di Sandro Moiso

BlackPanthers.jpgQui le puntate precedenti

Il tempo è scandito da un ritmo che ognuno percepisce in maniera diversa

Il tempo è scandito da un ritmo che ognuno percepisce in maniera diversa.
Forse, alla fin fine, il tempo non è altro che il depositarsi di un suono.
E’ costituito dalle scorie di rumore che circondano la nostra esistenza.
Parole, musiche, suoni accidentali, urla, sospiri, declamazioni, esclamazioni e annunci accompagnano i nostri ricordi.

Non saprei dire se per me sono più importanti le immagini o i suoni nei miei ricordi.
Certamente i secondi mi hanno sempre fatto provare le sensazioni più intense nel percepire il trascorrere delle esistenze.
Di tutte e della mia in particolare.
La mia nostalgia nasce sempre da un suono.

Se oggi dovessi stabilire un prima e un dopo di questo mezzo secolo trascorso, non potrei fare a meno di citare la voce di Bob Dylan che è possibile sentire nelle canzoni eseguite durante il concerto del 27 marzo 1965 al Civic Auditorium di Santa Monica.
E’ una voce che arriva alle nostre orecchie attraverso una registrazione difettosa, lo-fi si direbbe oggi, ma che porta con sé la fine di un’epoca e l’annuncio di una nuova.

Credo che i profeti siano sempre stati inconsapevoli dell’origine dell’annuncio di cui si facevano portatori, ma lo trovavano all’improvviso sulla propria strada, nella propria voce e ne rimanevano soggiogati.
Dovevano, a quel punto, liberarsi da un tale peso e trasmetterlo ad altri.
L’annuncio è, a causa di ciò, sempre drammatico.

Non importa quanto sia grande la verità contenuta in tali rivelazioni.
E’ la forza con cui le si comunica a stabilirne l’importanza.
Rovesciando il razionalismo, il perbenismo e il bon ton si potrebbe dire che chi urla più forte ha più cose da dire.
Ha più ragioni.

L’energia, la foga con cui lo fa è testimone di ciò.
Il canto popolare non è melodico, è aspro.
E altrettanto aspro è il blues.
Aspri sono i suoni dei saxofoni dell’avanguardia nera degli anni sessanta.
Aspra dovette essere la voce di Mosè quando discese dal Sinai .

I profeti, i poeti fanno parlare la voce.
Chiunque immagini un processo inverso sbaglia.
Non si dà voce alle idee, ma è la voce che ce le comunica e ce le fa scoprire.
Anche dentro di noi.
Diciamo le cose prima di averle pensate, pensiamo le cose dopo averle dette.

In principio è il suono, ancor prima del verbo.
Il suono cacofonico delle sfere fuoriesce attraverso di noi in suoni talvolta articolati e talaltra no.
Può esser parola, soffio, urlo, ruggito, ma sempre darà senso alle nostre azioni.
Può essere rumore, clangore, stridio, basso continuo o insopportabile acuto, ma sempre creerà il mondo e il tempo.

Ma anche i nomi finivano col creare la realtà

Ma anche i nomi finivano col creare la realtà.
Al fondo della interstatale 40, imboccata a Flagstaff, ci attendeva la Città degli angeli.
Los Angeles era una meta che ci avrebbe garantito un po’ di cibo ed un tetto per diversi giorni.
Ci abitava mia zia, la sorella più coraggiosa di mia madre, che al mio arrivo non mi riconobbe per quanto ero dimagrito.

Hollywood, il Sunset Boulevard, Burbank, Glendale, Redondo Beach, Capistrano sembravano invitarci a nuovi sogni e a nuove esperienze.
Passammo i giorni girovagando per la città e la sua sterminata area metropolitana: guardammo la facciata del teatro cinese e visitammo ogni negozio di dischi lungo il Boulevard.
Saccheggiammo la Tower records e continuammo poi a farlo a Las Vegas e a San Francisco.

