di Danilo Arona

The_Fourth_Kind.jpgIn un recente film che s’intitola Il quarto tipo, dedicato al tema dei rapimenti alieni, si assiste a una scena impressionante che per un paio di minuti catapulta in un glorioso passato cinematografico una o più generazioni di spettatori. Il passaggio in questione è incentrato sulla psicologa Abigail Tyler che ipnotizza un paziente in camera da letto al fine di scoprire la verità sui suoi terrificanti incubi notturni, piaga collettiva a quel che racconta il film di buona parte degli abitanti di Nome, Alaska. La reazione dell’uomo all’induzione ipnotica è sconvolgente: tra rumori e luci di dubbia provenienza, il letto prende a saltellare e il tipo resta sospeso nell’aria, vittima di una vera e propria levitazione. La faccia e il collo gli si contorcono fino a raggiungere pose impossibili e dalla bocca gli escono gutturali e incomprensibili parole che in seguito apprenderemo appartenere all’antica lingua dei Sumeri.

Sin dalla sommaria descrizione si può capire quale sia l’ovvio riferimento “forte” della scena che è L’esorcista di Friedkin e Blatty. Ma vorrei pure avanzare l’ipotesi che la dipendenza da quel film non sia poi così intenzionale. In verità è molto più interessante il dato, un po’ più che subliminale in ambedue i testi, di “chi” abita nelle cellule dei disgraziati “portatori”, la Regan del 1974 e il torturato paziente della dottoressa Tyler del 2009: demone o antichissimo progenitore alieno, il bacino di provenienza geografica è identico, ovvero la Sumeria.
Che se ne deduce? Vi faccio rispondere da due persone che più culturalmente lontane non potrebbero essere. Lo scrittore americano Whitley Strieber e il critico/ poeta/ narratore italiano Paolo Lagazzi.
Un estratto breve e significativo dall’ultimo romanzo pubblicato in Italia di Strieber, 2012 L’Apocalisse (Newton Compton):

Martin non aveva mai creduto all’esistenza del diavolo. Il diavolo del Cristianesimo non era altro che il dio con le corna dell’antica stregoneria del Nord Europa, niente di più, e il dio con le corna era il vecchio dio romano dei baccanali, Pan. In altre parole, una divinità pagana si era trasformata nel nemico del nuoco dio. La storia delle religioni era costellata da episodi simili, gli Dei del passato diventavano i demoni del presente.”

Premesso che non ha importanza qui constatare se il personaggio Martin stia ragionando a nome suo o per conto di Strieber, passiamo al pensiero di Lagazzi, estrapolato dal libro Forme della leggerezza (Archinto), e per la precisazione dal capitolo “Sortilegi, astri, inganni”, quando sostiene che magia e religione dell’antichità lasciano attorno a sé e in eredità all’Occidente un terribile strascico di incubi:

Nelle pieghe di questi incubi — nei testi, appunti, di Seneca e di Lucano (forse l’apice dell’eccesso puro in tutta la letteratura occidentale) o in quelli di Pausania (il demone maligno Lycas, «tremendamente nero» e vestito da lupo), dello stesso Apuleio e di altri — non è difficile riconoscere semi sinistri capaci di infiammare, a gran distanza di secoli, le fantasie visionarie degli autori del Macbeth, di Frankenstein, del Dottor Jekyll e di Dracula, di calamitare le invenzioni un po’ folli di Fũssli (Orazio: «assiso sui vostri cuori angosciati / vi toglierò il sonno con il terrore») o di condizionare ancora la vicenda postmoderna dell’horror, del noir e del dark (benché dell’energia epica e paradossalmente seduttiva dei modelli si sia sempre più persa ogni traccia nelle mimesi spesso fruste, ciniche e volgari della pazzia quotidiana).”

