di Dziga Cacace

These Memories Can’t Wait…
Talking Heads (ma preferisco la versione dei Living Colours)

Divine1101.jpg137 – LaCapagira e altro, del primo Alessandro Piva, Italia 1999

Maro’, ragazzi, che nostalgia del Lumière… Nostalgia della compagnia di amici, dell’essere tutti lì, al buio, con lo stesso scopo, le stesse aspettative e il differente appagamento a fine visione, ma con l’idea che comunque — per tutti — ne era valsa la pena. Giacché son uomo d’azione reagisco allo spleen e santifico la serata al De Amicis dove c’è un double feature che mi ricorda i magici doppi spettacoli del mio cineclub genovese. La serata apre con LaCapagira, esordio di Alessandro Piva e piccolo cult dell’anno passato. L’avevo apprezzato, ma senza coinvolgimento immediato, forse raffreddato dalla reazione scomposta di Pier che un film con tempi iraniani e parlata barese non se l’aspettava proprio. Secondo film, proposto da Piva dopo il consueto e obbligatorio infame dibattito, Milano Calibro 9, in omaggio a Scerbanenco: il film è amato dal regista barese e darà l’occasione per parlare dello scrittore milanese. Ma veniamo subito a LaCapagira che, rivisto, m’è sembrato veramente intelligente e piacevole. Ero stato ingeneroso l’anno passato, forse sono troppo accondiscendente stasera, ma è un film, nella sua esilità narrativa, ricchissimo di notazioni, di strizzate d’occhio per niente banali e di racconti visivi che dicono più di 100 pagine di copione. È un film che ci parla di un sud ai margini della legalità, dove la felicità è una scopata con la sorella del boss, una pippata di coca, un bombolone alla crema, una sgasata col motorino o le barzellette in dialetto di Mignolino. Oh: mica male, sai?


La vita è scandita dalle corse per la città inseguendo o inseguiti, sbarcando il lunario. La testa gira, indubbiamente, tra alcol, fumo e droga e cellulari che trillano in continuazione, al ritmo di dance techno, ottusa e ottundente. E la testa deve essere girata anche al recensore di Cineforum che ha attaccato il film in maniera quasi sospetta: che abbia qualcosa in sospeso con l’autore? Lo accusa di spregiudicata promozione (ma porco giuda! I film si fanno per farli vedere o no? Ma che cazzo di discorso è?!), di scrittura e montaggio erronei (?!) e di una visione parziale della città di Bari. Al di là del fatto che LaCapagira non ha alcuna pretesa d’esaustività, come si può criticare la scelta di destrutturare la storia su due piani narrativi (il giorno e la notte), mescolandone gli effetti come se le vicende fossero contemporanee? Cioè: a che titolo un critico entra nelle scelte? Posso dire “non mi piace”, ma parlare d’errore, no. Mai letta su Cineforum una critica tanto acida e ad minchiam. In ogni caso LaCapagira ha vinto, per quello che può valere, il David come opera prima. È piaciuto a tanti e sta raccogliendo consensi nei festival di mezzo mondo. Dopo LaCapagira e prima del dibattito vediamo Zona 167 e La strada che porta al muro del pianto, primi lavori di Piva assieme a un socio di cui non ho segnato il nome. Sono lavori ancora ingenui, ma coraggiosi, con una attenzione ai volti, ai gesti, alle parlate, ai particolari umani e fisici, ai rumori. Segue dibattito e non posso che dire: bravo Piva, simpatico, gentile, cordiale e dotato di humour, caratteristica rara in un paese che non sa più ridere. Il critico che orchestra l’incontro è invece un cialtrone di rara levatura perché riesce a essere autoreferenziale (ed è un signor nessuno) davanti a un cinema quasi pieno, perché ha il vocione da colui che sa e perché fa domande stupide che non interessano a nessuno. Continua a chiedere se in sala ci sia qualche domanda: “No? Nessuno? Bene, allora, come stavo dicendo poc’anzi…”. E poi l’ho visto su una tivù privata mentre tracimava da una poltroncina, straparlando da saputo sacco di merda. Sono sempre di una simpatia squisita quando parlo di gente che fa il lavoro che avrei meritato di fare io. (Cinema De Amicis, Milano; 7/5/01)

