di Dziga Cacace

MC0201.jpg100 – Boogie Nights di Paul Thomas Anderson, USA 1997 e 70s Classic Porn

Premetto che per valutare da serio critico onanista questo Boogie Nights ho seguito una preparazione a base di pornazzi d’autore. Ma ne parliamo dopo. Boogie Nights, dunque: siamo negli anni 70, periodo Febbre del sabato sera ed Eddie, giovanotto stanco di fare il cameriere e deciso a sfruttare le qualità fisiche di cui madre natura l’ha superdotato, incontra Jack Horner (Burt Reynolds), regista erotico. Il sodalizio funziona: Eddie diventa Dirk Diggler, la star di un cinema che in quegli anni si sforzava di trovare una legittimazione estetica oltre a quella puramente commerciale. Ma il successo, la droga e le ambizioni mal riposte portano alla crisi degli anni 80: Dick cercherà fortuna in altri campi non riuscendoci e alla fine tornerà nella grande famiglia che aveva fatto la sua fortuna e che sa ancora apprezzare la sua elefantiaca dimensione artistica.


La regia è frizzante e sceglie una parete spaziosa per stendere il suo affresco (il film dura 2 ore e 35). Piani sequenza vertiginosi, intensi primi piani, belle idee di montaggio, convincente rievocazione dell’epoca. Il film funziona su diversi livelli: l’evoluzione del personaggio principale, dell’ambiente in cui lavora e della società in cui vive. Eddie/Dirk è ben tratteggiato: ambizioso, ingenuo ma energico. Fugge da una famiglia che non sa capire le sue aspirazioni e trova rifugio in una più generosa e originale famiglia putativa, composta dal paterno regista Horner, dalla nuova madre-amante, la pornodiva Amber Waves (Julienne Moore, ormai bolsa), e da altri pittoreschi personaggi (tutti memorabili: l’aspirante starlette Rollergirl sempre coi pattini a rotelle, il fonico gay, il direttore della fotografia cornuto, gli altri pornoattori). Anche l’evoluzione del cinema porno è ben definita: la contrapposizione non è solo tra i supporti (cioè pellicola vs. nastro magnetico), ma anche riferita ai contenuti: il cinema porno degli anni 70 aspirava alla narratività, a una dignità artistica, all’ammissione nella serie A (si pensi a Cannes 1972, con dei film per adulti in rassegna!). Era un cinema con un pubblico, le sale specializzate, una critica dedicata, dei festival e dei premi. Negli anni 80, grazie a mezzi sempre più economici, la facile riproduzione e la fruibilità nell’intimità casalinga, si passa dalla qualità (storie strutturate, fotografia decente, montaggio consapevole) alla quantità (piani sequenza interminabili delle posizioni del kamasutra da 1 a 100 andata e ritorno, innumerevoli membri, buchi otturati ed enormi tette plasticose). Ovviamente ci sono eccezioni in tutti e due i sensi, ma parlando di grande mercato la storia è verosimile e ben rappresenta lo scontro tra anni 70, ancora libertari e figli della contestazione, e anni 80, duri ed egoistici. Come anticipato prima, mi sono documentato. Ho fatto ricorso ad accurate filmografie e ad articoli di esperti segaioli del genere. Sono andato in un videostore genovese che ha praticamente tutto, mainstream e X rated e con la mia faccia di tolla, adducendo non meglio precisate esigenze professionali di cui non fregava niente a nessuno se non alla mia rispettabilità, ho fatto le mie richieste e recuperato diverso materiale. E poi ho operato quella che — visto il genere — si può decisamente definire una ricognizione a volo d’uccello. Tra le altre cose ho visto The Opening of Misty Beethoven (Henry Paris, 1976) che Anderson cita spesso per esemplificare la generosa ingenuità di chi tentava di fare qualcosa di diverso dal semplice e anatomico su e giù. La confezione non è ineccepibile, ma si notano la cura fotografica e scenografica, il montaggio professionale e le musiche originali. Gli attori non sono peggio di tanti “normali” mestieranti e la regia prova a costruire una storia, praticamente il rifacimento zozzo di My Fair Lady, percorso da ironia, comicità e momenti di hard ginecologico non troppo lunghi: il dott. Love (Lawrence Lyman) incontra a Parigi Misty Beethoven (Constance Mooney), una prostituta decisamente schizzinosa (!). Decide di diventare il suo pigmalione per farla eleggere “Donna più calda dell’anno”. L’addestramento procede come ben si può immaginare: Misty non vuole deludere il dott. Love e ci dà dentro con foga, superando tutti i pregiudizi sessuali che fin lì la bloccavano. Ma se sessualmente è diventata una maestra, affettivamente è ancora delusa. Love, per non distrarla, finge di snobbarla. Alla fine, come intuibile, i due riusciranno a coronare il loro sogno d’amore. Tematicamente, la rivisitazione hard sembra il filone più sfruttato: Take Off (Armand Weston, 1978) è, ad esempio, un rifacimento ambientato in America de Il ritratto di Dorian Gray, dagli anni Trenta fino ai Settanta. Il musical Alice in Wonderland (Bud Townsend, 1976) non ha bisogno di spiegazioni ed è professionalissimo, fin divertente per le invenzioni. Behind the Green Door (Jim & Artie Mitchell, 1972) vede invece una giovane (Marylin Chambers, poi anche attrice per Cronenberg in Rabid) iniziata al sesso in una convention di fricchettoni: psichedelia (con orgasmi virati a più colori), nani felliniani, donnone, neri iperdotati e tante incursioni nel fantastico e anche in altri buchi. Interessante, ma fin troppo folle e disordinato. Molto pesante e per nulla exciting The Devil in Miss Jones (Gerard Damiano, 1972), pretenzioso nelle sue aspirazioni drammatiche e pessimo come realizzazione. In ordine sparso ho poi visto Insatiable (Godfrey Daniels, 1980), film di nullo interesse in cui si vede una più matura Marylin Chambers alle prese col membro asinino di John Holmes, Babylon Pink (Henry Pachard, 1979), noiosa carrellata di dive dell’epoca variamente impegnate, e infine Pretty Peaches (Alex DeRenzy, 1979), che se nella delirante trama aveva esili motivi d’interesse, mi ha portato a chiarire finalmente una faccenda: Philip Toubus, l’attore che interpreta Pietro in Jesus Christ Superstar, è stato anche un nerchiuto attore di genere. Due anni fa, in una delle mie prime navigazioni in Rete, ho chiesto delucidazioni in un sito dedicato al capolavoro di Norman Jewison, senza rendermi conto che doveva essere gestito da dei cristiani fanatici e un po’ tonti. Infatti mi hanno risposto — tra mille lodi, invocazioni e richieste di perdono all’Altissimo — che “Pietro non era una pornostar”. Hai voglia a spiegargli, con il mio inglese, l’equivoco. Vabbeh. (Vhs originali; 9/10/98)

