di Fabrizio Lorusso

rogo-di-libri.jpg[Questo articolo è un riassunto del caso della censura in Veneto e le reazioni che ha scatenato; è apparso sul numero 12, febbraio/marzo 2011, della Rivista Loop in edicola dal 18 febbraio scorso che potete consultare a questo Link]

Parole come “censura” e “liste di proscrizione” tornano a riecheggiare nelle biblioteche, nelle scuole, negli uffici pubblici e di governo, sul web e nelle strade del Veneto e d’Italia evocando i fantasmi di un fascismo latente in certi settori della società. Lo scorso 15 gennaio, Raffaele Speranzon, assessore alla cultura della provincia di Venezia, il quale proviene da ambienti politici missini e oggi milita nelle file del Pdl, ha rilanciato pubblicamente una proposta di un collega berlusconiano, Paride Costa, consigliere del vicino comune di Martellago: chiedere alle biblioteche delle rispettive città di ritirare dagli scaffali i libri di una sessantina di scrittori italiani e stranieri che sono stati definiti “persone sgradite”. Costa aveva a sua volta aveva ripreso un’idea del segretario generale del sindacato di polizia Coisp, Franco Maccari, il quale addirittura avrebbe auspicato l’estensione della misura contro gli autori incriminati a tutto il paese. Proposte pericolose dal retrogusto neofascista (VEDI video reportage sul caso Rogo Di Libri).

Tiziano Scarpa, Valerio Evangelisti, Wu Ming, Pino Cacucci, Massimo Carlotto, Stefano Tassinari, Antonio Moresco, Girolamo De Michele, Daniel Pennac, Lello Voce, Loredana Lipperini, Giuseppe Genna, Cristina Brambilla, Serge Quadruppani, Nanni Balestrini, Giorgio Agamben, e tanti altri sarebbero passibili di censura. Perché proprio loro? Secondo i promotori la loro colpa sta nell’aver firmato nel 2004 un appello della rivista Carmilla dichiarandosi a favore della non estradizione dalla Francia di Cesare Battisti, ex membro dei Pac (Proletari Armati per il Comunismo) condannato all’ergastolo che aveva vissuto oltralpe per 14 anni protetto dalla dottrina Mitterand sui rifugiati politici. Mi sembra che la firma dell’appello sia un pretesto piuttosto grossolano per intraprendere una specie di campagna di castrazione della cultura che, in realtà, mira a epurare il dissenso, l’espressione artistica e la libertà d’opinione nelle aree controllate da forze politiche avverse ai valori garantiti dalla Costituzione.
Il 25 gennaio, in mezzo a mille polemiche sull’opportunità politica di un’iniziativa dai tratti evidentemente illiberali, Speranzon ha presentato una mozione (numero d’ordine 423) in consiglio comunale chiedendo al Sindaco e alla Giunta d’individuare “forme di boicottaggio civile” e di “manifestare l’indignazione della città intera” contro alcuni di loro. Rispetto alle intenzioni iniziali, dalla lista ufficiale della mozione (Leggila Qui) spariscono alcuni firmatari (quelli che vicino alla firma non avevano aggiunto la professione “scrittore” forse) e viene escluso anche il collettivo di scrittori e promotori dell’appello Wu Ming, forse per la difficoltà di reperire i nomi di ciascuno di loro. Compare invece tale “Catalano” e alcuni romanzieri deceduti. Viene indicato erroneamente il 2007 come anno dell’appello di Carmilla. Si attribuisce il ferimento di Alberto Torregiani a Battisti mentre anche la sentenza di condanna del 13/12/88 ha sancito che questi non era presente durante quell’attentato.
Queste “sviste” dimostrano una pura e semplice sommarietà, condita con fretta e ansia inquisitrice nello stilare l’elenco e digrignare i denti in pubblico. Comunque questo è quanto proposto e presentato nonostante le proteste levatesi dalla società civile e da un folto gruppo di intellettuali contrari al ritorno delle liste nere in Italia, indipendentemente dalla loro posizione sul caso Battisti che è una scusa per esercitare la censura. Preoccupano le continue regressioni democratiche sperimentate in terra veneta. Il romanziere veneziano Scarpa ha definito l’iniziativa come “una prassi delle dittature e delle monarchie assolute”.
Tra i proscritti si trovano intellettuali con opinioni politiche e carriere così diverse tra loro che solo il sottile nesso della firma apposta sull’appello del 2004 poteva motivare una così ampia convergenza di personaggi nell’elaborazione creativa di siffatto elenco di nominativi da parte degli aspiranti censori. Effettivamente la trovata di usare Battisti, ritornato alla ribalta delle cronache dopo la decisione legittima e autonoma del presidente brasiliano Lula di non concedere la sua estradizione all’Italia, poteva risultare vincente a livello mediatico e redditizia politicamente in una fase caratterizzata da dibattiti sterili e unilaterali con le invettive anti brasiliane a farla da padrone.
Al riguardo lo scrittore francese Serge Quadruppani ha sottolineato che “Di fronte all’imbecillità fascistoide, si resta come ammutoliti: l’idiota enormità di certe dichiarazioni potrebbe lasciarci senza voce. E’ una cosa talmente stupida che si ha soltanto voglia di alzare le spalle e pensare ad altro. Ma questa enormità e quest’idiozia hanno effetti molto concreti”.
Resta anche da spiegare com’è che l’Italia e soprattutto il Veneto si afferrino alla retorica anti carioca quando all’atto pratico sono ampiamente beneficiate dalla relazione economica con la potenza sudamericana come ha documentato Massimo Carlotto su Carmilla con l’articolo Gli affari del Veneto in Brasile e il caso Battisti, ovvero: la strategia della menzogna.
Nel comunicato diffuso dagli “Scrittori contro il rogo” si conferma che “mentre i politici di destra reclamavano a gran voce il boicottaggio delle relazioni Italia-Brasile, la regione Veneto spendeva 185.000 euro per inviare una delegazione al 22° Festival del Turismo di Gramado, che si è tenuto dal 18 al 21 novembre 2010. In realtà Battisti non è l’unico, né il principale, latitante italiano che il Brasile non estrada (e lo stesso varrebbe per molti latitanti brasiliani rifugiatisi in Italia): è solo l’uomo giusto capitato nel posto giusto al momento giusto, quando cioè serviva un’arma di distrazione di massa per riempire le pagine dei giornali e togliere spazio a ben altre informazioni”.