Divine1102.jpg138 – Milano Calibro 9 del balistico Fernando Di Leo, Italia 1972

Piva mette fine allo sterile dibattito, anche lui stanco delle domande del cazzo dell’intervistatore, e finalmente può partire il secondo film. Ed è una figata, apprezzabile anche grazie alla copia perfetta, con colori vivaci. Del cinema di genere ha molti pregi e qualche difetto, ma questo era cinema che voleva intrattenere e divertire e ci riesce anche trent’anni dopo, nonostante sullo schermo ci si sia abituati ad altre emozioni. La regia è economica e funzionale a una trama violenta e ben scritta. Quello che oggi non troviamo più in un cinema italiano “medio” è la capacità di far recitare bene tutti gli attori, secondo un buon copione. Qui c’è tutto ciò, con ritmo, battute e una dignità produttiva (sonoro, fotografia) che non ha nulla da invidiare al cinema alto (anzi: certi autori godono della povertà produttiva, la esibiscono come le unghie sporche). Gastone Moschin esce dopo tre anni di prigione e le vecchie, poco rassicuranti amicizie si fanno subito vive: dove ha nascosto il bottino? Nega, rischia di essere ammazzato, ma viene infine creduto e riammesso nel giro. Praticamente un eroe alla Melville, alle prese con una mala d’altri tempi, con un codice d’onore rispettato. Gli sviluppi non ve li racconto: vi toglierei il piacere di una visione insolita ma gratificante (so a chi sto parlando: nessuno di voi si fermerebbe a guardare questo film. Sbagliando). Altro per convincervi? Musica coinvolgente e felicemente cafona di Luis Enriquez Bacalov, eseguita dagli Osanna, con temi progressive e parti orchestrali che si inseguono, come nel Concerto Grosso dei New Trolls. E poi c’è almeno una battuta geniale, quando il commissario spiega a Moschin cosa pensa dei fatti accaduti: “Mi segue?” – “La precedo!”. Grandissimo. (Cinema De Amicis, Milano; 7/5/01)