MC0201b.jpg103 – In & Out di Frank Oz, USA 1997

Sul film ho pochissime aspettative, ma la giornata è stata uggiosa e per dargli tono e sapore vale la pena di rischiare questa commedia, genere che di solito mi lascia basito e silente in mezzo all’entusiasmo sganasciato degli altri spettatori. E invece: il film vale poco, è evidente, ma in due occasioni ho pure riso. Kevin Kline è un professore di letteratura in una cittadina dell’Indiana. A tre giorni dal matrimonio si vede sconvolta la vita perché un suo ex allievo diventato attore di successo (Matt Dillon, in parte), ricevendo il premio Oscar, glielo dedica, specificando che è gay. La rivelazione sconvolge la tranquilla provincia, non ultimo lo stesso professore che si trova assalito dai media, dai familiari e dalla sposa promessa. Kline scoprirà quello che non aveva mai voluto ammettere e rinuncerà alle nozze. La tematica dell’omosessualità è affrontata in chiave puramente burlesca e tutte le caratteristiche che, secondo gli sceneggiatori, la denotano sono positive. I gay sono puliti, ordinati, garbati, affabili, non alzano mai la voce. I difetti? Beh, ascoltano i dischi e vedono i film di Barbra Streisand, poco più. Come analisi non è molto attendibile, ma ci viene risparmiata la checca isterica e la passione per le scarpe. Kline è bravo e anche l’altrimenti machissimo Tom Selleck, gay del tipo virile, ma mai di maniera. Se il film ha una sua credibilità è soprattutto perché anche lo spettatore non sa se Kline sia intimamente omosessuale: lo scoprirà insieme al personaggio. Non è molto, ma non è neanche poco, via. Diverte la cerimonia degli Oscar in cui si sfottono Eastwood, Newman, Seagal, Douglas e i film sul Vietnam (una parodia con Dillon eroe di guerra degradato perché gay), ma il momento migliore si ha quando il turbato Kline segue una cassetta che dovrebbe testarne la virilità mettendolo alla prova con il ritmo travolgente di I Will Survive: nonostante la voce cavernosa proveniente dallo stereo lo inviti a pensare a John Wayne e gli ricordi che Schwarzenegger non balla (“a malapena cammina”) la musica lo trascina in un ballo scatenato. M’è passato, sù. (Vhs originale; 10/10/98)