Il filo della continuità mi pare ben leggibile e si sentono qui, ancora, riecheggiare, le parole di Richard Dawkins, mai troppo citato, quando ricorda che nel DNA contemporaneo sono registrate le inconfutabili tracce degli antichissimi incontri con l’Altro. Ma torniamo al film Il quarto tipo, che non è un’opera così futile com’è stato scritto da chi ne ha fornito una lettura approssimativa. Tra i molti sottotesti uno in particolare non sfugge: nella città di Nome (un luogo che esiste e ha avuto anni addietro qualche problema non da poco in grado forse di ispirare il plot) è in atto un’epidemia virale che riguarda la mente collettiva, l’Ora del Lupo (al solito, le tre di notte) e le immagini archetipiche della Paura (la suggestione del Gufo gigante è una trovata apprezzabile in quanto è un’immagine che ne richiama e ne contiene parecchie altre.).
Epidemia mentale, virus della mente. Chi segue il discorso sa che, aldilà dell’immagine metaforica spesso usata con qualche pertinenza di causa, è stato proprio Dawkins a porre il problema in termini concreti sin dal 1976, seguito in tempi più recenti da Richard Brodie. Il perno centrale del discorso è il notorio “meme” (dalla parola Mimesis, che significa “imitazione”), un replicante che ha la facoltà di propagarsi da un cervello all’altro e di sopravvivere come idea, produzione culturale o altro anche dopo la morte dell’individuo ospite. Dawkins in The Selfish Gene sostiene che il meme, come il gene, è composto da stringhe di simboli e che riesce a sopravvivere propagandosi per contagio attraverso le psicotecnologie (il linguaggio, la scrittura, i libri, la radio, la TV, Internet, i CD-ROM, la musica, il teatro, il cinema, etc.) da una mente all’altra. Il meme, per potersi replicare con efficacia, dev’essere semplice e comprensibile, plausibile, e soprattutto trasmesso fedelmente nonché riprodotto da medium duraturi e veloci. Come ha sottolineato Francesco Ianneo in “Meme, genetica e virologia di idee, credenze e mode(Castelvecchi), è molto importante che il meme sia ridondante, come un mantra che si ripete costantemente. Per questo “i memi che risultano affascinanti per gli istinti delle persone sono quelli che più facilmente si replicano e si trasmettono attraverso la popolazione” (Richard Brodie, Virus della mente, Ecomind) Questa è una legge che conoscono bene i designer virus, coloro cioè che definiscono e progettano a tavolino i virus della mente con cui intendono programmarci e condizionare le nostre scelte, tanto quelle commerciali che quelle politiche: i primi aspetti da loro individuati sono proprio quelle situazioni che cliccano ai pulsanti della rabbia, della paura, della fame e della lussuria, componenti dinamiche in grado di attirare la nostra preziosa attenzione.
Va da sé che stiamo scantonando nel campo della persuasione occulta, però non ci troviamo così lontani dagli incubi — veri o presunti — della città di Nome. Infatti Dawkins definisce “infezioni memetiche” casi come i suicidi di massa del Tempio del Sole e dell’Heaven’s Gate, specificando (nel saggio del 1993 Viruses of the Mind) che il meme è (anche, soprattutto) un virus capace di propagarsi di mente in mente, in grado di viaggiare longitudinalmente attraverso le generazioni, ma di farlo anche orizzontalmente come i virus in un’epidemia. Nei casi citati, l’induzione al suicidio collettivo avveniva anche attraverso i sogni che alcuni, prima di darsi la morte, dichiaravano di condividere.
A questo punto perché il Sumer? Perché l’Antichissimo Altro dovrebbe provenire da proprio lì, da quel tempo? Perché con quelle modalità? Perché con quel carico di incubi e tanta valanga energetica di enfasi demoniaca?
Non è facile rispondere. Però i contagi virali sono dati acclarati. Anche nel mondo dell’onirismo. Un’ipotesi non priva di suggestione, per quanto appartenente al dominio della fiction, giunge dal recente serial-remake Visitors di Yves Simoneau, in cui una dottoressa rettiliana suggerisce che da tempo immemore gli alieni hanno immesso nel DNA terrestre una sorta di stringa estranea in grado di creare una collettiva risonanza empatica. Se ne può sorridere, ma Dawkins peraltro non ha mai specificato in quale modo le tracce dell’Antico Altro sarebbero fissate nel DNA dell’uomo contemporaneo.
Molta cultura di stampo gotico (per capirci…) sembra oggi ossessionata dal immagini ctonie e pseudo-demoniache di origine sumera. Persino in ambito accademico con le Guerre atomiche al Tempo degli Dei di Zecharia Sitchin. Volendo stilare un piccolo elenco alla rinfusa, che null’altro vuole che essere un elenco, gli echi dell’altro Sumero si odono nell’opera di Lovecraft, nel Magick di Aleister Crowley, in William Peter Blatty, nel devastante mantra Suillakku di Roberto Cuoghi, nel primo cinema di Sam Raimi, nella teoria rettiliana di David Icke e nella cosmogonia di Daniele Bonfanti. Sarebbe interessante chiedere a tutti i succitati per quali, misteriose vie l’Altro sumero si è trasformato in un meme personale, in un’ossessione virale e artistica. E, aggiungendo all’elenco l’autore de Il quarto tipo Olatunde Osunsanmi, diviene quasi sinistra la seguente suggestione di Alessandro Demontis:

“… il film contiene, senza neppure farne menzione, numerosi riferimenti alla teoria dello studioso Zecharia Sitchin, secondo il quale gli Dei sumeri non erano altro che extraterrestri. Gli stessi che hanno creato l’Homo Sapiens mediante una manipolazione genetica dell’Homo Erectus. Quando ho visto il film sono rimasto basito dalla precisione e dalla pignoleria nel realizzare la scena in cui è coinvolta la lingua sumera. Il mio primo pensiero è stato: “se si tratta di una storia inventata a tavolino, è geniale e ottimamente realizzata”. In modo particolare perché le poche frasi sumere presenti nel film non solo hanno effettivamente un significato compiuto, ma questo significato si cala perfettamente nell’ambientazione… Una traduzione, dato il combaciare dei vari termini in un contesto che sembra evidente, può essere: Lei, questo essere umano, è mia discendente, venuta nel luogo della creazione, (bisogna) esaminare, legare il braccio e penetrare, (forzare a) urlare (aprire la bocca?) del prescelto, distruggere. Il testo ha senso compiuto con la scena di riferimento; infatti sono le parole pronunciate da un alieno nel momento in cui la protagonista del film viene rapita.”

Una conclusione niente affatto consolatoria: il film non è una storia vera come vorrebbe far credere e non gode della stima degli ufologi seri. Però parecchie persone, soprattutto in America, lo hanno ritenuto verosimile, soprattutto quelle che soffrono d’insonnia e si svegliano alle tre di notte. Quelle – sono molte — che dichiarano di avere avuto contatti “di quarto tipo” con i cosiddetti “bedroom invaders”. E’ interessante peraltro annotare che, per quanto eventi come quelli raccontati nel film non risultino mai accaduti nella città di Nome, in tale luogo si sono comunque verificati episodi misteriosi, crimini vari e sparizioni in una percentuale che va ben oltre la normalità statistica. Come riporta con accuratissima documentazione Raffaele Di Nicuolo.

Le indagini del’FBI indicavano che tutti gli scomparsi avevano a che fare con la zona di Front Street luogo nel quale vi erano locali dove le persone potevano bere, ubriacarsi, litigare e la combinazione dei fattori alcol, freddo, la disperazione e il teppismo avevano determinato le sparizioni, L’ipotesi del serial killer fu attentamente valutata. Sin dall’inizio dell’inchiesta della polizia locale, molte persone si sentivano spaventate e preoccupate e insorse inevitabilmente un senso negativo che colpì tutta la zona. I nativi accusavano le altre persone e viceversa. I fascicoli sulle misteriose morti e sparizioni furono trasmessi all’FBI e pochi di questi erano imputabili a cause note. 17 dei 24 morti e dispersi erano uomini. Otto dei 20 scomparsi non furono mai trovati e gli altri erano morti in circostanze sospette, ad esempio persone non inclini al suicidio furono trovate morte al largo della diga della città. Le autorità brancolavano nel buio. Per molti anni agli abitanti di Nome fu consigliato di avventurarsi di notte da soli.”

Di Nicuolo riferisce anche di una lunga serie di apparizioni di entità aliene e volanti, qualcuna di natura apparentemente “olografica”, avvenute nell’agosto del ’98. A prima vista nulla di particolarmente significativo, se non una forte analogia con le più famose apparizioni del Mothman in quel di Point Pleasant nel dicembre 1966. Una figura, il Mothman, che assomigliava tanto a un gufo gigante quanto a un demone sumero della genia dei Pazuzu…
Sarebbe interessante chiedere al regista Osunsanmi perché proprio Nome. Cosa lega l’Alaska alla Sumeria?

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