Divine1103.jpg139 – Quasi famosi dello zuccheroso Cameron Crowe, USA 2000

Calma e sangue freddo. Questo film, visto con Pier all’Excelsior, rappresenta una delle più cocenti delusioni negli ultimi anni. Come invita il critico di musica rock Lester Bangs (un grandissimo, qui giustamente omaggiato) sarò “sincero e spietato”. Da anni attendo un film sul rock e potete immaginare quando ho saputo che stava arrivando la storia di un gruppo tipo Allman Brothers o Led Zeppelin. Il mio pane musicale quotidiano. Visto il film sono molto scocciato per tre ordini di motivi. Deluso perché il film è brutto (scritto e montato proprio cazzo canis), deluso perché parla male di un argomento che mi sta a cuore, deluso perché tantissimi hanno abboccato alla sòla e ritengono il film bello e illuminante sul versante musicale. No: non è vero! William è un sedicenne con la passione per la scrittura e per il rock. Nonostante la madre ansiosa riesce a mettersi sulle tracce di un gruppo inglese in trasferta americana e Rolling Stone gli commissiona un articolo sulla tournée. William scoprirà molto sulla musica che ama, su idoli che sono ben più prosaici di quanto appaiano, e sull’amore. Maturazione sessuale, professionale ed esistenziale in un colpo solo, così come accadde al regista Crowe che s’ispira al suo fulminante esordio come reporter musicale durante i primi anni Settanta e aggiorna il tutto con un po’ d’ironia di facciata, come a dire (a dirsi): quanto ero tenero e ingenuo, ma già tanto in gamba! Una storia vera, dunque, ma ridotta a fiaba sempliciotta dove tutti i personaggi sono falsi, scritti che più non si può. Su tutti il personaggio della madre (la McDormand), autentica macchietta per nulla credibile. Ovviamente il pubblico beone e cazzone (e tanta critica venduta) ha sghignazzato per questa svampitella moralista. Ora: seguire le gesta di Taricone in tivù è da dementi, ma esaltarsi per un film così non lo è? Me lo chiedo perché chi va al cinema disprezza chi guarda la televisione e io, cinefilo che lavora per la tivù, devo subire ramanzine continue da gente che sceglie il cinema solo perché ha la disponibilità economica e mentale per farlo e la presunzione culturale che questa scelta lo renda più elevato. Chiusa parentesi polemica. Riapro la precedente, non meno polemica. Quasi famosi è un film che del rock dice i pettegolezzi come potete trovarli su Tv sorrisi e canzoni, è un film dalla morale moralistica, con personaggi costruiti a tesi e che della musica non dà il calore. In questo senso è un film prettamente televisivo, piatto, banalizzante e dal linguaggio incolore. Sto procedendo sull’onda della rabbia accumulata e allora provo a dare un criterio a questo sfogo inviperito. Perché Quasi famosi è esteticamente brutto? È scritto male perché (a parte la figura di Lester Bangs, che però aderisce alla realtà) i personaggi non hanno né spessore, né credibilità: sono ridotti a figurine connotate da qualche vezzo (il preciso, l’egomaniaco, l’ingenuo, l’entusiasta). La vicenda non ha ritmo né una scansione apprezzabile. Si parte già stanchi (tutto l’inizio che attende di decollare) per approdare a una parte centrale più ariosa che poi si arena, prima di un finale più volte rimandato e in ultimo in tono minore. Le stesse singole porzioni di racconto sono mal strutturate, con attese di battute o situazioni che avvengono sempre fuori tempo massimo o che non sono per nulla memorabili. Gli attori sono tutti decenti, ma nulla più: il problema è che manca una regia a dirigerli. (E che la figlia di Goldie Hawn sia già considerata una diva la dice lunga sul potere dei media di imporre qualunque faccia, si veda anche quella – gonfia – di Angelina Jolie). Cameron Crowe non sa costruire le scene, né cominciarle né chiuderle. E talvolta neanche come girarle (la scena della turbolenza in aereo è tutta in scavalcamenti di campo: parlassero due protagonisti soltanto, poco male, potrebbe anche essere una scelta estetica; parlando invece cinque protagonisti diversi, non