107 – L’avvocato del diavolo di un Cane Infernale, USA 1997

Già dal titolo sentiamo puzza di zolfo e ci basta poco per capire in quale pasticcio s’è infilato il prestante Keanu Reeves e noi con lui. È un avvocato della Florida messo di fronte a un bivio morale non da poco: sta difendendo un professore di liceo accusato di molestie sessuali da una studentessa. Mentre la povera ragazza depone, Reeves si rende conto che l’accusato non ha di meglio da fare che masturbarsi (!) sotto il banco: che fare? Assalito da remore abissali (un avvocato, figurati!), va in bagno a sciacquarsi la faccia, ci pensa un po’ e torna in aula per inchiodare la scolaretta. Da questa porcata assolutamente credibile parte invece la sua incredibile e strepitosa carriera: chiamato a New York in uno studio immenso, vince casi su casi facendo sempre trionfare il Male. Maiuscolo? Beh, sí, perché il Diavolo ci mette la coda. Il suo infernale principale, lo scatenato Al Pacino, è un satanasso che parla una babele di lingue e difende affari sporchi in tutto il mondo. L’innocente moglie di Reeves inizia a vedere cose strane e sente un sinistro ticchettare di zoccoli fessi: vorrebbe un figlio dal marito che è troppo occupato a difendere — con successo — un pluriomicida e allora ci pensa il luciferino Pacino (presente Rosemary’s Baby?). La disgraziata si suicida e l’avvocato rampante capisce finalmente che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. In un sussulto di lucidità, per resistere alle lusinghe di questo belzebù gigione ed esibizionista, Reeves si spara un colpo in testa come vorrebbero fare gli spettatori attoniti e, ZAP!, siamo di nuovo nel bagno della prima scena. Torna in aula e abbandona il suo assistito pedofilo, sancendone la colpevolezza. È finita? No! Il giornalista che si complimenta col protagonista per la dirittura morale dimostrata prende le sembianze di Pacino: diabolico! Mi direte: non demonizziamo, ma tra musica da giorno del giudizio, ritmo per niente indiavolato, scene madri memorabili per pessimo gusto, morphing e altri effettacci questa ciofeca mette — scusate il genovesismo — anguscia. Taylor Hackford, la bestia patentata già responsabile dello stracult Ufficiale e gentiluomo, meriterebbe un colpo di forcone in quel posto: a fine proiezione ho un diavolo per capello e non provo più alcuna Sympathy for the Devil. (Vhs originale; 13/10/98)

MC0202.jpg108 – Will Hunting — Genio ribelle di un Gus Van Sant col cervello in pappa, USA 1997

