di Dziga Cacace

Mc1301.jpg379 – Fino alla fine del mondo di uno sconcertante Wim Wenders, Germania/Francia/Australia 1991

Da una accidiosa chiacchierata postprandiale, con amici fannulloni come me, sul valore (presunto, dissipato, boh) di Wim Wenders nasce la voglia di rivedere questo film che in passato ho visto male, a pezzi, pigramente, mollandolo a metà e decidendo che non meritava il mio tempo. E avevo fottutamente ragione: 2 ore e mezza di caos narrativo e sfasciamento di marroni da cui esce un messaggino piccino picciò che Wenders, all’epoca, avrebbe potuto affidare a uno striminzito dispaccio Reuter e oggi potrebbe digitarci via s.m.s. Quando la montagna partorisce il topolino, sentite qua: non si possono riprodurre i sogni, fa male, è brutto. E poi: apprezziamo di nuovo la natura, difendiamola. E infine: alla malattia del video che del ricordo ci dà solo pallidi sembianti, preferiamo la parola scritta. Ci mancavano giusto: la sera fatevi il bidet e l’uovo ben sodato cuoce 6 minuti. Sono io un rompipalle o è questa sorta d’intellettuale che ci mette 2 ore e mezza per arrivare a conclusioni che a Cheetah avrebbero richiesto 30 secondi?