si capisce come cazzo siano disposti e chi parli a chi). Fotografia abbastanza anonima come il montaggio, musica (e ci mancherebbe altro) piacevole. Ma non salvo proprio nulla? Va bene: tre cosine ci sono. Una l’ho già detta (Lester Bangs: l’attore Seymour Hoffman e quello che dice); poi è bella (perché traduce un’emozione vera) la scena in cui William ottiene in dono i dischi della sorella maggiore e li guarda in estatica ammirazione: ai tempi del long playing una copertina ti regalava un mondo di sensazioni; infine (e questa l’ho notata solo io) il riflesso notturno della pubblicità di The Dark Side of the Moon sul parabrezza di un’auto, citazione obliqua in tutti i sensi che ci dice in che anno siamo e come si pubblicizzava la musica di allora (e forse anche frecciatina a un gruppo che per molti vendette l’anima con quell’album cristallino). Ma tre piccole gioie non fanno amare un film. Vediamo ora cosa ci dice del rock Quasi famosi. O meglio, vediamo cosa riesce a non dirci. Si sceglie un complesso che esteriormente rimanda agli Allman Brothers (citazioni visive puntuali a più riprese), ma che dal punto di visto musicale ricorda certo hard rock inglese (Free e Humble Pie). In ogni caso gruppi che avevano un preciso discorso musicale e ideale, che – in certi casi – flirtavano con le convinzioni politiche giovanili d’allora e che per primi assaggiavano la succulenta torta del mercato con lussi annessi (groupies, droghe etc.). Tutto questo c’è, molto confusamente, probabilmente con la stessa leggerezza con cui allora i leader dei gruppi si dicevano maoisti. Mi può anche andare. Ciò che non mi va per niente è l’edulcorazione riguardo a sesso e droga, non tanto perché non si vedano, quanto perché se ne parli sempre in termini da commedia, per strappare la risatina un po’ colpevole e assolutoria. Still Crazy, film bruttino ma senza pretese, sapeva dire del rock tante cose che ai più sfuggono e che qui sono solo accennate: le gelosie interne, la paternità creativa, i rapporti con i manager, la vita on the road. L’attenuante che posso concedere a Crowe è che si confronta con un tema, il rock, che è costitutivamente mitico e la cui riproposizione cinematografica è sempre stata falsa e a rischio caricatura. L’unico spunto di qualche concretezza è solo accennato senza alcun approfondimento vero: la corruzione del mercato. Il film è ambientato quando la Woodstock Generation aveva già subito il tradimento e il rock aveva già perso. Con questa consapevolezza, anche il sedicenne deve fare i conti col mondo dei grandi e subirà le prime delusioni: un amore che non è corrisposto ma sfruttato da qualcuno più potente di lui, un reportage che viene faticosamente messo assieme per poi essere smentito, un gruppo rock che sta per sfondare e, poco a poco, perde quel romanticismo e quella sincerità che ne erano la ragion d’essere. È tutta la storia del rock: se diventi qualcuno, se vendi, se piaci, difficilmente sfuggi alla gabbia del sistema. (Ovviamente a parte Springsteen, Santana e Keith Richards. E tutti gli altri miei idoli). Okay: ho finito di sparare belinate? No, c’è ancora un doveroso regolamento di conti: Emanuela Martini ha scritto su FilmTv: “fugge via con una leggerezza e una ricchezza che abbiamo dimenticato”, “Non c’è un metro di pellicola sprecato”, “È il cinema come dovrebbe essere”. Allora, cara Emanuela Martini, informati: Quasi famosi è la fiaba del rock così come vogliono sentirsela raccontare gli americani, che alle fiabe credono e vogliono credere ancora. Ma che ci caschino anche degli europei, no. Che poi non si notino le lacune tecniche e narrative del film è cosa che non commento. Concludo riprendendo da dov’ero partito: ancora Lester Bangs. A un certo punto gli viene fatto dire che i veri artisti rock sono quelli che sanno di essere cialtroni e giocano col loro status, mica come quel babbeo finto poeta di Jim Morrison. Esatto: dovrebbero capirlo in molti, critici e registi. Firmato Cacace. (Cinema Excelsior, Milano; 10/5/01)

