di Danilo Arona

Telstar.jpgCi fu una generazione. Donne e uomini che oggi hanno poco meno o poco più di sessant’anni, o sessant’anni spaccati. Tra gli scrittori e i registi affini si potrebbero citare: Stephen King, John Carpenter, Patrick McGrath, Valerio Evangelisti, Sergio Altieri, Peter Gabriel, Ben Pastor, David Lynch, Ioan Petru Culianu, e un sacco d’altri. Ma perché li elenco in base a una più che generica notazione anagrafica?
Perché questa generazione nel 1962 assorbì “qualcosa” dallo spazio.
Qualcosa che veniva da un pianeta ancora oggi sconosciuto, la Terra.
Il 1962 fu un anno di svolta, unico. Anche tragico. In quell’anno moriva Marilyn e nascevano i Beatles. Morgan Perdinka andava in vacanza sotto il Monte Buio e nelle sale usciva il primo film di James Bond. E una generazione di bambini, o poco più, sentiva parlare di guerra fredda, della grande e bellissima isola di Cuba, di missili e di blocco navale. E di guerra atomica. Ma, soprattutto, vedeva una cosa mai vista prima: la paura, anzi il terrore, negli occhi degli adulti. E qualcosa, senza che gli adulti se ne rendessero conto, andava sgretolandosi nel loro mondo di fanciulli.