Tra l’altro voleva allungare la brodazza per 9 ore. Poi le ha ridotte a sei e la distribuzione ha deciso che bastava il metraggio che ho visto io. Ovviamente questo è diventato l’alibi per difendere una porcata indifendibile. La storia è un incasinato inseguimento per tutto il mondo di Claire nei confronti di Sam (William Hurt), un ladro di immagini ricercato da tutti. Claire a sua volta è inseguita da un ex amante: s’inseguono tutti e tutti finiscono in Australia mentre un satellite in avaria viene fatto esplodere; è la fine del mondo o no? È una rottura di cazzo, ecco cos’è. Immensa. E intanto il padre di Hurt riesce a filmare i sogni di Claire e Sam. Diventeranno schiavi delle visioni del proprio inconscio, disintossicati poi la prima dal romanzo che il suo ex sta scrivendo, il secondo dal rinnovato contatto con la natura grazie agli aborigeni. E il film si chiude con Claire che lavora su un’astronave, combattendo l’inquinamento. Il senso?!? Perché Claire s’innamora follemente di Sam? Perché lo insegue con questa determinazione, trascinandosi dietro il codazzo di altri inseguitori? Boh. È tutto dato, è così, prendere o lasciare, senza dare una parvenza di logica o perlomeno di consequenzialità. Più che un pastiche di generi, è un pasticcio di merda, immangiabile, noiosissimo: i generi si accavallano e la regia non sa gestirli: ne viene una fantascienza pauperistica di serie Z, infarcita di scene cogitabonde, comiche (spesso involontarie e, anche peggio, talvolta volontarie) e altre di drammatica recitazione. Uno si chiede come Wenders possa soltanto pensare un film così e poi ne affidi il ruolo principale a una incapace totale come Solveig Dommartin… Beh: è (era) la sua donna! Ed era lei ad aver concepito il soggetto di questa baracconata. Roba da chiodi: il pensoso Wenders, il moralista, il serissimo regista teutonico che perde la testa per questa facciona e le dà il ruolo di una ventenne (!): ma neanche nel cortile di Cinecittà, dài. Cosa si salva di questo film, tra dialoghi imbarazzanti, scene madri da pelle d’oca (una lite Hurt/Von Sydow risibile), montaggio frammentario, narrazione incoerente e disordine stilistico? La fotografia, a tratti, ma proprio a tratti, quando è il paesaggio a recitare e, insomma, non puoi che riprenderlo, ecco. E poi, ultima tirata e chiudo: la musica… ogni film di Wenders è occasione per sfornare una bella colonna sonora di artisti di cui poi lui si vanta di essere amico. E beh, pagandogli i diritti, questi saran ben contenti di essere “amici” di questo cialtrone. Solo che i pezzi sono incastrati, appiccicati in questo bailamme: a parte un pezzo di Lou Reed, tutto il resto è indistinguibile, per lo più cantato e con la fastidiosa sensazione di clip interruptus. E tutti lì a dire: gran colonna sonora… e chi l’ha sentita? Sarà bello il disco, ma francamente anche Don Giovanni di Battisti è bello e pure il primo dei Violent Femmes non è male. E allora? Che cazzo c’entra? Wenders mi ha sempre stupito: per la poesia incredibile di film come Nel corso del tempo o Alice nelle città, per buona parte de Il cielo sopra Berlino, per osservazioni acute sull’atto della visione e non solo (ma più scrivendo che filmando). E il ragazzo sa anche fotografare, sí. Ma di fronte a un libro di foto come Una volta – corredato di poesie patetiche – o dopo aver visto un film come questo, mi chiedo se questo supposto genio non ci abbia tutti preso per il culo, perché il confine tra poesia e stronzata è veramente esile e basta giocare con la vanità del pubblico per tirarlo scemo a dovere. Avrei dovuto aspettarmelo: qualche anno fa, quando ancora ero architetto — o lo stavo diventando — son finito alla Triennale di Milano. Dibattito pubblico con l’architetto Gregotti (quello che nello stadio di Genova ha messo dei posti a sedere davanti a un pilastro) e — ooooh di attesa del pubblico — Wim Wenders in persona! Tripudio di folla, miriadi di architetti con la giacca di velluto con le toppe (come me) e le Clarke ai piedi, io appeso alla balaustra della scalinata dell’ingresso impegnato a fare foto, decine di registratori accesi per mettere su nastro il Verbo. E poi due ore di micidiale scorticamento di coglioni con Grandi Verità, esposte chiaramente in maiuscolo, sul senso dell’Abitare, la Città, lo Spazio, l’Uomo e altre insostenibili cazzate. Doveva venirmi qualche sospetto. Diciamo che oggi, nel dubbio, non vedrò The Million Dollar Hotel di cui mi han riferito cose irriferibili senza finire in un’aula di tribunale. Il film in questione, invece, era presentato da Pino Farinotti, un critico che da anni licenzia un inutile annuario dei film senza giudizi ma con trama in dieci parole in croce e voti apodittici. Nell’introduzione balbettante dichiara che Wenders è il più grande autore contemporaneo e “l’ho già detto in altre occasioni”: e chi se ne frega! A me piace il salame di Piacenza. Dunque? Ma non finisce qui: dopo aver definito Lisbon Story “un capolavoro assoluto, già nella storia del cinema”, conclude che Fino alla fine del mondo “è un film che va visto”. Ma per piacere, neanche per torturare i dirigenti dei DS. (Vhs da TMC, 19/7/00)

381 – La casa 2 di Sam Raimi, USA 1987

La cugina Alessandra è a cena da me e non sappiamo resistere. Dopo salmone e insalata ci scappa un filmetto di quel regista per il quale abbiamo da sempre una scoperta passionaccia. Credevo di averlo già visto e invece – godimento doppio – ero assolutamente ignaro che La casa 2 fosse così divertente e inventivo. La trama è la solita: qualcuno in una casa in un bosco, alle prese con entità misteriose e, va da sé, malefiche. L’eroe è Ash, lo splendido e deformabile Bruce Campbell, e il combattimento con le forze del male evocate dall’incauta pronuncia di alcune parole magiche si trascina (e incalza) per un’ora e venti, finché il protagonista non è risucchiato da un vortice spazio temporale che lo spedisce dritto dritto nel Medio Evo, dove avrà il suo bel daffare (vedi lo splendido L’armata delle tenebre). Il film ha ritmo e trovate a profusione. Si ride, e tanto, e si fanno anche i consueti zompi sulla poltrona. In più c’è una qualità estetica non comune: è bella la fotografia, ma soprattutto stupiscono le continue invenzioni per i movimenti di camera. Se fossi un critico serio citerei Deleuze e Guattari, l’alto e il basso, il pop e il midcult, ma son solo un babbeo ignorante. Che però ci azzecca sempre: Raimi è un genietto. (Vhs da Tele+, 21/7/00)