Divine1104.jpg140 – La setta del troppo elegante Michele Soavi, Italia 1991

Visto che Deliria s’era dimostrato tutt’altro che disprezzabile decido con le due cugine terribili che è venuto il momento di scoppiarci anche questo La setta. Soavi stavolta ha tanti soldi e la fotografia e la messinscena lo dimostrano. Quello che manca però è un plot coerente. C’è una partenza abbastanza inutile (e probabilmente sforbiciata) nell’America hippie. Poi una parte thrilling decisamente riuscita e infine un finale horror tanto visivamente ben gestito quanto narrativamente scombinato, con affannosi tentativi di chiarire la vicenda a parole. Soavi gira bene, molto bene, fa recitare diligentemente i suoi attori e come detto controlla anche un bell’apparato tecnico e scenografico; peccato che si perda nella storia. In ogni caso, per me, Von Trier ha visto questo film (e se n’è ricordato in The Kingdom: vedi i sotterranei dell’ospedale e la gravidanza accelerata della protagonista). Soddisfatti a metà, ma prima o poi daremo una prova d’appello a Dellamorte Dellamore che all’epoca mi aveva fatto – scusate il francesismo – sinceramente cagare. (Vhs da Retequattro; 11/5/01)

141 – Stromboli terra di Dio del vulcanico Roberto Rossellini, Italia 1949

Agli stranieri l’Italia del sud piace tanto, in cartolina o visitandola da turisti. Il sole, il mare, gli spaghetti col pomodoro fresco e i mandolini in sottofondo. Altra cosa è viverci. È quello che accade a Ingrid Bergman che, profuga, s’innamora di un italiano prigioniero di guerra. È un siculo primordiale e lo segue nella sua isola natale, Stromboli. Tanto bella a vedersi quanto dura e inospitale da vivere, aspra come la pietra lavica eruttata nei secoli dal vulcano (Cacace gets poetic!). La Bergman tenta di adattarsi e/o di far adattare la rigida comunità locale al suo modo di vivere, ma è presto considerata insidiosa da tutti e rifiutata. A questa stangona (doveva avere il 49 di piede!) disperata e bella come il sole non bastano più gli odori e i paesaggi dell’isola per trovare fiducia, ma la fuga finisce ai bordi del vulcano, accettando la propria sorte. Beh, semplicemente splendido. Pulito e intensissimo, dove la regia si fa economica (tanti piani sequenza, agili inquadrature e montaggio) e lascia spazio ai sentimenti, suggeriti con particolari allusivi in un film che utilizza anche la lingua originale dei protagonisti per evidenziare e rendere percepibile la difficoltà della relazione. Autentiche prova di regia virtuosistica, invece, quando Rossellini documenta la mattanza nella tonnara o racconta il terrore per l’eruzione del vulcano. Insomma, grandissimo film la cui lunga attesa è stata premiata. Il commento musicale struggente mi fa scoppiare in petto una voglia di Mahler che dopo il film vado subito a togliermi da Buscemi Classica continuando a ripetermi “facciamoci del Mahler”. Specialmente se non si batte chiodo. (Cinema De Amicis, Milano; 12/5/01)

142 – Storie – Code Inconnu dell’esigente Michael Haneke, Francia/Germania/ Romania 2000

Tante storie, tutte legate, tutte senza che i protagonisti lo sappiano e si rendano conto di come influenzino la vita altrui. Storie è un film durissimo, senza sconti, ma dotato di una qualità estetica evidente e capace di fare domande pericolose. Quello che sottende tutta la narrazione è l’interrogativo basilare sull’esistenza oggi, all’interno di una società che ha mediatizzato ogni evento, anche il più piccolo ed effimero. Cosa è vero e cosa è falso? Se lo chiede l’attrice Binoche nei film che interpreta nel film, ma anche noi dalle poltrone, capiamo solo poco a poco cosa è vero e cosa è recitato. Il suo fidanzato, il fotoreporter prova a catturare la realtà col suo obbiettivo, in metropolitana o nei campi di battaglia, ma fugge davanti al sospetto che i vicini abbiano massacrato la loro figlia. Un ragazzo nero difende una mendicante, ne provoca l’espulsione, rischia a sua volta l’arresto. Parliamo e non ci capiamo. Il codice sconosciuto (nel film) è quello che permette di accedere ai palazzi, troppo mutevole per il fotoreporter che torna a casa di rado, ma è sconosciuto anche il codice delle comunicazioni interpersonali, il codice degli affetti. Difficile dire queste cose, eppure Haneke ci riesce senza essere banale, scegliendo un linguaggio ormai sconosciuto agli spettatori (piani sequenza lunghissimi) e chiedendogli uno sforzo intellettuale supplementare. Forse, alla fine, l’unico linguaggio compreso da tutti, anche dai sordomuti, è quello delle pulsazioni ritmiche delle batterie, al cui improvviso silenzio si sente la pace. Bel film, girato bene e recitato meglio da una Binoche finalmente in stato di grazia. Alcuni spettatori in debito d’ossigeno manifestavano ad alta voce. Succede. (Cinema President, Milano; 12/5/01)

