di Serge Quadruppani

CesareeFiglia.jpg[Ci guardiamo bene dall’esultare, perché sappiamo che la battaglia sarà ancora lunga. Preferiamo riportare, a commento della decisione del presidente del Brasile Lula di non permettere l’estradizione di Cesare Battisti, un articolo di Serge Quadruppani apparso un anno fa sul sito di Derive Approdi. Permette di capire perché una minoranza niente affatto esigua di italiani, oltre a moltissimi francesi e brasiliani, vuole che Battisti torni in libertà. Di pari interesse un articolo di grande acume pubblicato su Info-Aut.] (V.E.)

«Santo subito». Come dimenticare gli striscioni con questa scritta apparsi fin dai primi giorni tra la folla accalcata che sfilava davanti alle spoglie di Giovanni Paolo II? E come dimenticare il lampeggiare continuo dei flash dei telefonini branditi dai rispettosi fedeli prima di genuflettersi? A oggi il reazionario pontefice è senz’ombra di dubbio il cadavere più fotografato della storia.

Per secoli l’istituzione ecclesiastica ha elaborato gravi e lente procedure destinate a legittimare l’ingresso del semplice mortale nel pittoresco esercito di sotto-divinità dal puzzo pagano che la Chiesa è andata man mano costruendo nei secoli. Trascurando senza vergogna alcuna quel tanto di vecchiume, l’esigenza di santità istantanea sorgeva dalla folla con l’urgenza di quei bisogni che stanno all’immaginario come gli Ogm stanno al biologico: una volta che l’hai fabbricato diventa difficile farlo sloggiare. Il santo subito è il risultato perfettamente coerente di un mondo che si vive «in tempo reale», di un tempo che esclude qualunque cesura, il tempo privo di tempo dell’informatica e dei media dominanti. Di fronte a questa figura obbligatoria dello spettacolo non poteva mancare la figura opposta del mostro istantaneo.
Due icone diametralmente opposte, dove l’una incarna il culmine della perversione, l’altra dell’eroismo: il mostro Battisti e il santo Saviano sono probabilmente il duo più rappresentativo dell’Italia di oggi. La velocità con la quale sono entrati nei rispettivi ruoli dà le vertigini. Ma che le cose siano forse più complicate di quanto sembrino nel cielo dei media? Lo sapevate che nel 2004 Saviano ha firmato il testo di solidarietà a Cesare Battisti lanciato in Italia da Carmilla online?
I miei amici editori di DeriveApprodi mi raccontavano di recente il loro stupore nel constatare le recensioni apparse al momento della pubblicazione in italiano de L’ultimo sparo, il romanzo autobiografico di Cesare: nel 1998 gli articoli dei giornali parlavano dei meriti del libro e si riferivano al passato dell’autore senza farne una questione di Stato. Sei anni dopo, quando il governo italiano si è messo in testa di reclamare di nuovo un’estradizione tempo prima rifiutata, si è iniziato a evocare Cesare come un mostro «dal sorriso beffardo» (sottinteso: nei confronti delle sue vittime).
La forza e il grandissimo merito di Gomorra risiede in quella cosa così difficile da definire che porta il nome di letteratura. Ma la trasformazione del suo autore in un’icona della lotta anti-camorra, ruolo che riveste con grande coraggio e grande devozione, ha forse attutito di molto la portata del libro e la sua carica di critica sociale. E la forsennata mediatizzazione si è forse rivelata, per la creatività e la riflessione di questo trentenne, una prigione altrettanto costrittiva della vita in una caserma dei carabinieri cui è ormai condannato. Gomorra dipinge una dimensione sociale che dal nord al sud dello Stivale e ben oltre le frontiere è sfociata in quel fenomeno transnazionale che è l’odierna Campania.
L’iper-mediatizzazione di Saviano e le campagne in cui si è lanciato l’hanno trasformato nel portavoce di una visione che per la sinistra istituzionale italiana fa le veci della politica: l’idea che la legalità e il suo rigido rispetto siano la soluzione a qualunque male del paese. Se c’è una cosa di cui Gomorra non fatica a convincere è che la Campania, l’Italia e il resto del mondo hanno urgente bisogno di trasformazione sociale. E non si è mai visto nascere una nuova società dal rigido rispetto delle regole di quella vecchia. L’anti-Stato della camorra esiste nella misura in cui esiste lo Stato capitalistico-parlamentare, con il quale continuamente tesse legami di ogni tipo. La potenza della camorra, come quella dello Stato che gli è consustanziale, si poggia sulla convinzione quotidianamente accertata che esistano dei poteri al di fuori della portata del semplice cittadino, coi quali più che scontrarsi occorre scendere a patti.
