di Sandro Moiso

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Prologo

La battaglia della Foresta di Teutoburgo si svolse nell’anno 9 d.C., tra l’esercito romano guidato da Publio Quintilio Varo e una coalizione di tribù germaniche comandate da Arminio, capo dei Cheruschi. La battaglia ebbe luogo nei pressi dell’odierna località di Kalkriese, nella Bassa Sassonia e si risolse in una delle più gravi disfatte subite dai romani: tre intere legioni furono annientate, oltre a 6 coorti di fanteria e 3 ali di cavalleria ausiliaria.
Per riscattare l’onore dell’esercito sconfitto, i Romani diedero inizio a una guerra durata sette anni, al termine della quale i Romani rinunciarono a ogni ulteriore tentativo di conquista della Germania. Il Reno si consolidò come definitivo confine nord-orientale dell’Impero per i successivi 400 anni.
Di là i barbari, senza volto, spesso confusi gli uni con gli altri dagli storiografi romani, ma sempre estranei ed incomprensibili per coloro che li bollavano come incivili o privi di linguaggio.

Si è dovuti arrivare agli esponenti ed alle riflessioni degli studi storici post-coloniali perché qualche studioso iniziasse ad accorgersi che di quei popoli sono arrivate fino a noi solo descrizioni di parte. Quella imperiale, destinate a rafforzare allora la paura dei cittadini dell’impero nei confronti degli “altri” e ad alimentare, nell’antichità ed ora, la fiducia nella superiorità della civiltà romana, magari benedetta da Santa Madre Chiesa.
Già i barbari, ma che centrano con la Val di Susa e gli eventi del 3 luglio?


Diario e cronaca di una giornata memorabile

La giornata è luminosa fin dalle prime ore del mattino.
Il treno da Torino Porta Nuova per Bardonecchia delle 8,15 è già stracarico di gente almeno venti minuti prima della partenza. Per un attimo molti temono di non riuscire a partire.
Poi, con incastri umani degni di Houdini, tutti riescono a salire e le porte si chiudono.
La Polfer non può o non deve far scendere nessuno. Si parte.

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Destinazione per tutti è Chiomonte, dove si formerà uno dei tre cortei previsti per la giornata.
Uno infatti, di soli valsusini o quasi, partirà da Giaglione e l’altro da Exilles, con i sindaci, Grillo e i manifestanti arrivati in autobus da più lontano.
L’aria è quella delle feste e delle lotte: c’è gente di ogni età e condizione, c’è voglia di parlare, discutere, scherzare. I più vecchi parlano in termini di lotta di classe e di esperienze passate.
I giovani ascoltano, controbattono oppure, se sono in coppia, si tengono per mano o si abbracciano.

Seguiranno ancora altri treni nella mattinata: nessuno ultra-veloce, tutti regionali, tutti utili e puntuali. Anche i carabinieri sono puntuali. Alla stazione.
Ammassati intorno ai cellulari ed alle auto di servizio, osservano tutti quelli che escono dalla stazioncina di montagna: ragazzi con i capelli rasta, ragazze dai vestiti colorati, bandiere No Tav, oppure rosse oppure tricolori o del Movimento 5 stelle, uomini anziani e donne non più giovani.

Una si ferma, li apostrofa con marcato accento piemontese: “Non vedete che ci stanno rovinando, questi ladri, con queste spese inutili? E in guerra , poi, cosa ci facciamo?
Fanno lo gnorri, guardano da un’altra parte, ma si vede che qualcosa li rode.
Si scende verso la statale e il centro del paese. Ci si conta: “Quanti saremo?”
L’elicottero sta già volteggiando come un avvoltoio sulla valle.

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Guarda lì doa a van a finì i nosti sold!” Sarà una delle frasi più sentite della giornata, ogniqualvolta un anziano valsusino o compagno alzerà gli occhi al cielo per guardare la minacciosa macchina volante. Da là sopra ci fotograferanno per tutto il giorno; per tutto il giorno fotograferanno anche mani col dito medio sollevato, sorrisi e linguacce di scherno.
E registreranno anche insulti, tanti, coloriti ed anche un po’ triti.