Mc1302.jpg382 – Kitano Takeshi Shinshutsu-Kibotsu dell’inerte Jean-Pierre Limosin, Francia 1999

Sabato mattina guardando la tivù: che gioia! Di solito Barbara m’impedisce sistematicamente d’accendere il televisore prima di cena perché di mattina non sta bene (“non è possibile”, boh, tira fuori argomenti come se parlasse con un bambino) e di pomeriggio “c’è il sole fuori” e “vai a farti una camminata, ogni tanto”. Ma lei è a Parigi e allora io disobbedisco e mi guardo un documentario (colpo di tamburo) su Kitano (secondo colpo di tamburo) tra le 8.00 e le 9.30 di mattina (rullata di tamburi e fanfara trionfale). Un documentario che, va detto, non è ‘sta gran cosa, anche perché Kitano sembra impenetrabile, come nei suoi film. Accenna sempre inchini, è gentilissimo, disponibile, ma lascia molto alla tua immaginazione perché comunque dice poco. Parla della sua infanzia, del rapporto con la madre, della sua refrattarietà, delle pulsione suicide, del suo humour nero (ha fatto credere ai suoi allievi di essere morto e li ha ripresi al falso funerale, il buontempone). Commenta alcune scene (molto belle) e rivela che una delle ricorrenze dei suoi film, personaggi che camminano a lungo, proviene dalla necessità di allungare il metraggio del primo, magnifico, Violent Cop. Il finale è forse la cosa migliore: Kitano invita i suoi interlocutori (il regista e l’interprete d’eccezione, il preside dell’università di Tokyo) a casa sua, a patto che compiano il tragitto bendati. E la casa di Kitano è una di quelle aperture liriche struggenti che ogni tanto squarciano i suoi film: c’è pace, serenità, tanti quadri, allievi e aiutanti silenziosi, strumenti di lavoro, pennelli, matite. E Kitano che lavora pazientemente sulle sue bellissime tele, colorate e spesso attraversate da angeli. Kitano, grandissimo Kitano. (Vhs da Tele+, 22/7/00)

387 – Romeo deve morire dell’ennesimo Cialtrone, USA 2000

Sabato sera a Genova, con scelta cinematografica molto confusa. Allora ci buttiamo all’avventura: si va, con Enrico e Francesca, al Cineplex, la multisala che si trova all’interno dell’Expò. Abbiamo un cospicuo anticipo e ci riserviamo di scegliere quale film vedere quando saremo alle casse. Entriamo nel porto Antico e un semaforo ci informa che il parcheggio è libero. Neanche venti metri e siamo imbottigliati in una coda micidiale. Com’è, come non è, riusciamo a entrare nel parcheggio in tempo e corriamo alle biglietterie. Lì la scelta, a lungo rimandata, si riduce a una martellata nei denti o un calcio nei coglioni: il thriller The Skulls o l’action movie Romeo deve morire? Enrico e Francesca si rassegnano alle voglie di Barbara e mie che vogliamo un vero film d’azione dopo quella puttanata di Mission: Impossible 2. Romeo deve morire è meglio dell’ultimo Woo, ciò non di meno è una porcata anch’esso. La trama è semplice come un pensierino da seconda elementare: neri contro gialli per controllare una parte del porto di una città che ho già dimenticato (o forse non viene neanche specificata) e sviluppo alla Romeo e Giulietta. Al patriarca cinese è ammazzato il figlio e poco dopo fa la stessa fine anche il primogenito del boss nero. Guerra aperta? No, guerra fredda, con l’altro figlio del cinese, Jet Li, che s’innamora di Aaliyah, la figlia del boss. I due protagonisti sono chiaramente la parte sana delle famiglie in lotta: vogliono mettere fine alle violenze e Jet Li si adopera con puntiglio: mena assai, ma, se può, evita di uccidere. Tra scorciatoie narrative che lasciano a bocca aperta, ci sono alcune scene d’azione ben coreografate, montate in maniera quasi subliminale, tanto i tagli sono frequenti. E poi, sempre all’interno delle suddette scene, ancora due invenzioni; una che si butta via nella tripla ripetizione, ma che la prima volta vale: durante un combattimento c’è un freeze e poi la visione radiografica delle ossa che si spezzano. L’altra bella idea si ha quando Jet Li deve combattere una donna cinese agguerritissima e allora prende Aaliyah e la usa come una frusta, cioè mena grazie al suo corpo (ovviamente senza farle del male), evitando di colpire lui l’avversaria. Però nessuno ha fatto il freeze ai miei coglioni per fotografarne il momento in cui sono andati in mille pezzi perché, detto come va detto, Romeo deve morire, ma anche il regista Andrzej Bartkowiak non merita di meglio, giacché il film è una cagata che ricicla giusto alcune delle innovazioni tecniche di Matrix. E alla buona. Enrico e mia sorella erano increduli per lo schifo. Io facevo l’uomo di mondo, ma mi vergognavo un po’. E all’uscita del Cineplex ancora coda, stavolta per uscire: Il mio nome è mai più. (Cinema Cineplex, Genova; 29/7/00)