Ma erano sempre i nomi ad attirarci e quando mia zia propose un viaggio di qualche giorno a Las Vegas, accettammo soltanto perché così avremmo attraversato in auto il deserto Mojave e il parco giochi del Diavolo, il Devil’s Playground. Viaggiammo così in mezzo al nulla e verso il nulla.
Attenti soltanto a non superare le fatidiche 55 miglia orarie che costituivano il limite massimo di velocità su quasi tutte le strade americane, superato il quale un poliziotto della stradale si sarebbe comunque materializzato per multarci.

A casa di mia zia ci eravamo rifocillati con ogni genere di schifezza: gelatine multicolori, panna spray, televisione e birra.
A Las Vegas vagammo per tre giorni con quasi nessun soldo in tasca e, quindi, con poche possibilità di perdere grandi fortune al gioco.
In compenso di notte le vie si animavano di una fauna femminile variopinta e attraente, che avrebbe consolato almeno il nostro sguardo.

Imparammo a fingere di giocare, facendo una sola puntata, per poi usufruire dei servizi gratuiti dei bar di diversi Casinò, ma fummo individuati come scrocconi non paganti in quasi tutti e quindi espulsi. Con garbo e gentilezza, ma comunque cacciati.
La noia del giorno ci spinse a visitare la Hoover Dam, una delle grandi dighe del Sud Ovest, la più alta sul territorio americano, destinata a fornire energia elettrica a Los Angeles.

Ci imbucammo nelle piscine dei grandi alberghi e ogni volta fummo scoperti e allontanati.
Intanto la zia, notte e giorno, giocava imperturbabile a Poker, Black Jack e Chémin de Fer.
Oggi, a ottantasette anni, continua a frequentare regolarmente, tutti i giorni, una grande casa da gioco aperta negli ultimi anni in prossimità della sua casa di L.A.
Penso che giocherà così fino alla fine dei suoi giorni e dei suoi soldi, infischiandosene dei parenti in attesa dell’eredità americana, e per questo continuo a provare per lei una grande simpatia..

La Down Town di Los Angeles era incredibilmente piccola

La Down Town di Los Angeles era incredibilmente piccola.
Pochi grattacieli, dimensioni ridotte rispetto alla sterminata area metropolitana circostante, sembrava esser messa lì più per dovere che per reale necessità.
Come se la città che sorge su una delle più grandi faglie sismiche del pianeta dovesse comunque affermare la sua sfida alla natura e al suo corso.

Ma si è blindata nei confronti dei terremoti sociali e così, dopo le rivolte di Watts (1966) e quella avvenuta nel 1991 dopo il pestaggio del tassista afro-americano Rodney King da parte dei poliziotti del LAPD, cerca oggi di garantirsi un minimo di futuro almeno nei confronti della rabbia suburbana.
Accentuando così il senso di precarietà che le sue torri sembrano voler trasmettere.

Sì, perché a Los Angeles tutto sembra essere precario.
Le case in carton-gesso, le free-way sulle quali le auto scorrono, ora lente ora veloci, ma sempre solo per un momento davanti ai nostri occhi.
I confini incerti tra quartieri neri, bianchi e chicanos, l’assoluta mancanza di pioggia e gli incendi che ogni tanto scendono dai monti per divorare le ville isolate.

Tutto in L.A. trasmette l’idea di qualcosa di inafferrabile, se non per un breve momento, dallo sguardo e dalla mente. Tutto sembra muoversi nel tempo, come un’immensa motor-home.
Le cose e le persone scorrono come fotogrammi di una pellicola cinematografica.
Come se gli studios hollywoodiani l’avessero invasa tutta e non fosse altro che un enorme set cinematografico destinato a scomparire subito dopo la realizzazione del film.

La vicina Disneyland o l’acquario di San Diego non possono far altro che accentuare questa sensazione di finzione, di fondali destinati a sfaldarsi, come se la sua fine fosse già scritta da qualche parte.
Solo il migliore James Ballard avrebbe potuto descrivere una città, posta sulle rive dell’oceano più grande del mondo, in attesa della propria fine.