C’è un piccolo banco che vende gadget, magliette, bandiere, vini e cartine No Tav.
Poi nelle vie strette del paese ancora banchi per la vendita dell’Avanà, un vino prodotto con un vitigno locale, della zona ora quasi circondata dal cantiere.
Il giovane produttore ci avverte: “Catelo adess ca l’è bon, n’àutr ani a sai pa?!”Sui muri campeggia l’articolo riguardante le dimissioni dell’assessore alla Cultura del paese, dimessasi da quando le forze dell’ordine hanno occupato il locale museo etnografico per stabilirvi il comando avanzato.

Nelle vie strette del paese il corteo si compatta.
Il servizio d’ordine locale spiega che non si può scendere verso la centrale elettrica perché il percorso autorizzato prevede che il corteo di Chiomonte incontri il corteo proveniente da Exilles al bivio per Ramats e che, poi, da lì si ridiscenda verso la centrale e, attraversando il ponte, si risalga verso il luogo di partenza. Si tenga a mente questo particolare: il permesso di attraversare il ponte.

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Si torna sulla statale. La folla aumenta; ci sono striscioni di compagni provenienti dalle Marche, cartelli scritti in sardo, giovani con la parrucca rosa che suonano percussioni e rallegrano l’ambiente con ritmi brasiliani. Si accennano i primi passi di danza. C’è il ritmo. I barbari si muovono.
E, si sa, i barbari sono migranti per antonomasia. Parlano altre lingue, ascoltano altre musiche, credono in altri valori.

Secondo Tacito, i barbari non attribuiscono particolare valore all’oro e all’argento, non fanno sfoggio di eleganza, non chiamano “spirito del tempo” né il corrompere né il lasciarsi corrompere, sono generosi ed ospitali, non praticano l’usura e non hanno intrattenitori professionisti.
Ecco, ci siamo, siamo noi, siamo in marcia. E al bivio di Ramats, mentre già sull’altro lato della valle sfilano migliaia di persone, i due cortei si incontrano, si fondono. Sessanta, settantamila?
Chi può dirlo?

Intanto tutti si sono accorti che il traffico sull’autostrada è scemato. Giunti sull’altro lato della valle si vede che l’autostrada è ormai chiusa e che i celerini la presidiano in assetto anti-sommossa, sotto il sole ormai cocente e dietro le griglie di ferro. Chiusa da Susa a Bardonecchia.
Diranno poi di averla chiusa a causa delle sassaiole che,in realtà, non la raggiungeranno mai.
L’intento, invece, è quello di frenare l’afflusso di altri autobus e di altre auto verso Exilles.
Il traffico sulla statale è lento e molti manifestanti arriveranno ancora nel pomeriggio.

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Il corteo è quasi costretto a dividersi proprio sotto Ramats. L’affollamento è tale da impedire quasi di procedere se si rimane tutti sulla strada della centrale. Una parte comincia a risalire la montagna, sulla strada e sui sentieri, ripidi e assolati.
Arrivano le prime notizie dal corteo di Giaglione: la storica baita del presidio è stata ripresa.
Forse ci sono scontri in corso intorno al cantiere.

Si sale ancora: famiglie, ragazzi, adulti, anziani. Dall’alto si vedono i celerini sul viadotto, quelli che, nel pomeriggio, prenderanno di mira con lacrimogeni e oggetti contundenti di varie dimensioni, i manifestanti che si troveranno a passare sui sentieri sottostanti. Decine di metri più in basso.
Grazie, la polizia di Maroni è sempre efficiente, come quella di D’Alema e di Fini. Di Genova e Bolzaneto, ma si sa i delinquenti e gli assassini sono sempre gli altri. I barbari appunto.

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Si sale ancora. Lungo la strada, in alto e in basso, manifestanti di ogni età battono incessantemente con pietre ed altri oggetti sui guard-rail di metallo. E’ il ritmo della giornata, un rito antico, che fino alla fine accompagnerà la lotta e, poi, la battaglia. E’ il suono della rabbia e della volontà di esserci per resistere. Anche quando il corteo si sarà fermato più in basso e poi diviso e separato dai lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. Fino a pomeriggio inoltrato.

