a cura di Alberto Prunetti

carlitos dante cosenza2.jpg[Golazo editoriale di Carmilla. Un’intervista improbabile alla leggenda del tango portegno Carlos Gardel, che come tutti sanno non è morto a Medellin, cada dia canta mejor ed è sempre più incazzato per quello che sta succedendo al tango, ormai sottratto al giro della malavita e messo al sicuro nei forzieri dell’Unesco e della borghesia d’affari argentina] A.P.

_Hola viejo, come va con la vita?

Bene, o cosa vuoi che ti dica. Alti e bassi, ma soprattutto bassi. I vecchi milongueros non vivono: durano. Per fortuna che ultimamente la polizia spara sui maestri elementari, non sui maestri del tango.

_Cominciamo a scaldarci i residui muscoli con qualche lineamento di critica del T-business, ovvero: perché puzza di cadavere il tango ridotto alla sua riproduzione economica? Qualcuno si è mangiato una gamba di Gardel, che sento strani miasmi? In altre parole, come vanno le cose nel racket australe del tango?

Se dai retta alle statistiche ufficiali, non sono mai andate così bene. Il tango è un business che rende. Girano i soldi, si sono moltiplicati i chioschi, gli esercenti, i maestri. Adesso ci sono più santi che nicchie. Per non parlare dell’indotto. Sono in molti a mangiare nel piatto dove sputano. In realtà gli stessi turisti, per quanto imbambolati, hanno sempre più la sensazione di trovarsi nel grande parco tematico del tango, tra comparse e fondali di compensato. E sempre con il fiato degli animatori sul collo. Le milonghe sono diventate delle pantomime, dei quadri viventi coi milongueros antropomorfi, un’illusione ottica organizzata.

_Proprio questo mi sembra il punto: il tango si riproduce attraverso il turismo musicale…

In tutte le lingue possibili, gli inviti per i “tango tours” si propagano nel web e colonizzano il mondo. Indimenticabili pacchetti di otto giorni e otto notti per perfezionare boleos e ochos, conoscere le milongas più sconosciute e tornare a casa con il cuore (e i piedi) in fiamme.
Ci sono pacchetti chiusi e offerte personalizzate secondo i capricci della remota clientela. Il servizio comincia non appena lo straniero tocca il suolo argentino, include l’alloggio e le lezioni con i più rinomati ballerini, nonché l’assistenza guidata alle mitiche milongas della città. Non mancano le combinazioni gay, i tuffi nello shopping, i “gaucho tours” nelle estancias con immancabile asado, le visite dal calzolaio e addirittura il noleggio di un partner di tango, ovvero di un ballerino professionista che aiuta il neo-arrivato a barcamenarsi in pista. In maniera informale e al di fuori dell’ufficialità, queste attività cominciano a colpire fortemente la cultura locale, distorcendo il mercato immobiliare di alcuni quartieri, generando strani mestieri – ballerini bilingui a domicilio, creatori di moda tanguera, professori specializzati in lunfardo o in storia della canzone – e accendendo dispute tra concorrenti in ogni ballo, show, ristorante o boutique in cui regni il dos por cuatro.

_Muy bien, questo è quello che pasa a Buenos Aires. Ma veniamo in Italia, dove imperversa il tango amatriciana: come viaggia il tango dalle Ande agli appennini?

Voi tanos avete aspettato cent’anni e finalmente eccolo servito: il Tango, è tornato a casa. Precisamente, hai detto dalle Ande agli Appennini, e questa volta senza valigia di cartone, anzi, viaggiando in business class, come conviene e si addice a un indaffarato signore. Nelle belle città italiane, promosse a succursali transplatine del lejano Buenos Aires, ci si abbraccia con l’entusiasmo e la perizia dei porteños; in difetto di stamberghe, ci si adatta a ballare nei palazzi sul Canal Grande e nei conventi cinquecenteschi; ci sono compadritos che girano in bicicletta, rotariani con il lengue, incensurati che applicano il canyengue e il suo tipico movimento a biella e contribuenti apilados (pallettizzati) nel Tango Milonguero. In ultimo, rilevo solo un particolare. Tra i tangueros italiani scarseggia l’elemento bohèmien mentre abbondano gli esponenti del ceto affluente: professionisti, consulenti finanziari, commercianti di pellame, avvocati e dirigenti in genere..