Divine1105.jpg143 – Bullit del palloso Peter Yates, USA 1968

Bullit gode di gran fama per diversi motivi: consegna alla storia del cinema il personaggio laconico di Steve McQueen, pone le basi per il thriller poliziesco degli anni Settanta, presenta alcune scene passate alla storia per violenza e montaggio frenetico. Giudicare con il senno di poi risulta sempre ingeneroso, ma non possiedo (ancora) la macchina del tempo e il film m’è sembrato il thriller più catatonico di tutti i tempi. E mi va bene tutto, però un po’ di ritmo, eccheccazzo. Bullit è un poliziotto schiacciato da responsabilità morali, superiori ambigui, politici corrotti e un mestiere che lo rende sempre più simile ai suoi avversari. La regia ci regala un personaggio silenzioso, amareggiato, la cui vita privata è sconvolta. Dato atto che in questo senso la descrizione del quotidiano è accurata e fornisce tanti elementi di psicologia (si pensi alla colazione mattutina con quel fiore di Jaqueline Bisset), bisogna anche dire che la narrazione è pesantuccia e scogliona presto. A sconvolgere questa cadenza probabilmente realistica ma irritante arrivano scene d’azione che allora dovettero far saltare sulla sedia gli spettatori. L’inseguimento attraverso San Francisco è pluricitato e giustamente famoso, ma pochi anni dopo Il braccio violento della legge riusciva a rendere la sequenza già obsoleta. E anche a livello di psicologia mi sembra che il film di Friedkin fosse più riuscito. Per cui Bullit non m’ha fatto proprio impazzire, anzi. Sarò stato stanco. Oppure è arrivato il momento di liberarci delle catene critiche del passato e considerare ogni film di chi è morto giovane un capolavoro a priori. Fate voi. (Vhs da RaiDue; 15/5/01)

144 – Denti dell’ortodontico Gabriele Salvatores, Italia 2000

Il film parte con Child in Time dei Deep Purple e son già contento, anche se Salvatores s’è accontentato di utilizzare il titolo ma non il testo della canzone. Che importa? Niente. Rubini ha un problema: una dentatura tipo pesce pappagallo che gli ricorda diversi traumi affettivi della sua vita, dal rapporto con la madre agli amori maturi non risolti, denti che non gli permettono di addentare e sbranare la vita. Ci sarà una risolutrice terza dentizione. La vicenda parte come un trapano e scivola piacevolmente, salvo complicarsi, rischiare l’ascesso e perdere un po’ il filo (interdentale) verso la fine, quando il film si caria, si ripete, si ritrae su se stesso e risolve fino a un certo punto. Post moderno nell’utilizzare e rimescolare tutto (dalle tecniche cinematografiche all’immaginario), Salvatores costruisce un film coraggioso dove scompare il bric à brac di Nirvana o i moduli della commedia risaputa, regalandoci anche una fotografia inventiva (meno brillante il montaggio, invece). Grandissimo Paolo Villaggio: il vero paziente è il dentista e ogni visita nei gabinetti dentistici è una seduta psicanalitica. Alla fine, film discreto che va giù come un collutorio. (Vhs originale; 19/5/01)

