di Osvaldo Bayer

bayerlight.jpg[È in libreria il nuovo numero de “il Reportage”, trimestrale di scrittura, giornalismo e fotografia diretto da Riccardo De Gennaro, contenente tra altre cose un fotoreportage di Mario Dondero e l’articolo di Osvaldo Bayer, da me tradotto, che pubblichiamo su Argentinazo. L’indice completo del numero è consultabile qui. Anticipiamo che di Osvaldo Bayer (a destra nella foto di Alberto Prunetti) uscirà a dicembre per Agenzia X il suo capolavoro, la biografia dell’anarchico italiano Severino Di Giovanni, in una nuova traduzione e con un testo ampliato e rivisto rispetto a quello che venne dato alle stampe ormai molti anni fa.] A.P.

Il culto dell’Argentina ufficiale per gli assassini di rango non è stato messo in discussione molto spesso. Il generale Lavalle, l’assassino di Dorrego — un martire dell’indipendenza argentina del XIX secolo – è stato premiato con l’intestazione di una via nei quartieri centrali di ogni città argentina e con un monumento proprio davanti al Palazzo di Giustizia di Buenos Aires. La sua vittima invece troverà una strada solo in quello che un tempo era il quartiere periferico di Palermo, dando il suo nome a un vicoletto in terra battuta. Il generale fucilatore diventerà addirittura un personaggio romantico della letteratura, celebrato per la tristezza e per la cattiva sorte del suo destino. Il culto per il fucilatore di Dorrego, in maniera sospetta, toccherà l’apice proprio dopo le fucilazioni del giugno 1956 del golpista Aramburu. Si arriverà addirittura a comporre una ballata con accompagnamento di chitarra per cantare il “romantico” e triste fucilatore.

In memoria del generale Aramburu hanno eretto un monumento, importanti strade ne portano il nome e ogni anniversario della sua morte si radunano rappresentanti ufficiali della burocrazia di turno: non per gridare la verità sui suoi assassinii, ma per il rituale minuto di silenzio. Invece di omaggiare le vittime, a futura memoria premiamo le mani omicide.

Ma niente è stato più perverso, tra tanti atti di genuflessione di fronte ai tiranni, della decisione di battezzare col nome del militare José Felix Uriburu, altro presidente golpista, il ponte che attraversa il fiume Riachuelo. Il fascista in uniforme che utilizzò le armi per rovesciare il presidente costituzionale Hipólito Yrigoyen, rompendo così l’ordine costituzionale nato nel 1916, ha trovato in quel ponte il suo monumento. Il despota brutale, dai modi spicci, che ordinò fucilazioni e incarcerazioni sommarie e ufficializzò la tortura con la picana elettrica, è il padre legittimo dei repressori della dittatura degli anni Settanta. Per la vergogna di tutti noi, le migliaia di persone che ogni giorno attraversano il Riachuelo devono patire l’onta di leggere il nome chi ha esercitato la forza bruta contro la dignità e la libertà.

Mi fermo un istante. Tra le mani ho un opuscolo, ormai ingiallito. Dalla copertina mi guarda un ragazzo sorridente, con la faccia da contadino spagnolo. È Joaquín Penina, il primo fucilato “dalla barbarie uribuista”, com’è scritto in questo pieghevole pubblicato nel lontano 1932 dal Comitato Pro Prigionieri e Deportati di Rosario.

Chi era Joaquín Penina? Un muratore di 26 anni che quando non lavorava vendeva libri. Libri libertari. Ma lasciamo parlare l’opuscolo: “Penina aveva lo spirito di un apostolo. Era un ribelle, nell’intimo. Visse da vicino l’ingiustizia sociale, amò lo spirito proletario più di se stesso. Come chi si libera da una zavorra, si spogliò da ogni egoismo. La solidarietà divenne per lui un fatto profondo, vivido. Il suo carattere tremava per la violenza. Così divenne un ribelle. Una ribellione senza rumore, senza gesti effimeri, ma di grande fermezza, radicata nel dolore di anni tristi, nei quali conservava nel suo pensiero un desiderio perenne: seminare le idee. La dittatura di Uriburu lo sorprese mentre diffondeva i semi e aprì solchi di fuoco nella sua carne e nel suo spirito. Di fronte alla canna delle pistole il suo volto, sempre sorridente, innamorato della vita nonostante le tante ingiustizie, non comunicava rancore bensì compassione verso i criminali della patria”.