Io me lo sentivo, me lo aspettavo. Gli ingredienti per la porcata c’erano tutti: la favola di due ragazzotti (Matt Damon e Ben Affleck) che portano in giro la loro sceneggiatura e, infine, Hollywood che decide di dargli una possibilità, perché si sa, sono queste le vicende che alimentano la leggenda del cinema. La regia viene affidata a un regista fin qui poco addomesticabile e che ci ha regalato alcune tra le cose migliori degli ultimi anni. E poi? Beh, la tanto famosa sceneggiatura non è altro che una risciacquatura dei più vieti luoghi comuni di cui si ciba l’epica americana e non si capisce per cosa abbiano dovuto lottare Damon e Affleck giacché la loro storia è quanto di più innocuo si possa concepire. Gus Van Sant si piega a un linguaggio anonimo e a una narrazione zeppa di stereotipi. E ne viene fuori, quindi, una bella teglia di merda. Io mi chiedo come sia possibile che tra i critici “veri” ci sia chi possa farsi turlupinare da una così insultante boiata. Io non faccio nomi, ma di questo obbrobrioso Will Hunting ho letto molto bene. Questa vaccata fa drizzare i capelli in testa: avete presente quelle leggende metropolitane del problema di fisica nucleare irrisolto lasciato sulla lavagna e risolto da uno studentello qualsiasi? Bene, gli yankee in queste cose ci credono e accade che al MIT (mica l’università telematica notturna della Rai, il MIT!) le lezioni di matematica siano tenute da un prof. interpretato da Stellan Skargard che crede di essere a un gioco a quiz e che, dopo ogni incontro con la sua classe di ebeti, lascia un terribile problema matematico esposto su una lavagna nei corridoi. Talmente terribile che lo risolve tale Will Hunting che, nell’ordine: è orfano, è stato pestato da diversi genitori adottivi, ha numerosi precedenti penali e al MIT fa giusto le pulizie. ‘Sto Will non è dato sapere quale educazione abbia avuto ma legge Chomsky, Locke, Platone, Shakespeare, Frost e l’elenco potrebbe continuare (classico: quando non si sa veramente un cazzo si cita a tutto spiano; lo so perché lo faccio continuamente). I problemi li risolve come se fossero quizzetti tipo Se lo sai rispondi e il prof. lo scopre. Ma il ragazzo è un violento, introverso, felice solo con i suoi compagni di bisboccia, una torma di idioti. Al “genio ribelle” passa per la testa di vendicare un pugno preso in faccia all’asilo (giuro!), interviene un poliziotto, mena anche quello: il coglione è condannato alla prigionia. Skargard ottiene il rilascio e lo affida a uno psicanalista umanissimo, saggissimo, buonissimo etc. Chi è? Robin Williams, che ormai ricicla a ripetizione l’insegnante de L’attimo fuggente, il visionario de La leggenda del re pescatore, il medico di Risvegli. Gli manca solo di fare Na-no Na-no come Mork e il catalogo è completo. Lo psicanalista fa emergere il lato oscuro di Will, combatte i suoi personali fantasmi (gli è morta la moglie, te pareva) e si riconcilia con Skargard, compagno di studi carrierista, perché chiaramente Robbins è l’anticonformista che ha scelto la strada più difficile, non è sceso a compromessi e non ha ceduto alle lusinghe del potere. Mettiamoci poi che il nostro protagonista, in nome di confusi ideali palesemente contraddetti dalla pratica di questo cinema farabutto, rinunci a carriera e denaro e raggiunga la donna amata (orfana ed ereditiera). Il film finisce e io rimango incazzato nero perché questa è una presa per i fondelli: pessima la storia, alimentatrice di un falsissimo sogno americano; pessimi i dialoghi, squallide le battute, retoriche le scene, contraddittori — perché falsi, per niente sentiti — i messaggi. Ma quale credibilità ha questo bamboccio, il Damon dal fisico da rugbista, che con la sua faccia da Di Caprio ritardato e gonfio di birra discetta di storia economica degli stati del Sud citando autore, libro, pagina e anno di pubblicazione? Un autodidatta? Ma se non avrà neppure finito il sussidiario delle elementari! E vogliamo parlare del rapporto tra Damon e Robbins che parte con schermaglie a base di citazioni (che dovrebbero impressionare il pubblico medio) per passare alla boxe e infine alla drammatica reciproca apertura infarcita di bestialità degne di una telenovela colombiana, neanche brasiliana. Io da Van Sant non capisco ma accetto, come infortunio passeggero, una schifezza come Even Cowgirl Get the Blues, ma una truffa orchestrata a tavolino come questa, no. (Vhs originale; 14/10/98)