_E del nuovo tango elettronico cosa pensi?

Come il figlio dei Tre Moschettieri, il tango elettronico è nato già vecchio. I suoi autori ripetono da astemi ciò che molti anni fa noi ballammo da ubriachi. Non ho altro da dire. Anzi sì: una domanda. Mi chiedo che senso abbia diluire Bristol nei cento quartieri di Buenos Aires, tradurre il trip-hop in lunfardo, insinuare la musica da ascensore in una città di case basse, intonacare di lounge dei bar che servono mondongo, convertire al tribale gli ultras bosteros, smorzare col chill-out gli ardori di gente che spende mezzo stipendio per procurarseli. Perché di questo si tratta: di musiche già scadute o in prossima scadenza sul mercato internazionale che, dopo una veloce rianimazione a base di vernacolo e piri-piri del bandoneòn, vengono distribuite a un pubblico che da sempre spasima per sentirsi in regola con le parole d’ordine e i modi di comportamento dominanti. Oggi scopriamo che, come dicono i discografici, perfino il tango – intendendo dire il mercato del tango – è caldo bollente, è hot, anzi jot, secondo la pronuncia dei bristoliani di Pompeya. L’industria sa bene che i consumatori di merci culturali reagiscono alla moda come gli sciami d’acciughe alle variazioni di temperatura delle correnti e che anche i sottoprodotti e i residui, purché adeguatamente sostenuti dalla pubblicità, possono far vibrare un fenomeno indurito come quello del tango. Le trombette nazionaliste hanno finalmente di che caldeggiare anche all’estero questo significativo progresso del colore locale.

_Sei arrivato in piedi alla fine dell’incontro, Carlitos, e a questo punto getto io la spugna. Parlo di musica ma come ogni critico non ne capisco niente. Sono stonato, duro d’orecchi e come ballerino tengo piernas de palo e non sono bravo neanche a ballare male. Sono un antimelomane che ascolta musica per partito preso. Peggio di me c’era solo Benjamin Péret (il surrealista che più della musica odiava solo i preti, e a cui un intervistatore alla radio fece lo scherzo di mandarlo in onda con un organista del Vaticano). A questo punto ti lancio l’ultima gragnuola d’incontro di quesiti e ti chiedo: a Baires mi è piaciuto più il tango strumentale che quello danzato. E del tango cantato ascolto poche cose oltre a Gardel. È solo colpa della mia pigrizia e della mia incapacità di capire la musica, che mi dá titoli per parlarne a piè sospinto? Ho ragione se penso che il tango è una disposizione interiore, più che un fatto musicale? E in ultima analisi, è più tanghero il volver regicida di Gaetano Bresci di quello interpretato da Andrés Calamaro? E in postuma analisi, che è quella che più ti si confà: come mai il tango, con rare eccezioni, fatica tanto a esprimere una critica politica dell’esistente? E, davvero infine, possibile che l’ultimo tanguero portegno, forse el mas verdadero tanguero disceso dalle barche, sia il tano Luca Prodan?