E’ certo: giù alla Maddalena si combatte. Arrivano le prime notizie di un ragazzo colpito al volto da un lacrimogeno e di un altro alla pancia da un proiettile di gomma.
La strada finisce a Sant’Antonio, frazione di Ramats. Quota 990.
Qui molti si rifocillano, mentre ragazzi e ragazze, col volto coperto con la kefia, prendono i sentieri che portano più in basso, verso la Maddalena.

Da un poggio, poco sotto la chiesa della frazione, si può osservare il campo di battaglia a ridosso del Museo, dove precedentemente si era installato il presidio della libera repubblica della Maddalena. Era stato facile, il lunedì precedente, sgombrare all’alba, con duemila agenti e con le ruspe, i mille presenti. Donne e bambini compresi.
Oggi sembra meno facile, per le truppe scelte del Ministero degli Interni, tenere la posizione.

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Si osservano i movimenti della polizia, il fitto e continuo lancio di lacrimogeni, le raffiche di petardi, le contro-cariche dei manifestanti. Il solito avvoltoio a sua volta osserva, fotografa, spia.
Chi ha dimestichezza con la valle capisce subito che, là sotto, c’è gente del posto che conosce i sentieri e le posizioni migliori. Il saliente di fronte allo schieramento militare è irto di boschi fitti, di macigni, di ripari naturali. Le cariche non possono infilarsi là in mezzo.

Lo confermeranno nella conferenza stampa del giorno dopo i rappresentanti dei comitati No Tav, lo confermeranno le donne della Val Susa: “altro che black block, là c’eravamo noi, erano i nostri figli quelli che hanno reagito” alle continue, da anni, violenze e prevaricazioni delle forze del disordine, dello stato e della politica da quattro soldi.
Se questa è la modernità, se moderno è Speroni che si vanta di aver fatto i 316 km/h su una autostrada tedesca, allora noi siamo vecchi, antichi come la pietra di queste montagne. E così sia.

Ragazzi risalgono dalla valle, altri scendono per portare l’acqua richiesta da quelli che stanno più in basso. Un gruppo di reduci degli anni sessanta e settanta, tutti ampiamente over fifty, condivide il pane e il vino (e magari anche il cous-cous e i peperoni verdi fritti) con i giovani che scendono e risalgono la montagna come i partigiani di un tempo. La rivolta e il corpo a corpo è, da sempre, roba per ventenni, ma la rabbia e l’esperienza politica appartengono ad ogni età.

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Vien da ridere a pensare a quelli che saranno i commenti del giorno successivo.
Quelli di un dirigente di partito che è stato ministro dei trasporti favorevole alla Tav, che accuserà i manifestanti di esser dei violenti e dei delinquenti.
Proprio lui che si teneva come prezioso consulente Franco Pronzato, il corrotto e corruttore dell’attuale affaire ENAC.

Oppure ai comunicati congiunti del leghista Cota e del sindaco di Torino Fassino che, quando era segretario della Federazione giovanile del PCI, guidava le cariche del servizio d’ordine di partito, a fianco del responsabile militare Giuliano Ferrara e dei carabinieri, contro gli indiani metropolitani che occupavano l’Università nel 1977. Il giorno dopo la cacciata di Lama dall’Università di Roma. Anche allora contro i barbari e i presunti terroristi.

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E vien ancor più da ridere a pensare al gigantesco autoporto di Orbassano voluto dalle amministrazioni di sinistra di Torino e del Piemonte. Costruito in prossimità dello stabilimento di Mirafiori già negli anni novanta e sempre ampiamente sottoutilizzato, finanziato con fondi europei, destinato a convincere la FIAT a rimanere nell’area mentre già stava smantellando gli stabilimenti, molto prima di Marchionne. E oggi giustificabile, in termini di costi di manutenzione, soltanto qualora fosse costruita la Tav. Ròba da mat!

A proposito di FIAT: molti non ricordano che nei primi anni settanta il giornale di fabbrica degli operai FIAT di Torino si intitolava “I Centomila” poiché quello era il numero degli operai presenti negli stabilimenti torinesi. Dopo lo sciopero e l’occupazione degli stabilimenti del 1980, sospesi solo grazie all’intervento di Sant’Enrico Berlinguer davanti ai cancelli di Mirafiori e dopo la fasullissima “marcia dei quarantamila” (capi, capetti, guardioni e ladroni) iniziò il vero smantellamento dell’azienda che oggi comprende, nelle fabbriche di Torino, meno di novemila dipendenti (tra operai ed impiegati).