388 – L’indiscreto fascino del peccato di un infantile Pedro Almodovar, Spagna 1983

Questo era l’ultimo film di Almodovar che mancava alla mia personale collezione. Ed era meglio evitarlo perché a visione ultimata m’è venuto il dubbio che anche tutte le altre vecchie cose di Pedro mi fossero parse belle nella sublime ignoranza d’allora, quando le avevo viste all’inizio degli anni Novanta. Perché questo Indiscreto fascino è un film girato col culo (non so se per budget limitato o cosa), con un abbondanza di piani lunghi che non fa per niente godere il lavoro sulla scenografia dai colori vivaci. E la stessa fotografia (ma qui la colpa è di chi ha stampato la vhs) non è apprezzabile nella indecorosa sgranatura cui è sottoposta. Ma al di là di questi dettagli, è la storia che non convince: una cantante di night dedita alla droga, si trova per casa l’amante stecchito da una dose di eroina tagliata con stricnina. Allora va a cercare rifugio in un convento dove ogni suora nasconde un vizietto: Suor Maltrattata scrive romanzi porno sotto falso nome, Suor Vipera alleva una tigre di nome Pupo, la madre superiora è lesbica e arrazzata, un’altra Sorella ancora è sempre sotto l’effetto dell’LSD. Tutte pippano coca e sono perlomeno strane, e così via, in un crescendo senza gran senso, con comicità a livello Bagaglino distillata a ritmo catatonico. Capirai, le suore trasgressive… Pessimo e così sia. Amen. (Vhs originale, 30/7/00)

