linee della vanità letteraria o accademica, il secondo indica che le mie condizioni economiche mi consentono di dedicare alcune ore di tempo libero a una passione. Devo purtroppo proseguire con le indelicatezze (ma ormai di sarà capito che il post è tutto di rugosa realtà e “mercificazione della cultura”): questo pezzo non costa niente a Carmilla ma, in principio, costa a me, in termini di mancato guadagno, ovvero preferisco scrivere le righe che, gentile lettore, hai sotto gli occhi piuttosto che qualche articolo a pagamento su Internet.
Se contattassi come autore un content marketplace molto noto potrei infatti guadagnare queste cifre (sempre che segua le loro rigide linee guida in modo da non accumulare “feedback negativo” e quindi giungere all’interruzione della collaborazione):
0,008 euro a parola per livello di qualità ad una stella
0,01 euro a parola per livello di qualità a due stelle
0,012 euro a parola per livello di qualità a tre stelle
0,015 euro a parola per livello di qualità a quattro stelle
Il numero di stelle indica i freelance che hanno un livello qualitativo migliore.
A questo va sommata la commissione di 0,30 € per ciascun articolo richiesto. In ogni ordine verranno addebitate tutte le parole che non fanno parte delle stopwords (un lungo elenco di lemmi frequentissimi, come articoli, preposizioni semplici e articolate, pronomi, forme verbali molto diffuse etc.). Un esempio di costo: 300 parole richieste alla tariffa di 1 stella verranno a costare 2,70 € (2,40 dato da 0,008 * 300 + 0,30 euro di commissione).

Faccio anch’io un esempio, intenzionalmente fuorviante, interno a questo sito: l’ultimo intervento di Alessandra Daniele è di 406 parole, se togliamo le stopwords stiamo probabilmente non molto sopra le 300. Assegnando un doveroso livello di qualità 4 stelle otteniamo un valore economico di 4,80 €. Questo mio post è già più lungo di 300 parole, stopwords escluse, e assegnandomi un modesto ma non deludente “livello di qualità due stelle” posso quantificare, approssimativamente, il mancato guadagno intorno ai 6 €.
Sebbene il sito in questione non lo specifichi, ritengo inoltre quasi certo che a questi introiti vada ancora applicato il prelievo fiscale, ad es. il 20% della ritenuta d’acconto. Come chiunque comprende, tali cifre sono assolutamente inferiori alla retribuzione di una sola ora per qualsiasi lavoro intellettuale e manuale “normale” – categoria sempre più “speciale”…

I sogni di gloria sono allora il naturale, direi quasi necessario, ribaltamento di questa realtà depressa: qualunque freelance che scriva su commissione di slot mascin (sic, perché vi è appunto un pubblico che cerca articoli su Google riguardanti le slot machines, senza conoscerne l’ortografia), pubblicherà gratis qui, su Nazione Indiana, su DoppioZero o sul proprio blog, sperando in un miracoloso riconoscimento del proprio talento, in una mail da Repubblica o Mondadori che lodi i pezzi in questione e proponga un lucrativo contratto di collaborazione. Per le condizioni generali del mercato, e conseguente paura del ridicolo, quasi nessuno confesserà tali ambizioni, e forse nemmeno quelle, dimidiate, di un semplice “lavoro decente”: un’attività di freelance regolata da contratti con qualche vetero-novecentesca misura di protezione del lavoratore, retribuita in maniera congrua e dedicata alla produzione di contenuti un po’ meno avvilenti delle slot mascin.

Roberto Saviano si è fatto conoscere su Nazione Indiana e quindi anche la tua appassionata inchiesta sulle falde acquifere inquinate o la potente riflessione sull’appiattimento cognitivo e linguistico nella comunicazione per social media potranno farcela. Sicuramente queste success stories esistono. Esattamente come saranno veritiere le success stories raccontate nelle mail che mi arrivano ogni settimana e offrono collaborazioni per 2 € a post, “ma solo per cominciare”. Si inizia dal basso e poi si sale in fretta fino a guadagnare, comodamente a casa tua e sulla base di un impeccabile sistema meritocratico, uno stipendio bello sostanzioso tutti i mesi. E così siamo di nuovo ripiombati, quasi senza accorgercene, nella realtà depressa, da cui eravamo oniricamente fuggiti; perché sappiamo bene che le cose non vanno poi per quel verso. Vengono anzi subito alla mente le storie sempre speranzose all’inizio e infine sempre fallimentari, dei lavori da casa di infila-perline o inserisci-dati, e, per idiosincrasia personale, non posso non ricordare pure la scena de Gli Invisibili dove tutta la famiglia “arrotonda a tempo pieno”, faticando e producendo senza tregua, nella propria abitazione e in nero, manufatti sottopagati per conto della fabbrica commissionante.

Le tutele dei freelance che tirano su vitto e alloggio scrivendo pezzi da 2 € sono ovviamente minime, se non proprio inesistenti. Come accade in altri settori dell’economia italiana, questi lavoratori digitali svolgono un ruolo produttivo importante senza che le (un tempo) tradizionali protezioni sindacali siano applicate. E, come accennavo sopra, la comodissima e male usata frasetta “la Rete non si regola e controlla” viene qui utilizzata per troncare la questione ancora più velocemente che in altri settori. Questo mercato del lavoro in cui si entra con un indirizzo email e un conto PayPal è inoltre internazionale. Un laureato in lingue può scrivere nella sua stanzetta a Bologna per un sito australiano, ed è pure possibile il caso opposto, sebbene la relativa poca diffusione della nostra lingua al momento “insuli” i copywriter italiani. Ma, considerato che per comporre la maggioranza degli articoli su commissione è richiesto l’uso di un italiano di base per vocabolario e sintassi e che il mercato italiano ha comunque dimensioni rilevanti, la concorrenza globale è alle porte, come il “ci stanno rubando il lavoro” e le guerre tra poveri. Anzi, non è nemmeno necessario aspettare giovani argentini con nonni italiani o studenti americani, rumeni e somali che imparano in un corso scolastico o universitario i rudimenti del nostro idioma; anche tra italiani, già oggi, si vedono queste micidiali contrapposizioni di lavoratori, ovvero tra gli “ultimi arrivati che si vendono per un tozzo di pane e abbassano la qualità” e i copywriter affermatisi qualche anno fa in un contesto più artigianale o persino professionistico, e certo meno feroce (quando, ad esempio, l'”appiattimento della comunicazione” e il ricatto del “troppo qualificato” non erano così rodati).

Jumpinshark cura in rete due frizzanti blog. Jumpinshark.blogspot.com si occupa praticamente di tutto, mentre La Repubblica è una Colonna di Destra si concentra sull’informazione.

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