Ripartimmo in autostop lungo la 101, diretti a Nord

Ripartimmo in autostop lungo la 101, diretti a Nord.
Destinazione San Francisco. Avremmo costeggiato l’Oceano Pacifico per diversi giorni.
A sud di Los Angeles avevamo già passato una sera su una spiaggia in compagnia di un gruppo di surfers parecchio sballati, con cui comunicammo di più a gesti e risate che non con le parole.
Ma le amicizie e gli incontri interessanti si sarebbero rivelati lì, tra Santa Monica e San Francisco.

Una strada disseminata di santi, se si comprende anche l’attraversamento di Santa Barbara, Santa Maria, San Luis Obispo, San Simeon e San Jose.
Le missioni cattoliche avevano lasciato il segno nella toponomastica della costa californiana.
Rimediammo diversi passaggi e non declinammo mai l’offerta di un joint.
Ci sentivamo liberi e felici.

Dormimmo a Big Sur, in compagnia di un ragazzo che viaggiava da solo con un pick-up in cui erano stipati tutti i suoi averi.
Fummo ospiti di un architetto con una casa di legno, in mezzo ai boschi e alle montagne della Sierra Madre e giocammo con le otarie che popolavano gli scogli in prossimità di Monterrey, mentre una di esse veniva a nuotare vicino a noi.

L’autostop era consentito solo dal marciapiede; se si metteva un piede sull’asfalto della strada il primo poliziotto o il primo sceriffo di passaggio sarebbe intervenuto per redarguirci o multarci.
Era già successo alla partenza da Los Angeles.
Imparammo a stare attenti a dove mettevamo i piedi.
Anche la West Coast aveva i suoi problemi con la legge.

Non avevamo più contatti con l’Italia e non potevamo sapere quali nuovi e diversi problemi con la legge si stessero delineando per molti dei nostri amici.
Avevamo lasciato una festa e non avremmo mai immaginato che al nostro ritorno tutto potesse essere già finito.
I viaggi a volte ci salvano dai guai, ma possono riservarci, lo stesso, qualche fregatura.

San Francisco non fu una fregatura

San Francisco non fu una fregatura.
A dieci anni di distanza dall’estate dell’amore, la città degli hippies e della musica lisergica e rivoluzionaria manteneva intatto il suo fascino.
Avevamo due indirizzi presso cui poterci recare: uno era ad Oakland, dove si trovava l’abitazione di Tom e in cui avremmo trovato il suo amico Jack.

L’altro era sulla ventitreesima strada, nel quartiere di Mission, ed era la casa di Patty, la ragazza del mio amico americano.
Come in ogni storia di amicizia vera, m’innamorarmi di lei e, per la seconda volta in quel viaggio, io ed Ettore finimmo con l’abitare in case diverse.
Non nei primi giorni, però, quando eravamo impegnatissimi a esplorare ogni angolo della città, ora da soli, ora con Jack oppure con Patty.

Eravamo anche capitati tra i pochi americani politicizzati e radicali che ci avvenne di incontrare in quel viaggio.
Jack, come Tom, aveva lavorato presso gli stabilimenti di Oakland.
Patty era un tecnico del BART, la Bay Are Rapid Transport, la velocissima metropolitana completamente automatizzata che attraversava la baia dentro a un tunnel sottomarino.

Il primo era un militante di un piccolo gruppo filo-maoista, ma che, il venerdì sera, non rifiutava di recarsi e di accompagnarci a ballare in locali dove si suonava, quasi esclusivamente, musica country-western.
La sua casa era al centro della Oakland più nera e, anche se era amico di tutti i vicini, ogni tanto uno sputo lasciato sulla vetrata accanto all’ingresso ricordava a tutti che lì la minoranza era costituita dai bianchi.

La stagione delle Black Panthers stava volgendo alla fine, tra la repressione dello stato, faide intestine e criminalità infiltrata per gestire il territorio.
L’essere bianchi radicali e anti-razzisti non costituiva più un sicuro lasciapassare.
E anche se i bambini del vicinato si erano divertiti, il primo giorno, nel vederci aspettare per ore davanti a quella casa, in attesa che qualcuno arrivasse, non tornarono troppo spesso a giocare lì.