Il paese in generale e la regione Veneto avrebbero solo da perderci se decidessero di rinunciare alle prebende promesse dagli appalti per i mondiali di calcio nel 2014 e le olimpiadi del 2016, tra le altre. Quindi il problema non è Cesare Battisti. E’ tutto ciò che gli si è andati caricando addosso senza fermarsi a riflettere e discutere criticamente su un’epoca, su uno Stato, su una giustizia e su un popolo che sono lentamente cambiati ma che si portano ancora dietro anni e tensioni irrisolte. Anche questo chiedeva l’appello del 2004: una riflessione storica che nessuna forza politica aveva mai proposto di aprire prima, per provare ad affrontare un capitolo turbolento e controverso della nostra vicenda nazionale. La censura, il non ascolto, l’imposizione del paraocchi collettivo sono atti vili che si ritorcono contro chiunque a prescindere da come la pensi su una questione e mettono in pericolo le fondamenta della democrazia stessa se si diffondono.
E in effetti si diffondono senza troppe difficoltà. Lo dimostra l’iniziativa annunciata e poi ritirata dall’assessore all’istruzione, alla formazione e al lavoro del Veneto, Elena Donazzan, un’altra ex militante dell’Msi convertita al berlusconismo e vicina al Ministro della Difesa Ignazio La Russa. La Donazzan aveva deciso di inviare una lettera a tutti i dirigenti delle scuole venete affinché non “diffondessero tra i giovani” i libri della lista nera affermando che si trattava di un “indirizzo politico e non di un obbligo per i presidi. Come se un assessore potesse stabilire l’indirizzo politico della scuola pubblica in Italia.
Anche in passato s’era contraddistinta per la tolleranza e l’apertura. Due anni fa propose l’insegnamento obbligatorio della religione cattolica nelle scuole per tutti i bambini a prescindere dalla fede professata e promosse la distribuzione della Bibbia a tutte le classe a spese dei contribuenti. Nel 2009 mandò in stampa dei libretti sul ventennale della caduta del muro di Berlino, sempre con fondi pubblici. I libri furono elaborati dai giovani del Pdl con il metodo del copia e incolla da Internet che non rappresenta esattamente un modello da seguire per la ricerca nel nostro paese.
Inoltre i protagonisti della nostra storia — cito il comunicato di Scrittori contro il rogo — “non si sono fatti scrupolo di solidarizzare con i Serenissimi che assaltarono, con l’ausilio di un Tank blindato, il Campanile di S. Marco (Speranzon); hanno rifiutato il consenso a un documento votato dall’intero consiglio regionale veneto (maggioranza e opposizioni) perché conteneva il richiamo a valori quali “antifascismo” e “resistenza” (Donazzan); non si vergognano di presenziare a raduni fascisti in onore della X Mas, o di intimare all’attore ebreo Moni Ovadia, di non avere titolo per parlare di cristianesimo in una trasmissione televisiva (Donazzan)”.
A conferma del fatto che la censura striscia solerte anche fuori da lista nera di Speranzon i libri di altri autori come Marco Paolini e Roberto Saviano hanno cominciato a essere considerati dei pezzi rari nelle biblioteche del veneziano, in particolare dopo le dichiarazioni di Saviano a Vieni via con me sui legami tra la Lega e la ‘Ndrangheta calabrese nel Nord Italia. Nel Veneto del governatore leghista Luca Zaia, è possibile che spariscano davvero i libri dagli scaffali delle biblioteche pubbliche come auspicato da Speranzon. Infatti così è stato a Preganziol, comune in provincia di Treviso amministrato dal centro-destra dove sono scomparse magicamente tutte le copie di Gomorra dalla biblioteca malgrado fossero presenti sul catalogo.