Ma allora, Vergine Santissima con tutti i Santi in corteo, ci vogliono spiegare questi dirigenti di sinistra che hanno votato sì in coro alle proposte di Marchionne che minchia credono di rilanciare ancora nella città fantasma dell’auto?! Forse regalando ancora alla marchionnesca s.p.a. la possibilità di accaparrarsi appalti per la costruzione di nuovi, inutili e nocivi treni ad alta velocità ?!

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Ma il tempo delle riflessioni è finito ed è giunto quello di tornare a valle.
Per scendere verso la strada della centrale, si prendono i sentieri scoscesi, mentre ogni tanto dall’alto dei viadotti piovono Ufo omicidi di origine poliziesca.
Giunti al fondo si scopre però che il transito verso il ponte e verso Chiomonte è impedito dal lancio continuo di lacrimogeni da parte della P.S.

Molti saranno costretti guadare il torrente sottostante con l’acqua fino a mezza coscia. Altri aspetteranno un momento di tregua per attraversare di corsa il ponte mentre la polizia arretra sotto le sassaiole dei ragazzi.
I lacrimogeni sì, quelli fanno veramente male.
Fanno forse lacrimare meno gli occhi di quelli del passato, ma in compenso prendono subito alla gola, allo stomaco e ai polmoni.

Sono cancerogeni e, non per nulla, vietati dalla convenzione di Ginevra…ma chi se ne frega siamo nell’Italia di Berlusconi, di Bersani e di protagonisti di film poliziotteschi degli anni settanta come Di Pietro o di opportunisti incialtroniti come Grillo.
Tutti, tranne forse il presidente del consiglio troppo preso dal maldestro tentativo di truccare ulteriormente le carte (già truccatissime) della finanziaria, perderanno ancora una volta una buona occasione per tacere a partire dalla serata stessa.

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Migliaia di persone, stipate lungo i tornanti della strada che conduce verso il centro di Chiomonte, battono ancora contro il guard-rail, applaudono i giovani resistenti, fischiano ed insultano la polizia che, con idranti e ruspe, non riesce a scacciarli e a dividere definitivamente i due versanti della valle. Ancora una scena che rimanda agli antichi barbari, ma anche ad Atene, alla striscia di Gaza e alla Tunisia. Il capitalismo occidentale, neo-colonialista in casa e nel Mediterraneo e morente nei confronti delle nuove potenze emergenti, unifica le lotte, i comportamenti e i modi di sentire.

Per confermare l’impressione di neo-colinialismo interno, il commissario governativo per la Tav, Mario Virano, affermerà il giorno successivo agli scontri:”I bambini? Una foglia di fico per i violenti!”. Come in Afghanistan,come in Libia , come in Iraq, ogni qualvolta degli innocenti cadono sotto il fuoco o le bombe dell’impero d’occidente la colpa è dei terroristi e dei barbari che se ne fanno scudo. Complimenti per la fantasia e per la profonda umanità degli interventi, appunto, umanitari.

Giunge il tardo pomeriggio, pare che la polizia abbia scelto di trattare con i dimostranti per garantire la ritirata e l’attraversamento del ponte. In mezzo al frastuono dei candelotti e degli spari, delle pietre sugli scudi e sui bulldozer, dei sassi battuti sui guardrail e delle acque del torrente, sta nascendo e si sta rafforzando un nuovo movimento. E un nuovo internazionalismo.
Si torna ai treni, mentre il solito produttore di vino afferma che il prossimo anno l’avanà saprà anche un po’ di CS, da quanti candelotti sono stati sparati nelle vigne. Auguri.

Epilogo
“Sono giovani treni lanciati in corsa, ma non trasportano merci e passeggeri.
Trasportano idee per un mondo nuovo e parlano già un’altra lingua.
Il poter non li può e non li vuole capire perché avrebbe tutto da perdere.
Loro non hanno nulla da perdere se non le loro catene e arriveranno a fine corsa.
E solo allora sputeranno sulle tombe dei vincitori di un tempo ormai dimenticato e lontano ”

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(Dedicato a tutti coloro che il 3 luglio 2011 hanno partecipato, in tutti i modi e tutte le forme, alla manifestazione No Tav).

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