Joaquín Penina fu accusato di stampare e diffondere volantini contro il golpista Uriburu. Un operaio anarchico faceva quello che non avevano fatto i politici, che lasciarono cadere il loro governo ai piedi di un generale arrivato alla Casa Rosada con una decina di cadetti militari. I soldati e la polizia assaltarono l’umile abitazione del muratore, lo trascinarono in commissariato e quella stessa notte lo fucilarono. Gli autori di un crimine tanto vile erano il tenente colonnello Rodolfo Lebrero, il capitano Luis Sarmiento, i poliziotti Félix de la Fuente, Marcelino Calambé e Angel Benavídez e il maggiore Carlos Ricchieri (un militare con lo stesso cognome, il generale Ovidio Ricchieri, sarà uno dei più feroci rappresentanti del sistema di sequestri di persona a partire dal 1976). I militari e i poliziotti che perquisirono la stanza di Penina si portarono via come bottino 600 pesos che il libertario aveva messo da parte per pagare il viaggio di suo padre dalla Spagna. La stessa pratica aberrante dei “ragazzi” di Videla e Massera .

Il capo del plotone di fucilatori era il sottotenente Jorge Rodriguez, che due anni dopo il crimine ne denuncerà i dettagli — come Scilingo sessant’anni più tardi — e farà mostra del suo pubblico pentimento con una denuncia raccolta dai quotidiani. Secondo il sottotenente spettò a lui eseguire la fucilazione perché era l’ufficiale di guardia nella notte del 10 settembre 1930. Ad avvicinarlo e a comunicargli l’ordine di fucilazione di “un individuo” fu il capitano Sarmiento. Alla richiesta di spiegazioni sull’identità dell’uomo, Sarmiento rispose che si trattava di “un anarchico che era stato sorpreso mentre stampava dei libelli che istigavano il popolo e le truppe militari contro le autorità che governano il paese”.

Il detenuto fu condotto con una camionetta cellulare in un luogo isolato di campagna. Il plotone era composto dal sottotenente Rodríguez e tre soldati, armati con armi irregolari come le pistole Colt. Rodríguez descrive così gli ultimi momenti di Penina: “Lo fecero scendere dal camion e udì il rumore delle pistole che venivano caricate. Io mi trovavo a un passo da lui e lo vidi sbarrare gli occhi per lo spavento: si era reso conto della situazione. Fece un mezzo passo indietro. Lo vidi mordersi il labbro inferiore come se preferisse sentire il dolore della carne ma non la paura. Io lo seguivo. Da quando lo vidi scendere, sui miei occhi e sulla mia fronte era calato un velo di stupore e di irrealtà. Non volevo prolungare la coraggiosa agonia di quell’uomo. Ordinai: “Puntate!”. A quel punto il reo girò la testa verso sinistra e con sguardo carico d’odio verso il gruppo di uomini che aveva di fronte gridò: ‘Viva l’anarchia!’. La sua voce era calma, non vidi in lui paura.
‘Fuoco!’, ordinai, senza già vedere nulla. Tre spari.”

Dopo aver descritto il colpo di grazia, da lui stesso esploso contro la testa del fucilato, il sottotenente aggiunse: “Ci avvicinammo tutti al cadavere e qualcuno disse: ‘Fino all’ultimo si è comportato da coraggioso’. Vestiva miseramente: scarpe di canna, pantaloni marrone scuro. Portava con sé un sacco. Era biondo e piccolo di statura. Dimostrava 25, 26 anni. Nelle sue tasche trovammo due o tre biscotti rinsecchiti, in parte mangiati, e un vaglia da 5 pesos per un fratello di Barcellona. Il vaglia non arrivò alle mie mani e non so neanche chi se lo sia preso.”

Offeso, umiliato, derubato e fucilato. Siamo tutti assassini. Noi argentini siamo “diritti e umani”. Abbiamo votato in passato in forma diretta e segreta per i repressori. Poi ci indigniamo quando uno studente malmena la sua professoressa. Cos’altro è, se non un apprendista in quella società violenta che ha ereditato?

Cominciamo a cambiare nome al ponte che unisce la capitale con la località di Valentin Alsina. Al nome del tiranno assassino mettiamo quello della sua prima vittima, l’operaio Joaquín Penina. Un primo gesto per poterci guardare allo specchio.

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