nina_dei_lupi.jpgdi Giovanni Cocco

frecciabr.gif Nina dei lupi di Alessandro Bertante (Marsilio, 2011) — 223 pagine, € 18.50

Di difficile classificazione, Nina dei lupi, terza prova narrativa di Alessandro Bertante per Marsilio, potrebbe essere qualificato indifferentemente come fiaba gotica, romanzo post-apocalittico, parabola post-industriale, romanzo di formazione (o Dell’apprendistato di Nina?). Nell’epica del “ritorno alla terra” cantata da Bertante il lettore non può fare a meno di notare (almeno all’inizio del romanzo) una certa parentela, nelle ambientazioni e negli scenari evocati, con l’ultimo Veronesi (quello, ottimo, di XY, Fandango, 2010) e l’ultimo Longo (il Longo “vero”, Davide, anch’egli autore della scuderia Procacci- Baricco-Veronesi-Desiati, autore di quell’Uomo Verticale, del 2010, di cui tanto si è parlato nei mesi passati): ma il romanzo dell’autore milanese possiede un incedere impetuoso e si smarca subito dalle direzioni più ovvie.

Bastano poche pagine per respirare un’aria più rarefatta, con atmosfere boschive e scandinave à la Arto Paasilinna (il personaggio di Alessio Slaviero ricorda da vicino l’Oiva Juntunen de Il Bosco delle volpi – edito in Italia da Iperborea, nda -).
alessandro_bertante_by_nico.jpgIl romanzo di Bertante è anche molto altro: non mancano alcune virate nella direzione “fantasy” e la scena di Nina alle prese col grifone e il dolmen (p. 109) sembra uscire fuori dalle pagine del Terry Brooks della saga di Shannara, coadiuvato, in questa direzione, dalla scelta dell’autore di utilizzare indicazioni geografiche caratterizzate da una certa indeterminatezza (“La Montagna Scura”, la “Tramontana Nera”), tipiche, appunto, del genere fantasy.
L’orizzonte morale è scandito, sulla pagina, dai repentini cambiamenti climatici, veri e propri indicatori delle frequenti sterzate del romanzo.
[…] Un capitolo a parte meriterebbe la questione riguardante la scrittura, la lingua utilizzata: ruvida, “primitiva”. Eppure anche su un impianto narrativo di tipo tradizionale Bertante trova il modo di innestare alcune soluzioni davvero interessanti come il frequente ricorso ad intervalli onirici (da manuale la descrizione dell’incubo di Fosco con i lupi in frac e redingote), inserti meta-narrativi in cui l’Autore modula filastrocche, ballate e refrain tratte, di volta in volta, dalle più svariate tradizioni popolari (italiana e nordeuropea) e mitologiche (celtica e scandinava).
E’ da menzionare, inoltre, il collegamento (non solo ideale) tra il personaggio di Alessio Slaviero e la prova precedente dello stesso Bertante, l’epica catalana di Al Diavùl (qui la recensione), di cui rimangono tracce sia nella visione manichea dei personaggi e delle fazioni in lotta, in una sorta di deriva post-ideologica (in cui ad essere bandite sono ogni sorta di religione e credo, siano esse laiche o rivelate) che si contrappone in maniera vigorosa al relativismo imperante nella narrativa italiana più recente. Caratteristica, quest’ultima, mutuata per difetto dalla nostra narrativa, in una sorta di approccio necessario e distorto verso il postmoderno di matrice anglosassone.
Non mancano i difetti, una certa ingenuità gratuita (“gli schedari di acciaio del catasto contenenti i documenti delle nascite e delle morti”, a pag. 16: anagrafe o catasto?!), un abbandonarsi, talvolta, a descrizioni da feuilleton, ma sono mancanze lievi, facili da perdonare all’autore di fronte alla sua scelta, netta e orgogliosa, di assegnare un posto di riguardo ad un plot che si propone di reinterpretare le vicende umane in chiave simbolica, alla stregua di un vero e proprio manifesto: qui si fa FICTION, al diavùl i fegatini personali, la narrativa generazionale, l’autobiografismo spicciolo!

Il romanzo è strutturato in diciotto capitoli omogenei per lunghezza, fatta eccezione per il primo e l’ultimo che funzionano da prologo ed epilogo. L’arco temporale descritto nel libro occupa all’incirca un anno di vita dei protagonisti, col villaggio di Piedimulo colto all’indomani della catastrofe planetaria, spesso menzionata e abilmente mai descritta troppo nel dettaglio (se non alle pagine 98 e 99 dove l’autore tratteggia con pochi, rapidi tocchi, il Crollo della civiltà occidentale e capitalistica). Una brusca accelerazione temporale viene innestata all’interno del capitolo conclusivo, con l’intento (perfettamente riuscito) di restituire la vicenda di Nina alla dimensione del mito:

“In tutte le vallate sopra al grande lago si raccontava la storia della bambina che divenne donna, crescendo sola tra le bestie selvagge” […] “Si favoleggiava del suo arco infallibile” […] “Durante le lunghe notti d’inverno trascorse davanti al fuoco, i bambini delle montagne occidentali volevano ascoltare solo una storia. Chiedevano di raccontare di Nina. Nina dei lupi” (pag. 219).