Nell’estate del ’62, di qua e di là sul pianeta, arrivavano le canzoni. Una in particolare, per giunta senza parole. Solo musica, ma ti proiettava in alto. Nello spazio. S’intitolava Telstar, uscita dalla mente di un uomo che si chiamava semplicemente Joe. A raccontare oggi, da adulto, la storia del Telstar e di Joe, sarebbe facile. Perché molte cose sono conosciute perché, si dice, sono entrate a far parte della cosiddetta “cultura di massa”. Però per il Telstar e per Joe in particolare non è del tutto vero.
Joe, che si chiamava Joe Meek (ma in verità era stato battezzato Robert), fu per quell’epoca un autentico pazzo, contro tutto e contro tutti, un lupo solitario il cui sogno era d’infrangere le barriere del tempo e del cosmo attraverso la musica. Oggi è molto dimenticato e, per quel che ogni tanto si riesce a leggere, sono veramente pochi a vedere in lui un pioniere di quel pianeta rumoroso e fischiante che è stato battezzato, un po’ dopo il ’62, “psichedelia”. Prima di convertirsi alla musica spaziale, Joe aveva fatto l’ingegnere e l’operatore radar della RAF, giusto quel che bastava per mandare il cervello in orbita. Quando decise di passare all’arte come produttore e compositore, si acquistò quasi un caseggiato intero al n° 304 di una rumorosa via di Londra, la Holloway Road, che era forse l’unico posto dove si riusciva a tollerare anche il suo di rumore. Qui fondò la RMG Sounds (dalle sue vere iniziali, Robert George Meek) e tentò di catturare l’essenza spaziale del suono. I dischi che produceva erano pieni di strani brusii, oscillazioni elettroniche, pianoforti distorti, suoni attutiti come provenienti da un’altra dimensione, brusii, interferenze, diavolerie varie impastate assieme dai semplici macchinari che aveva a disposizione (elaboratori, pedali, amplificatori). Un nastro veniva fatto scorrere al contrario o il rumore di uno sciacquone veniva amplificato con risultati sconcertanti sotto il profilo sonoro.
Joe fu forse il primo a concepire lo studio di registrazione come una camera delle meraviglie per ottenere i suoni che gli attraversavano la testa: in un’epoca ancora pretecnologica, l’uomo ricorse a trucchi stravaganti e geniali, come registrare le varie sezioni strumentali delle canzoni disponendo i musicisti in stanze separate o sui diversi piani della sua casa. Dopo aver centrato nel 1961 un numero 1 nella hit parade con il country mortuario e spettrale di Johnny Remember Me, prodotta proprio a Holloway Road, nel ’62 arrivò il Successo con la maiuscola, appunto Telstar, eseguita dai Tornados, altre sue creature.
Joe possedeva per forza un lato oscuro. Anzi, era proprio l’oscurità la forza e la chiave della sua arte. Era un essere paranoico, tormentato dalla propria omosessualità mai celata, ossessionato dall’occultismo e dagli spettri. La Londra dell’epoca non gli diede affatto una mano, anzi a un certo punto Joe fu anche sospettato ingiustamente dell’omicidio di un giovane omosessuale, Bernard Oliver, i cui resti erano stati ritrovati in due valigie. Dopo esserne uscito senza macchia, la sua paranoia non poté far altro che aumentare. Ovunque fiutava intercettazioni, complotti e tentativi da parte di altri artisti di appropriarsi dei segreti della sua arte. Iniziò a dire che dallo spazio qualcuno gli bisbigliava nelle orecchie. Sosteneva che i gatti erano creature aliene dotate di parola che passavano il loro tempo a spiarlo. Poi prese a organizzare sedute spiritiche per contattare Buddy Holly e a girare per i cimiteri di periferia allo scopo di registrare voci e sussurri dall’oltretomba, che lui dichiarava di percepire a differenza del mondo sordo che non sentiva nulla.
Il 3 febbraio 1967, nell’ottavo anniversario della morte di Buddy Holly, Joe sparò alla sua padrona di casa, Violet Shenton, e subito si fece saltare le cervella con un colpo di fucile, partendo così per l’ultimo viaggio verso quello spazio quantico della cui esistenza era certo, pur essendo lontane ancora le intuizioni della fisica quantistica
Ancora oggi si può leggere in rete che quando si ascolta il “rumore bianco” proveniente dallo spazio, si percepiscono anche le intuizioni di Joe Meek, grande alfiere della futura psichedelia. I critici musicali assicurano che Joe di musica ne sapeva ben poco, dal momento che i suoi collaboratori di studio dovevano impegnarsi per decifrare e trascrivere le sue composizioni da lui fischiettate e canticchiate. Ma di certo le antenne di Joe, proiettate in direzione delle frontiere dello spazio e del tempo, dimostravano un potere straordinario: quello di “vedere” il legame tra suono e futuro.
Ma non si può parlare di Joe Meek e di Telstar, senza accennare a lei, la palla di metallo sfaccettata, il “satellite”. Ricordo ancora bene la risonanza che nel 1962, il 10 luglio, venne data al suo lancio nello spazio: si trattava del primo satellite artificiale destinato alle telecomunicazioni per merito del quale diventava possibile la trasmissione diretta di suoni e immagini da una parte all’altra del pianeta.
Telstar si muoveva secondo un’orbita ellittica, per cui si spostava continuamente e bisognava aspettare che si trovasse nel nostro spicchio di cielo per poterlo utilizzare nelle comunicazioni, che ovviamente duravano un tempo limitato, perché il segnale sarebbe scomparso nel giro di poche decine di minuti. Il satellite non ebbe vita facile; pochi mesi dopo il lancio si danneggiò senza possibilità di rimedio correndo attraverso lo spazio, comunque non prima di aver trasmesso all’altro lato dell’Atlantico la cerimonia di apertura del Concilio Vaticano II (uno degli eventi storici di quell’autunno 1962) e una serie di altre cose.
Pochissimo dopo il 10 luglio Joe fece uscire la canzone che impazzò, con un sacco di altre versioni non originali tra cui persino quella di Caterina Valente che ci aveva infilato le parole: Telstar che giri intorno a noi, digli che son qui ad aspettare lui, francamente rovinandola. Era un pezzo magico di due minuti e mezzo, suonato in modo travolgente — e “cavalcante” — dai Tornados, con l’organo elettrico in primo piano, in un sound “spaziale” di grande modernità e di forte impatto emotivo. Il titolo del brano e la sua linea melodica si racconta che vennero suggeriti al buon Joe proprio dalla trasmissione in Mondovisione avvenuta quel 10 luglio. Musica fantascientifica, organo Hammond, lancinante chitarra Fender Stratocaster e cori alieni in primissimo piano; ritmo battente, grande orecchiabilità e piacevolezza, un capolavoro ancora oggi: una melodia infantile con modulazioni da incontri ravvicinati “del quarto tipo” in un contesto da Luna Park che alla fine ti lascia in bocca un sapore sinistro e sensuale.
Perché, dunque, vi parlo così tanto di Joe, della palla di metallo e della canzone? Perché tutte le cose che stanno dentro alla storia di Meek e di Telstar quella generazione, di qua e di là sulle facce del pianeta, le conobbe. Le percepì. Le assorbì. In quell’estate del ’62. Grazie alla musica.
Quelle cose entrarono nel nostro mondo di bambini grazie a un mangiadischi, a una volta stellata, a una notte magica forse quanto il pezzo sul satellite. E Morgan Perdinka, prima di suicidarsi la notte del 10 dicembre del 2007, lasciò scritta questa frase che pochi hanno avuto la ventura di leggere:
“Ringrazio di essere nato nel 1950 per avere avuto la fortuna a dodici anni di trovarmi di notte lassù a Montebuio, con qualcuno che aveva infilato i Tornados nella Bocca Gracchiante (i mangiadischi gracchiavano sempre, anche se i dischi erano nuovi…) e poi tutti quanti, Ettore, Santino, Miriam e Lisi, a guardare verso l’alto con la musica di Telstar nelle orecchie. Forse ho deciso di fare lo scrittore soltanto per questo motivo.”
Il mondo immaginario e artistico di una generazione si formò. Con le paure di Joe Meek e degli Adulti, con i suoni dall’Altrove, con i Gatti Parlanti e le voci bisbigliate nei cimiteri, con l’Apocalisse dei Porci alle porte dell’autunno e la gente che spariva sulla montagna. Quella fu per molti la Realtà, nonché l’Epifania della Paura che avrebbe materializzato a partire dagli anni Settanta i migliori — o peggiori, dipende dai punti di vista — incubi che ancora infestano le nostre menti.
Quella fu la mia personale percezione del grande terrore. Il brodo cosmico di quei tredici giorni, l’Autunno dei Missili. Il suono dallo spazio di Telstar.

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