110 – U-Turn di Oliver Stone, USA 1997

Sean Penn — di una bravura schifosa — sta portando dei soldi a dei mafiosi russi e gliene succedono di tutti i colori. Perde i soldi e rimane incastrato in un paesino sperduto nel deserto dove non riesce a fare la benedetta curva a U che lo metta al riparo dai guai. Non riesce a farsi rendere la macchina da un meccanico stronzo, non riesce a chiavarsi Jennifer Lopez che lo seduce e poi lo rifiuta (3 volte), non riesce a prendere il Greyhound Bus che potrebbe portarlo via da questo incubo, non riesce neppure a bersi una Coca in santa pace. In più c’è una coppia di squilibrati che lo perseguita: lei che ritiene di essere la sua donna, lui — geloso — che lo vuole legnare per lo stesso motivo. Il gioco è abbastanza divertente, ma lo sarebbe in pieno se la tenuta narrativa fosse migliore e il film avesse ritmo. A fianco di idee curiose (la Mustang sfregiata che nitrisce, p.es.) ci sono anche trovate prevedibili e talvolta il risultato è manierato. È un film sulla frustrazione, anche dello spettatore se vogliamo (e non so se sia voluto). Oliver Stone è intelligente e debordante, ma stavolta perde un colpo. Morricone ricicla il tema di Indagine, tanto gli americani non lo hanno visto. Film snervante che, chissà perché, alla fin fine m’ha divertito. Boh. (Vhs originale; 15/10/98)

111 – Der Totmacher di un inesorabile Rompicoglioni, Germania 1995

Dopo tre settimane sono di nuovo a casa, al mio Lumière, per questo film che ha ricevuto buoni commenti al festival di Venezia e che stasera inaugura la rassegna sul nuovo cinema tedesco. Prima del film doverosa presentazione: la rappresentante del consolato tedesco legge un messaggio come se fosse una prigioniera della RAF sotto minaccia. In sala Marco e una trentina di persone, non molte. Parte il film e dopo dieci minuti di riprese inesorabilmente confinate dentro una stanza mi prende un atroce sospetto. Con la lucina della mia fichissima e nerdissima penna luminosa sbircio il programma e mi rendo conto che il film tratta di un maniaco omicida, interrogato da uno psichiatra. Ma quello che il depliant non dice è che il Totmacher, il fabbricante di morte, non è il protagonista, è Romuald Karmakar, il regista! Ottima drammaturgia da camera, composta, rigorosa, fedelissima ai documenti stenografati dell’epoca… ma siamo completamente matti? Tra il primo e il secondo tempo mi alzo, fingo una visitina ai bagni, guadagno l’atrio del cinema, non incontro nessuno e fuggo nella notte: sono un eroe della critica cinematografica, io, non un martire. (Cineclub Lumière; 15/10/98)

MC0202b.jpg113 – Buffalo 66 di Vincent Gallo, USA 1997

Vincent Gallo mi sta istintivamente sulle palle per un sacco di motivi. Rilascia interviste tronfie e scostanti, è innamorato della sua faccia picassiana, non solo è regista, ma compone anche le musiche, scrive la sceneggiatura e si riserva la parte principale. E poi non lo sopporto perché piace alle donne. E questo Buffalo 66 mi fa paura perché agli yankee piace grufolare nel fango. Più sono ricchi e di successo e più godono a raccontare storie tristissime, di emarginazione, con compiaciuto e morboso gusto per le situazioni limite. Per darsi un’aria intellettuale gli piace fare gli “europei” e ti rivomitano Pasolini dopo averlo scoperto e mal digerito a qualche rassegna della loro locale università per sfaccendati. Io, se sento puzza di operazione tesa a riverginarsi intellettualmente, m’incazzo forte. E invece questo Buffalo 66 possiede una sincerità trasparente che m’ha conquistato poco a poco. Il film parte e ci chiediamo: chi è ‘sto Billy Brown che, uscito di prigione, vorrebbe subito rientrarci per pisciare in santa pace? Chi è questo schizofrenico dalla vescica debole che gira per la periferia di Buffalo, N.Y.? Lo scopriamo attraverso dei flash-back: Billy s’è fatto cinque anni di prigione per pagare, innocente, una scommessa persa. I suoi genitori lo credono sempre in viaggio. Ora vuole andare a trovarli: gli vuole bene e vuole qualcuno che s’interessi a lui. I due sono degli ebeti, lei supertifosa dei Buffalo, lui cantante mancato. Lo hanno cresciuto senza alcuna cura, lui li odia ma vorrebbe disperatamente amarli. Verrebbe da urlare allo schermo: ma parlaci con i tuoi, non farci un film; vai da uno psicanalista e portaci anche loro… e intanto, però, il film s’insinua. Il protagonista trova una compagna in Cristina Ricci e poi va ad ammazzare Scott Wood, l’ex giocatore di football che, sbagliando un calcio piazzato, gli fece perdere la scommessa da 10.000 dollari. Bellissima scena finale con musica degli Yes (la splendida Heart of the Sunrise) e azzeccata anche quella della Ricci che balla il tip tap su Moonchild dei King Crimson. Tutto molto progressive indeed! Ué, m’è piaciuto, chi l’avrebbe mai detto? (Vhs originale; 16/10/98)