145 – Accordi e disaccordi dell’ormai insopportabile Woody Allen, USA 1999

Attraverso alcune testimonianze, ecco l’opera e la vita scellerata di Emmett Ray, chitarrista jazz secondo solo a Django Reinhardt. Ray era egomaniaco, infantile, borioso, vigliacco, vanesio, presuntuoso e maleducato. Sí, suonava la chitarra quasi come un dio, ma ciò non toglie che fosse una abnorme testa di cazzo. Eppure Woody Allen, paurosamente a corto di battute e con gag sfiatate, pensa che valga la pena di dedicare un film a questo inesistente eterno secondo. Perché quest’apologia di uno stronzo? Molti hanno fatto paragoni con Zelig ma lì, al di là della cura formale, era un’invenzione continua e il personaggio destava interesse (e suscitava tragica ilarità). Qui, oltre a constatare che ci troviamo davanti a un cazzone che sa muovere bene le dita e ha senso del ritmo, cosa rimane? Si può ridere perché ‘sto qui si diverte a sparare ai topi? La fotografia è azzeccata, gli attori sono bravi, la musica è fantastica, ma non c’è proprio il film. Zero. Che poi qualcuno lo abbia giudicato decente se non addirittura bello (tra gli altri qualcuno che dirige il Festival di Locarno), dimostra la sudditanza critica nei confronti dei grandi nomi. Questo film è una cazzata e se lo avesse fatto un giovane regista italiano avremmo sentito rimproveri di indolenza e approssimazione in sede di sceneggiatura e di inutilità produttiva. Ma Woody è uno dei motivi per cui andiamo al cinema e allora… Ho un sospetto: il problema è che i critici non hanno il tempo per rivedere i film recensiti anni prima. Il loro mestiere li porta già a sciropparsene per lavoro o diletto dai 300 ai 400 all’anno e non rimane tempo per tornare ad assaporare vecchie sensazioni. È evidente che se uno rivedesse un Allen dei tempi d’oro (non dico Manhattan o Io e Annie, basta anche un Hannah e le sue sorelle) potrebbe rendersi conto che lì c’erano 3 battute al minuto, le gag visive non lasciavano tregua, c’era un florilegio di invenzioni, un’abbondanza di preziose notazioni. C’erano storie che ti riempivano la vita. Oggi i film di Woody infilano 3 battute in un’ora e mezza e si reggono su un’idea tirata fino alla durata canonica. È tanto squallido il panorama circostante da non rendersi conto che anche questi sono filmetti senza palle, o siamo talmente disperati che un Woody Allen deprezzato è sempre meglio di niente? (Vhs originale; 20/5/01)

Divine1106.jpg146 – Getaway! del fuggitivo Sam Peckinpah, USA 1972

La partenza mette subito le carte in tavola: McCoy esce dalla gattabuia mettendosi al servizio di un direttore carcerario corrotto. Non c’è differenza tra chi è dentro e chi è fuori. McCoy ha la faccia stanca di Steve McQueen, rassegnato e stropicciato; lo ha aspettato per quattro anni Ali McGraw, magnifica puledra anni Settanta che ricordavo innamorato dai miei tredici anni esattamente così: bellissima, altera, scontrosa ed eroica (e senza reggiseno). È da allora che non rivedevo Getaway, però m’era rimasta la memoria nitida di alcuni particolari, come di quando il gangster rivale di McCoy finisce in un fosso: cose così, immagini e sensazioni vivissime, l’ansia della fuga, l’amore indistruttibile, la complicità, il sospetto. M’era piaciuto molto e anche oggi, fatta la tara a me stesso sfasciato di stanchezza e prossimo al sonno, all’emissione tv e all’età del film, beh, Getaway regge benissimo. Certo, la tensione, più che sul ritmo tirato, è giocata sulla psicologia, ma a insaporire il tutto ci pensa Peckinpah con tanti piccoli tocchi di colore, pennellate d’ironia e ammiccamenti. Montaggio e fotografia notevoli: rimane un caposaldo. Ah: dopo tanti anni un film italiano vince a Cannes. Ci riesce Moretti. Son contento per lui, meno per il film, ma non importa. Col passare del tempo molti particolari de La stanza del figlio sono riaffiorati e mi sono convinto che probabilmente lo avevo preso male; anche se non ritratto (ma solo perché non ho il tempo e perché sono un bugiardo). Ma sinceramente, la Palma d’oro, perché? Ho l’impressione che il successo elettorale di Berlusconi abbia reso necessaria questa vittoria morettiana in terra di Francia. Boh, è un’idea farlocca, ma m’è venuta. Comunque bravo Nanni, in ogni caso e con amichevole distanza. (Vhs da RaiTre; 20/5/01)

(Continua — 11)

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