La sconfitta o il rifluire delle lotte, lo capimmo già allora, lascia sempre uno strascico di rancori, separazioni violente, violenza inesplosa e rimorsi, in cui la cosa più importante sembra il poter rinfacciare agli altri le loro colpe senza riflettere sulle proprie.
Proprio come capita alla fine delle storie d’amore intense e appassionate.
Amore e rivolta crescono nella passione e si distruggono attraverso di essa, una volta che il fuoco che le anima non trova più abbastanza combustibile per continuare a bruciare.

Avevamo ormai pochi soldi in tasca

Avevamo ormai pochi soldi in tasca.
Ma una discreta riserva di erba ci permise di sopravvivere nelle lunghe giornate durante le quali avremmo consumato solo i pasti serali.
I pochi dollari in più li riservavamo per l’acquisto di qualche imperdibile Lp trovato a prezzo stracciato in qualche negozietto della città o della vicina Berkeley.

Patty amava portarci in giro per la città e i suoi dintorni.
Alla sera sapeva sempre individuare un locale in cui si suonava: blues, bluegrass, musica caraibica.
Attraverso quelle passeggiate e quei suoni iniziai ad amarla.
Ma ci portò anche ad un raduno di protesta anti-nazista presso il Golden Gate Park, dove il numero di coloro che protestavano si rivelò inferiore a quello dei manifestanti dell’estrema destra razzista.

Mi stupii, con il mio compagno di viaggio, che non avvenissero scontri tra le due fazioni o con la polizia schierata in mezzo.
Nell’Italia di quegli anni sarebbe stato davvero impensabile, ma le lotte e le battaglie di Berkeley erano finite da un pezzo e il collante della protesta contro la guerra in Viet-Nam non aveva più, fortunatamente, ragione d’esistere.

Nei pomeriggi in cui eravamo soli, io ed Ettore, amavamo bighellonare senza meta, osservando bambini e ragazzi scendere a razzo per le ripide discese della città con i piedi ben saldi sui loro skate-board.
Prendevamo al volo qualche tram per risalire le strade ripide oppure ci fermavamo per vedere passare qualche autoarticolato dei pompieri mentre accorreva sul luogo di qualche incendio.

Ancora una volta non avevamo mete prefissate, era lo sguardo a indicarcele sul momento, sia che fosse un pellicano in volo radente sulle acque della baia oppure qualche oscuro bar nelle vie del centro.
North Beach era il centro della comunità italo-americana e ci divertiva fermarci nei locali a sentire dei vecchi parlare in siciliano o in qualche altro dialetto.

Da qualche parte devo ancora avere una fotografia, scattata da Ettore, in cui io e Patty sediamo in un locale del quartiere a bere un cappuccino, mentre sullo sfondo troneggia un manifesto di Nilla Pizzi annunciandone una prossima tournee invernale.
Altro che Grateful Dead e Jefferson Airplane!
Ma anche questo faceva parte del gioco di perderci ogni giorno, dietro a qualcosa di inaspettato.

E poi gli ambigui locali di Castro Street, i ristoranti e le pizzerie messicane sulla Mission e in Market Street, i moli dell’Embarcadero, gli infiniti negozi di oggetti usati di ogni genere finivano nel suscitare in noi sempre nuove curiosità e sorprese.
Avremmo dovuto fermarci a Frisco per una decina di giorni, ma ci fermammo lì per più di un mese.
Anche grazie all’arresto di Ettore per furto.

Quel giorno avevamo già fatto una felice incursione presso la Tower Records

Quel giorno avevamo già fatto una felice incursione presso la Tower Records.
Ci divertiva sfidare la sorte nei fornitissimi e controllatissimi negozi di quella catena.
L’avevamo fatto a Las Vegas, in piena notte, unico negozio di dischi a rimanere aperto ventiquattro ore su ventiquattro.
Le guardie armate all’uscita non si accorsero mai della semplicità e faccia tosta con cui portavamo via i dischi sotto i loro occhi.