Il Tango ai fatterelli di tutti i giorni antepone la trattazione di una materia universale come la vita quotidiana; alla nebulosità dell’affresco sociale, la precisione dell’acquerello di barrio. Il Tango non si lascia ingaggiare nelle scaramucce della cronaca perché è altrove impegnato negli eterni e metafisici temi del tempo, dell’amore e della morte. Dunque non manifesta per la pace, né per la guerra; non è antimilitarista, e non è militarista; non è pacifista e – se si escludono alcuni testi, per altro tiepidi e pronti alla ritirata, a sostegno della guerra delle Malvinas – non è nemmeno guerrafondaio. Il Tango non sta né da una parte né dall’altra, non prende mai posizione: il Tango “no se juega nunca”.
Il Rock Nacional in questo senso ci surclassa: gruppi come i Sui Generis e Los Abuelos de la Nada o artisti come Charlie Garcia e Luca Prodan hanno saputo dire tutte le cose che non si potevano dire, anche nell’epoca della sanguinaria dittatura militare. Il Rock Nacional, e non il Tango, ha saputo interpretare i sogni e i desideri di quei giovani che si stavano ribellando all’ordine delle cose. Il Rock Nacional e non il tango ha rappresentato l’onda viva della società argentina negli ultimi anni.
Sulle nostre sponde, a ogni richiesta d’impegno civile, risulta evidente che il Tango non si vuole guastare con la questura: le sue modeste istanze sociali — migas y trabajo – sono quelle “triviali e infami delle serate famigliari e delle pasticcerie rispettabili”, per dirla con Borges. Le sue parole più nuove sono quelle di Ferrer, un autore i cui aggiornamenti lessicali, le cui faticose metafore fanno sembrare il Tango uno di quei vecchini con i capelli tinti e la maglietta di moda che si vedono in riviera. Chi sostiene che un pezzo opportunista come Libertango (1974) sia un inno alla libertà dovrà in ugual misura giudicare Mundial 78 (1978) una chupada de medias alla Junta Militar e al suo truculento baraccone. Piazzolla poteva litigare intrepidamente con taxisti e tangueros retrogradi, ma non certo con i datori di lavoro.
Armati di ben altre passioni, i veri nuovi poeti del Tango, penso a Francisco Paco Urondo, penso a Juan Gelman, sono stati invece trucidati dai militari o costretti all’esilio, così come del resto è successo ad ogni oppositore, ai migliori sindacalisti e agli intellettuali più lucidi. Quei loro versi, i dischi del Cuarteto Cedròn/Stroscio, le glosse di Urondo, l’intera opera del gruppo che gravitava intorno al Gotàn, ci fanno intuire a distanza di quasi quattro decenni, cosa avrebbe potuto essere oggi il Tango, invece di quel carnevale di poveretti che i kiosk-manager dell’amministrazione pubblica stanno piazzando sotto forma di Festival nelle capitali europee e nella stessa Buenos Aires. “Il tango — dice Copes — è come un tappo: sta sempre a galla”. Il ricorso al sughero è probabilmente considerato da questo ballerino “diplomato all’università della milonga” un’elegante e meno ovvia analogia.

_Bene, l’ultima domanda l’ho fatta perché cercavo un’onorevole knock-out (inoltre avevo già scommesso sulla mia sconfitta, da buon vincente). A questo punto non mi rimane che chiederti cosa dovremo aspettarci da un tango ormai ridotto a Patrimonio dell’Unesco

Ci daranno dentro con la grancassa, faranno dello yo-yo e poi ritireranno fuori la solita robetta, il marketing, le manfrine per i merli, che del resto ci cascavano già anche prima. Ma con un di più di falsa coscienza, che è il vero Patrimonio Culturale Immateriale dell’attuale Umanità! La profezia di Borges… “la malizia triviale, l’infamia che i tanghi del coltello e del lupanare non potevano neppure sospettare”… eccole qua! Le nostre gloriose medaglie si sono trasformate in fette di salame.

[In realtà l’intervista che avete appena letto è un plagio degli articoli della The Tangueros Quarterly Review, realizzato con il plauso del redattore Marco Castellani e del direttore Jean Fejean, che ringrazio profusamente e ai quali sono debitore di un coca y fernet presso il café Britanico di San Telmo. Se vi interessa la critica radicale del tango, leggete tutti i numeri di questa incredibile rivista. Se poi siete editori, siete pieni di quattrini e volete pubblicare un saggio di critica radicale applicato al tango che soddisferà facilmente il fabbisogno nazionale di intelligenza critica per un paio d’anni… allora non avete che da contattare il direttore della rivista, che tiene nel cassetto un saggio intitolato “Minima tangalia. Meditazioni del tango offeso”. L’indirizzo ve lo cercate da soli. Quanto alla foto in alto a destra, è frutto del genio fotografico di Dante Cosenza, già segnalato su Carmilla qui] A.P.

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