114 – Il potere di Augusto Tretti, Italia 1971

Con la collaborazione del Centro Universitario Cinematografico di Genova, approda al Lumière un’opera che definire sconosciuta ai più è un eufemismo: Il potere di Augusto Tretti, film a infimo costo realizzato nell’arco di una decina d’anni. In chiave allegorica si vedono cinque fasi storiche dell’affermazione del potere: nella preistoria (l’episodio più breve, meglio riuscito, più inventivo), nell’antica Roma, nel West, durante il fascismo e in pieno boom economico. Il potere individua chi sia il miglior garante della sua permanenza, un partito, una religione, un prodotto, e si perpetua. Ingenuo, realizzato artigianalmente, eppure interessante. Bello no, perché anche se i soldi erano pochi, a fianco di folgoranti intuizioni fotografiche e a qualche convincente svisata comica, ci sono anche cose che avrebbero potuto essere risolte meglio e perché il ritmo e la qualità degli episodi varia notevolmente. Però interessante perché assolutamente libero, piacevolmente imperfetto e dotato di quella stracciona nobiltà che permette voli che a un film ricco mai si potrebbero concedere. E poi, e c’è chi legge negativamente la cosa, è figlio del suo tempo e possiede un notevole valore documentale. Prima del film, presentazione dei capoccia del CUC sopra citato, autori anche dell’illeggibile rivista in etrusco La magnifica ossessione. Dicono che adesso, grazie a loro, la rivista è cambiata. Sì, dall’etrusco s’è passato all’uzbeko, ma in una variante dialettale. A vederli, sono quei gruppetti tutti uniti, che ridono dei loro commenti, che non fanno altro che ricordarsi che la tal cosa l’hanno vista a quel festival o a quella rassegna e infarciscono i loro discorsi di “diciamo”, “cioè” e “sì-no”. Sono acido perché cercando fondi universitari per organizzare rassegne al Lumière mi sento sempre rispondere: “Abbiamo già finanziato La magnifica ossessione, rivolgetevi ad altri”. Vabbeh. Nelle mie ultime trecento visite al Lumière questi qui del CUC li avrò visti tre volte e li ho sempre notati perché parlano durante le proiezioni. E poi perché hanno tutti gli occhiali, le facce da topo triste e ritengono che Il potere sia un capolavoro. Io sono Dziga Cacace, difensore dei critici fai da te che producono senza soldi pubblici: vi aspetto fuori. (Cineclub Lumière; 16/10/98)

115 – Blackout di uno sbulaccone Abel Ferrara, USA 1997

Giusto qualche appunto: la Schiffer è gonfia e innocua. Non è imbruttita dal furore iconoclasta di Ferrara, come hanno detto. È così e ve lo dico io che c’ho avuto un’intensa storia intellettuale a base di sesso. Beatrice Dalle invece è una caricatura di se stessa, stravolta e con una bocca che sembra un forno. La riflessione sulla vita di Matthew Modine, star del cinema, non è toccante né coinvolgente quando vuole essere profonda, né eccitante quando crede di essere trasgressiva, indugiando con infantile entusiasmo sugli eccessi di sesso, droga e rock’n’roll. Ferrara sembra un bambino che dice le parolacce per farsi notare. Gli mollerei un ceffone di quelli che servano da lezione per tutta una vita. Purtroppo non l’ha fatto nessuno, anzi, gli han prodotto questa solenne minchiata. Si salva solo Modine, comunque bravo e l’unico a dannarsi l’anima per tenere su un film fiacco, noioso e compiaciuto. Psicanalisi, polveri magiche, alcol, fattanza, dentro e fuori dal tunnel della droga… Il protagonista uccide una povera cameriera, si suicida e la incontra in paradiso (?!). Ma va’ cagher, Ferrara. (Vhs originale; 17/10/98)

(Continua — 2)

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