Di fatto Saviano ha perfino ritirato la sua firma dall’appello del 2004. Ciononostante Gianantonio Da Re, segretario provinciale della Lega di Treviso, ha invitato a dare Gomorra in pasto ai roditori. Ad ogni modo la serie di scuse, mezze verità e giustificazioni propinate non hanno salvato il sindaco Sergio Marton e l’assessore alla cultura, il leghista Roberto Zamberlan, dalle critiche di blogger, scrittori e cittadini, oltre che dalle domande di stampa e televisione e soprattutto dall’indignazione della gente comune di Preganziol e del resto del paese.
Probabilmente non se ne sarebbe saputo niente se parallelamente gli scrittori e la gente, organizzati contro i tentativi repressivi di Speranzon e Donazzan, non si fossero mossi con decisione per denunciarli e respingerli. La sera del 27 gennaio hanno partecipato e manifestato fuori dalla biblioteca di Preganziol, con una lettura di piazza convocata via Internet da un abitante del posto, oltre 200 persone ansiose di dire No al “rogo dei libri” attuato nella loro terra e di esercitare in pubblico quella libertà di parola che si vorrebbe limitare. CarmillaOnLine, Wu Ming Foundation, il Blog Lipperatura, RogoDiLibri.blogspot e tante altre pagine web, persone e gruppi hanno svolto e continuano a svolgere le funzioni di osservatori sulla situazione in Veneto e nel resto del paese perché non si verifichino ulteriori vergognosi episodi come quello di Preganziol o altre forme di boicottaggio o censura sotto mentite spoglie.

Sebbene in queste settimane sia mancata un’adesione al movimento contro il rogo di libri da parte di altre “categorie” di artisti e intellettuali, le forme di resistenza sperimentate da un gruppo di circa 90 scrittori e persone attive interessate ad aiutarli sono state innovative e hanno in parte superato il pigro “click activism”, un sistema per cui basta firmare una petizione su un sito su FaceBook o magari inoltrare più volte una mail uguale a tutti i contatti per “mobilitarsi”. Questo è avvenuto attraverso la creazione di reti attive di monitoraggio, grazie a osservatori on-line e contatti in loco; con partecipazioni coordinate a eventi per fare diffusione e sensibilizzare l’opinione pubblica, con il posting di contenuti interessanti e vari in centinaia di blog oppure con la segnalazione a vari quotidiani cartacei e virtuali del mondo, in più lingue; attraverso la presenza, nei limiti del possibile, anche sul territorio e l’offerta di solidarietà alle “vittime” dei provvedimenti di censura e l’assistenza a chi li combatte. La partita purtroppo non è chiusa anche se la Donazzan ha ritirato la sua proposta e il cappio informativo e decisionale della politica locale è stato sciolto con successo dalla “dimensione nazionale e sovranazionale” che, come bene ha commentato Girolamo De Michele, ha permesso di contrapporre al localismo e “al radicamento” un’opera di opposizione basata sull’apertura del campo di gioco e la “deterritorializzazione” della strategia di lotta.

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