Ma in un supermercato di Oakland Ettore si fece beccare in fragrante da una settantenne occhialuta che in realtà era una guardia interna.
Come al solito era entrato per il rifornimento base: prosciutto, maionese, banane, latte e pane.
Ma a fregarlo fu lo spazzolino da denti.
L’agguato era scattato lì, presso gli scaffali dell’igiene orale.

Io ero rimasto fuori, avendo con me almeno una ventina di Lp di provenienza illecita.
Mi preoccupai così, non poco, quando vidi un’auto della polizia, prima, fermarsi davanti all’ingresso principale e, poi, ripartire con Ettore a bordo intento a cercare di farmi ciao-ciao attraverso il lunotto posteriore.
Cosa cazzo poteva essere successo?!

Con Patty cercammo di capire dove fosse stato portato Ettore e, dopo un giro di telefonate alla polizia locale, venimmo a sapere che il mio amico sarebbe stato processato per direttissima il giorno seguente.
Di avvocato nemmeno a parlarne con i soldi che ci rimanevano.
Molto probabilmente non ci sarebbe rimasto che affidarci alla clemenza della corte.

Ettore arrivò nell’aula ammanettato e in compagnia di un gruppo di giovani afro-americani, uomini e donne, tutti parecchio più alti di lui.
Anche la guardia bianca che li accompagnava era notevolmente più alta e più grossa, ma il mio compagno di viaggio era tutt’altro che triste e ci sorrise appena ebbe modo di vederci.
Cioè quando tutti gli altri si furono seduti.

Il processo fu un bell’esempio di melting pot americano: giudice di origine giapponese, avvocato d’ufficio dal cognome indubitabilmente greco, imputato italiano e traduttrice (Patty) americana purosangue. Sì perché, nel marasma generale, nessuno si era accorto che Ettore avrebbe potuto dire ben poco e capire ben poco di ciò che gli sarebbe stato detto avendo ancora una scarsissima conoscenza della lingua inglese.

Toccò quindi a Patty offrirsi, con il mio aiuto, di fungere da tramite tra Ettore, l’avvocato e la corte.
Fortunatamente, come Tom, Patty studiava l’italiano da un paio d’anni e quindi le fu possibile tale missione di volontariato.
Poiché potemmo dimostrare che verso la fine di ottobre avremmo lasciato gli Stati Uniti, senza prolungare oltre la nostra perniciosa permanenza sul suolo americano, il giudice fu clemente.

Ripagato il danno, ovvero il bottino del supermercato, Ettore ebbe solo l’obbligo di ripresentarsi da lì a una settimana per firmare e dimostrare di non essere stato colto un’altra volta nel compiere lo stesso reato.
Uscimmo soddisfatti e contenti, anche se nella notte passata in cella aveva perso una delle sue preziose lenti a contatto.

Per il troppo ridere, mi spiegò più tardi, aveva pianto e con le lacrime una delle due lenti era scivolata via, caduta sul pavimento e persa per sempre.
Le risate erano dovute al fatto che mentre nella cella di Ettore erano stati stipati sempre più ragazzi di colore, nella cella di fronte era stato rinchiuso il risultato di una retata di prostitute.
I battibecchi, gli inviti, le oscenità e i richiami sessuali erano andati avanti per tutta la notte, in un clima di esplicita orgia verbale, limitata fisicamente soltanto dalle sbarre delle due celle.

Non aveva capito granché dalle parole, ma i gesti e gli sguardi erano bastati.
In più, quando gli occupanti delle due celle si erano resi conti che l’unico piccolo bianco presente era un italiano, avevano cominciato ad apostrofarlo, scherzosamente, con il nomignolo di Stallion.
Sylvester Stallone cominciava a spopolare nel mercato della sottocultura e a rappresentare una nuova versione del fascino latino. Da lì il soprannome.

(14-CONTINUA)

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