Bertante, come nel lavoro precedente, attribuisce una particolare forza evocativa ai nomi dei personaggi e dei luoghi (“Errico Nebbiascura”, “Marisol” e “Comunardo” più “Montecastello” per quello che riguarda Al Diavùl) e se per la “Montagna Scura” e la “Tramontana Nera” si è già detto, qui basti ricordare il nome del villaggio, “Piedimulo”; quello del torrente, “Nuro”; quello del villaggio vicino, “Monte San Gabriele”; quello del cattivo per antonomasia, “Fosco”; quello dell’ultimo cane rimasto nel villaggio, “Dago”. E via di questo passo con “Alma” e “Tito”, i due lupi che stanno con Alessio; Diana, la “strega”, prototipo del personaggio DARK. I “cattivi”, ovviamente, si chiamano “Tano”e “Il Roscio”. Le vittime Giovanna, Maria e Luca.
Non manca una particolare teoria delle scorte e dei generi alimentari (“patate, carne secca, latte” a pag. 75; ma anche “pasta, zucchero e marmellata”, a pag. 134; “latte di capra caldo, due biscotti e marmellata di more”, a pag. 156; e poi sigarette, grappa, caffè etc.), capace di ricreare nel lettore sensazioni tattili, olfattive e di gusto che sono, di fatto, uno degli ingredienti fondamentali del libro (e del romanzo d’avventura in senso più ampio).
Non mancano i GRANDI personaggi, personaggi-archetipo, dominati dalle figure di Alessio e Nina.
Non si scomodi, a proposito dell’amore tra la protagonista tredicenne e il maturo Alessio, la recente e rinnovata polemica sul rapporto tra materia letteraria e pedofilia (polemica che prende le mosse dal racconto “Amore” di Giulio Mozzi, recentemente riedito da Laurana, nella raccolta Il male naturale): la vicenda narrata da Bertante appartiene alla sfera del simbolo, trae i suoi presupposti da una accurata indagine di tipo antropologico, è un continuo rincorrersi di parole tra mito e leggenda. E così il ruscello che delimita la periferia del borgo separandolo dall’inizio della foresta, diventa dimensione letteraria.
Il percorso iniziatico della protagonista, Nina, è segnato da tappe in cui domina, ancora una volta, il simbolo: il mestruo; la vestizione (con tanto di tunica, coltello ed arco); il tirocinio (le esercitazioni con l’arco); la prova da superare (Nina abbatte il capriolo, a pag. 171); l’epifania finale (nella scena dell’attacco al villaggio, in cui la dodicenne sprovveduta delle prime pagine ha lasciato il posto ad un’ eroina da mitologia greca).
Non manca una dimensione “magica”: la castagna di Nina, il suo portafortuna; l’apparizione del grifone.
Nel dramma finale della follia di Fosco (che inizia con l’uccisione del compagno Gianpaolo) non è difficile rintracciare echi dell’”Hamlet” e una sorta di trasfigurazione del dittatore nazionalista anni ’40.
Le scene e le sequenze da ricordare sono numerose: citiamo la scena iniziale dell’esplosione provocata all’interno della galleria; il rogo dei cadaveri dei paesani trucidati (pag. 83-84); la descrizione della Catastrofe (pag. 98-99); la scena di Nina davanti al Dolmen (pag.109); la caccia dei lupi (pag. 114-115); Alma e Tito attaccano l’uomo e la donna all’interno del bosco (pag. 136-138); Nina ammansisce il lupo (pag. 140-141); Nina abbatte il capriolo (pag. 171); la pirotecnica scena finale: un western in salsa medievale (con tanto di pira sacrificale) in cui non manca una spruzzatina di Matrix.
Le pagine più interessanti dal punto di vista squisitamente letterario (quelle in cui Bertante raggiunge vette stilistiche non indifferenti) sono: 1) il Monologo di Diana (pag. 177); il Deliro di Fosco (pag. 202-203); il Canto di Alessio (pag. 212-213).
Insomma, un romanzo potente e visionario: un trionfo di FICTION. Una scrittura capace di modulare registri alti e bassi. Una narrativa che si pone un obiettivo ambizioso: quello di RIcreare la realtà.

13089721_alessandro-bertante-da-nina-dei-lupi-0.jpgL’autore
Alessandro Bertante è nato ad Alessandria nel 1969 e vive a Milano.
Nel 2000 ha pubblicato il romanzo Malavida (Leoncavallo Libri), nel 2003 ha curato per la Piemme la raccolta di racconti 10 storie per la pace, nel 2005 è uscito il saggio Re Nudo (nda Press), nel 2007 il saggio Contro il ’68 (AgenziaX).
Nel 2008 ha pubblicato il romanzo storico Al Diavul (Marsilio), vincitore del Premio Chianti e del Premio città di Bobbio. Insegna alla N.A.B.A. di Milano ed è condirettore artistico del festival letterario “Officina”.

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