Mc1303.jpg390 – Up! di Russ Meyer, USA, 1976

La serata langue, Barbara minaccia e ricatta: “mi addormento tra due minuti”. Ha pure dormito al pomeriggio, come i bebè, ma evidentemente non le basta per reggere fino a mezzanotte e m’intima di guardare un documentario, così, se per caso si sveglia, non c’è una trama da farsi spiegare e si può adattare. Allora decido di dare una prova d’appello a quel Wenders che ho così maltrattato recentemente. Metto Buena Vista Social Club nel videoregistratore e il documentario parte. Ma è in lingua originale, ovviamente, e Barbara protesta: “se mi sveglio, non capisco niente lo stesso”. Vorrei strozzarla. E così mi guardo Up! di Russ Meyer, le piaccia o no. Kitten Nadividad, bambolona di carne, ci annuncia che sarà il nostro coro greco a commento della vicenda e subito siamo in un castello dove un tipetto segaligno, con i baffetti alla Hitler, si fa frustare ripetutamente, prova il piacere della semi soffocazione tra le tette e i culi di bellissime donne orientali e nere e infine pretende e ottiene dal frustatore anche una sonora inchiappettata con conseguente soddisfazione orale dello stesso. Praticamente un porno… sennonché è tutto montato quasi in maniera subliminale e non si vede quasi nulla (beh, delle donne sí; il resto, maschile, è tutto posticcio, al solito): l’eros di Meyer è cartoon, eccita attraverso la risata, il divertimento, la sorpresa e non si capisce quanto la trama sia un semplice pretesto. Perché? Perché è talmente incasinata, ricca di personaggi, che si deve addirittura ricorrere a una narratrice che tiri le fila della vicenda: il nostalgico nazista Adolf che vive in un castello come quello di Ludwig viene divorato da un piranha che un ignoto assassino rivestito di cuoio gli ha gettato nella vasca: chi è stato? Ed ecco che ci vengono presentati i vari personaggi che potrebbero aver compiuto l’efferato gesto ai danni di un nazista omosessuale e sadomasochista, combinazione che per Russ Meyer deve in qualche misura rappresentare il peggio della perversione umana. I vari sospettati sono tutti impegnati a scopare in maniera animalesca: donne prorompenti e uomini super dotati (di falli di gomma tipo anaconde), che si gustano tutte le possibili varianti dell’accoppiamento (dall’orgia al sesso solitario, etero e omo). Ne viene fuori un bordello che si regge solo sulla continua invenzione delle fotografia e del montaggio: alla fine salta fuori che l’assassina di Adolf non è la sua vedova, ma la figlia, Eva Braun jr., e Adolf è proprio lui, Hitler. Meyer ripete le stesse scene più volte, le rimonta, le allunga con tanti piani d’ascolto, con campi lunghissimi e con particolari fotografici che all’inizio sembrano errori, poi diventano una cifra stilistica interessante. Da vero feticista rivolge il desiderio della visione ai piedi, per esempio, e molti amplessi sono presi per particolari, dagli stivali dello sceriffo che “interpretano” l’orgasmo, al tatuaggio a fianco al pube di Margo Winchester (Raven De La Croix), ripetuta sineddoche visiva. Dunque? Bah, Up! è una porcatina, di gusto però. Non so se deteriore, ma ci sono invenzioni, idee, una cifra stilistica, anarchica se volete, ma nelle parti ambientate negli scenari naturali, per esempio, molto piacevole. E su tutto i close up di oggetti inanimati, mai così espressivi se montati in parallelo a scene di sesso. Dal momento che questo è solo il quarto film di Meyer che vedo, non so se il regista si stesse già ripetendo o meno. Nel dubbio: folle e interessante. (Vhs originale; 4/8/00)

391 – La cena dei cretini di Uno Pigro, Francia 1998

In una Milano fredda e disabitata, ci rimane solo il cinema Ducale con un film che ha avuto buon successo di pubblico e critiche discrete. La sala è come sempre gelida e qualche risata ci riscalda un poco. L’idea del film è semplice e molto forte: tale Pierre, insieme ad altri amici un po’ bastardi, partecipa ogni settimana a una cena in cui bisogna portarsi dietro un cretino. Vince chi porta il migliore. Pierre trova un campione mondiale, un fuori categoria: François Pignon, formidabile e autentico cretino che lavora al Ministero delle Finanze di Parigi. Ma un colpo della strega impedisce a Pierre di partecipare alla cena, con il cretino che si è già presentato da lui e che, indistruttibile, gli rovinerà completamente la vita. Lo spunto, come detto, è ottimo. Gli attori sono tutti bravi, con il “cretino” Jacques Villeret, semplicemente straordinario a restituirci il vuoto mentale del suo personaggio. Per cui: film buono? Insomma. Si ride, e in certe occasioni molto, proprio perché la situazione data e gli attori sanno sfruttarla al meglio, ma il copione è scritto alla carlona, la regia di Francis Veber è invisibile e le battute latitano. In mano a sceneggiatori in gamba ne poteva venire fuori un capolavoro, così è un filmetto esile che vive di un’idea e di una buona recitazione comica. Siccome mi sono divertito come un cretino da invitare a cena, metto da parte ogni rammarico per l’occasione persa. (Cinema Ducale, Milano; 6/8/00)

