di Marco Meneghelli

BarisonVentotto.jpgIacopo Barison, 28 grammi dopo, Voras edizioni, 2010, pp. 144, € 13,00

Il cosiddetto genere noir ha i suoi stilemi e le sue regole già molto codificate, dalla possibilità che muoia il protagonista al senso di fallimento, di lutto e di perdita che pervade molti romanzi di questo genere al pessimismo metafisico fino alla presenza di un qualche investigatore privato o pubblico in stile Marlowe. Ma si può allo stesso modo pensare al noir in senso più lato e generale e trovare tratti neri in autori non specificamente classificati all’interno di questo filone. Per fare solo un esempio, un autore come David Foster Wallace, che ha nello humour una delle sue più evidenti caratteristiche di stile, abbastanza spesso, penso in particolare a Infinite Jest, tende al nero, il suo è uno humour fondamentalmente nero. E allora perché non considerare i romanzi di Wallace come caratterizzati anche da aspetti del genere noir, di essere in qualche modo e latu sensu noir? In questa prospettiva di allargamento del concetto di genere potrebbero ben rientrare allora molti altri autori che esplicitamente al genere non appartengono.

E’ nero in questo senso, pur non essendo un noir tipico e secondo codice, il romanzo di esordio del giovanissimo Iacopo Barison, ventiduenne di Cuneo, 28 grammi dopo. Molto giovane ma già piuttosto maturo nella via della scrittura narrativa e della consapevolezza esistenziale. Un romanzo ben scritto, nei dialoghi, nell’andamento paratattico e “hemingwaiano” della narrazione, nella costruzione della trama e dell’intreccio, e con alcune finezze formali – come, a un certo punto della storia, la “geometrica” ricostruzione a posteriori di alcuni significativi eventi accaduti caoticamente e convulsamente a Daniel, il protagonista, che è una sorta di ripresa pensante del filo della narrazione – davvero notevoli.
La storia racconta appunto le vicende di Daniel, che trascorre buona parte della sua vita senza far niente di concreto. Mangia, respira, cambia canale alla TV. Si droga, organizza truffe attraverso internet e allontana gli incubi. Insomma, aspetta la sua morte biologica, e durante questa attesa perde il suo “principio attivo”, 28 grammi di hashish. Un ammasso di atomi che scompare così, all’improvviso. Da questo squilibrio, da questo scompenso, originerà l’intera vicenda del libro.
Noir, si è detto. Si, perché leggendo questo libro non si prova sollievo e non si arriva a trovare risposte e appigli definitivi, risposte certe alla precaria esistenza del giovane protagonista. L’unico “ottimismo” che il romanzo ci concede possiamo trovarlo in un episodio piuttosto illuminante posto quasi alla fine del libro e incastrato in un sempre più caotico e casuale succedersi degli eventi in vista della conclusione, nodi che all’improvviso tutti insieme vengono al pettine (e al pettine della narrazione). In esso Daniel tenta di dissuadere l’amico Severino dal suo intento suicida (è in crisi per essere stato lasciato dalla ragazza di cui era innamorato). Daniel non gli comunica, per salvarlo, delle ragioni di vita, ma delle ragioni per non morire. E, scrive Barison per il tramite della voce narrante di Daniel e subito dopo aver salvato l’amico dal suo cattivissimo proposito: “In questo istante, sento d’aver adempiuto ai miei obblighi etici. Perché i suoi occhi, che prima sapevano di morte e fast food, ora brillano d’una luce nuova. L’ho convinto ad aspettare il sole. Arriverà, prima o poi. Basta crederci, basta ricordarsi che la Terra gli gira intorno e che gli angoli bui non rimarranno bui per sempre”.
In qualche modo capovolgendo il dettato di David Hume, secondo il quale il fatto che il sole sorga sempre di nuovo ogni mattino e che quindi sorgerà anche domani è solo una nostra credenza, fondata su una nostra inveterata abitudine, il messaggio di Daniel è chiaro. Non può piovere per sempre (si noti, verso l’inizio della narrazione c’è proprio la frase “può piovere anche tutti i giorni”), la terra gira in tondo, arriverà la luce. L’andamento noir, seppure di una notte che prima o poi cesserà, magari fuori dal romanzo, dopo la fine del romanzo, nella vita stessa o in un futuro romanzo di Barison, è evidente.
Ciò non significa però che il libro sia noioso come uno stanco e triste blues. Tutt’al contrario, si legge d’un fiato, coinvolge, ha ritmo, è snello e di indubbia qualità narrativa. E sa estendere i toni e i colori del nero in modo nuovo e inedito. Un’opera prima che promette luce e nuovi soli per Barison. La stessa speranza di Daniel, il protagonista.

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