I giovani del movimento studentesco, che rifiutandosi di adeguarsi alle regole del sindaco di Roma sono scesi in strada per affermare il rifiuto della precarizzazione di un’intera generazione, precarizzazione che li consegna alla mercé di poteri di stampo mafioso, quei «ragazzi» dal grande genio associativo hanno fatto di più contro le radici culturali delle mafie di qualunque maxi-processo mediatico.
Cesare Battisti ha il torto di aver fatto parte di una generazione che ha vissuto un’esperienza di scontro con la vecchia società italiana, attraverso un radicalismo che non ha equivalenti nell’Europa occidentale del Dopoguerra. Uno scontro che si è smarrito nella mimica della guerra, lavoro nel quale gli Stati saranno sempre meglio armati dei popoli. Ma la violenza del movimento degli anni Settanta era il prodotto della società di quel periodo, era presente nei rapporti sociali, in quelli di lavoro e nei comportamenti dei guardiani della pace sociale.
Inutile tornare sui bilanci, sappiamo che i morti provocati dai complotti fascisti legati a settori dello Stato sono stati di molto superiori a quelli delle azioni armate dell’estrema sinistra. Questa violenza, distillata dalla stessa società, è stata rimossa al costo di una repressione poliziesca di massa e di una legislazione di emergenza, per poi essere ricoperta dall’ondata consumista degli anni Ottanta. Di questa rimozione Cesare Battisti è il capro espiatorio, fabbricato di sana pianta da frenesie politiche post-11 settembre. La sinistra istituzionale, che alla rivolta degli anni Settanta non ha perdonato di aver minacciato il proprio monopolio sulla classe operaia e la cultura (mentre la democrazia cristiana era intenta a governare), è stata l’avanguardia del programma applicato nei confronti di Cesare: mostro subito!
L’operazione non sarebbe riuscita talmente bene se nel frattempo non si fosse prodotto un immaginario sociale in cui la storia non si presenta più come una scienza critica, né come un’esperienza da comunicare. Per chi è affetto da «amnesia del tempo reale» il passato esiste solo nella misura in cui ne parlano i media e nelle forme in cui questi ne parlano: dagli anni Settanta, ribattezzati «di piombo», si è cancellata una violenza sociale oggi inimmaginabile, proprio come oggi dai manifesti del metro di Parigi si cancellano le sigarette degli scrittori di prima del proibizionismo anti-tabagista.
Quando scompare la comprensione storica e restano solo appelli a reazioni emotive, quando sull’insieme delle sofferenze veicolate da un’epoca si scelgono solo quelle utili in quel preciso momento (conservando ad esempio solo quelle provocate dai «terroristi rossi», «dimenticando» tutte quelle sofferenze perturbanti subite da milioni di persone nelle fabbriche, nelle metropoli, nelle università, nelle prigioni, «dimenticando» tutte le sofferenze inferte dalla repressione), quando una tale riformattazione è finita, non è difficile trasformare la comparsa del nome di «Cesare Battisti» in una seduta di odio di massa di tipo orwelliano. Sono i tre minuti dell’odio di 1984. Nel 2009, in Italia, sono le tre ore di svariati programmi televisivi orientati in modo assolutamente univoco a suscitare l’odio del mostro.
Saviano vive nella sua caserma fisica e mentale, mentre Battisti subisce una duplice reclusione, dietro le sbarre e dietro un caricatura che lo riduce a una smorfia: con queste premesse non stupisce che qualche mese fa il primo abbia finito col ritirare la firma di sostegno al secondo. Ciò che stupisce di più, e che riconforta, è che, se si esclude qualche piccola eccezione, sia stato così poco imitato.

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