Mc1304.jpg392 – Buena Vista Social Club di quel finto di Wim Wenders, Germania/Francia/Cuba/USA 1998

Non posso concludere questo volume di recensioni senza essermi parzialmente riconciliato con Wenders. La visione di Fino alla fine del mondo m’ha fatto crescere il famoso terzo testicolo e, in qualche maniera, devo riparare, dargli una prova d’appello. In fondo è uno degli artisti che m’ha fatto innamorare del cinema… forse ha abusato della mia credulità infantile con Paris, Texas, però… no, dài, non rinnego: alcune, anzi molte, cose di Wim mi sono piaciute. Per cui mi autoconvinco che son stato troppo severo e che è facile fare il critico ultrà. Adesso mi guardo questo Buena Vista di cui tutti si son detti felici e vedrete che faccio pace. Il film, l’anno passato, è andato molto bene e il disco ha venduto a paccate. Gli artisti coinvolti, tanti fantastici super abuelos cubani, girano ora il mondo e fanno concerti, incidono dischi, assaporano la notorietà e il successo che Cuba gli negava. E la sensazione, a visione ultimata, qual è? Quella di aver visto un banale documentario in cui il regista o i diversi montatori avevano per le mani ottimo materiale, umano e narrativo. Non gli restava che assemblarlo con un minimo di raziocinio e, voilà, il lavoro era fatto. Un documentario così si poteva solo rovinarlo, insomma: i personaggi sono straordinari, la storia delle loro vicende personali è interessante, il loro trionfo mondiale è in atto e tu hai la fortuna di esserne testimone. Cosa può volere di più un regista? Ma un cervello, Cristo santo! La Kopple si fa tre anni tra i minatori e intraprende un lavoro che non si sa se porterà a termine (Harlan County, U.S.A.). Michael Moore prende a inseguire Roger e forse lo troverà, forse no (Roger and Me); questi son documentari, in cui la regia si mette in gioco, cerca di restituire un brandello di realtà partecipando: il regista interviene e filtra secondo la sua sensibilità. Qui, se vogliamo, chi si spende è giusto il grande Ry Cooder perché la regia è inesistente: nulla ci fa sospettare scelte particolari dietro il racconto semplice fino alla mortificazione, il montaggio è elementare come le anonime riprese in digitale (a parte una steady che volteggia in una scuola di danza). Insomma, questo Buena Vista è uno scarso prodotto televisivo degno de La vita in diretta: il grande cinema del Maestro Wim Wenders, dov’è? Boh. A casa mia, questa si chiama exploitation. Eppure son tutti commossi dal film e ovunque non si fa altro che sentire la colonna sonora. Che — e diciamocelo una buona volta — al secondo ascolto diventa una solenne rottura di coglioni, eh. Io non capisco. So solo che i coniugi Wenders hanno fatto uscire un libro fotografico che documenta la lavorazione e che quasi tutti i diritti della musica eseguita sono (diventati) di proprietà tedesca. Sospettoso, eh? Ah, ultima cosa, a rendere chiaro che con questo cialtrone di Wim non mi sono per niente riconciliato: sulle reti nazionali circola un orrendo spot pubblicitario delle Ferrovie dello Stato. L’ennesima bufala sul rinnovamento del servizio ferroviario nazionale è firmata da Wenders che ha intervistato centinaia di utenti comuni (lui? Ma va’, ci avrà mandato qualche scagnozzo…). Confezione povera, tristezza diffusa e parcella ultramilionaria del regista. E le Ferrovie che fanno schifo al cazzo, tanto per cambiare. Serve una Rivoluzione Culturale, ma di quelle cattive, con lo scudiscio. (Vhs da Tele+; 7/8/00)

(Fine — 13)