di Danilo Arona

MareInquinato.jpgCome ha dimostrato il recente e nefando episodio della “nave dei veleni” affondata dalla ‘ndrangheta al largo di Cetraro, il mare ormai contiene di tutto. Non solo migliaia di resti umani appartenenti ai disgraziati clandestini che perdono la vita sulle rotte della disperazione, ma ogni genere di sostanza tossica così smaltita dall’ecomafia. Non che la cosa non fosse già nota. Così Roberto Saviano a pagina 324 di Gomorra:

“Una delle cose che mi sconvolgeva era vedere i volti degli stakeholder campani tesi e preoccupati i giorni dello tsunami. Appena osservavano le immagini del disastro nei telegiornali, impallidivano. Era come se ognuno di loro avesse mogli, amanti e figli in pericolo. In realtà in pericolo c’era qualcosa di più prezioso: i loro affari. A causa dell’onda del maremoto infatti vennero trovati sulle spiagge della Somalia, tra Obbia e Warsheik, centinaia di fusti stracolmi di rifiuti pericolosi e radioattivi intombati negli anni ’80 e ’90.

L’attenzione avrebbe potuto bloccare i loro nuovi traffici, le nuove valvole di sfogo. Ma il rischio fu subito scongiurato. Le campagne di beneficenza per i profughi distolsero l’attenzione sui bidoni di veleni fuoriusciti dalla terra, che galleggiavano a fianco dei cadaveri. Il mare stesso stava divenendo territorio di smaltimento continuo. Sempre più i trafficanti riempivano le stive delle navi di rifiuti e poi, simulando un incidente, le lasciavano affondare. Il guadagno era doppio. L’assicurazione pagava per l’incidente e i rifiuti si intombavano in mare, sul fondo.”

Val la pena di approfondire questo aspetto, non così conosciuto, legato alle conseguenze dello tsunami di fine dicembre 2004. La potenza distruttiva dell’evento riportò in superficie tutte quelle scorie che per anni erano state scaricate nell’Oceano Indiano, con le coste africane divenute la pattumiera illegale di certi paesi europei, Italia in testa. Le conseguenze del rigurgito in superficie non tardarono a manifestarsi: sin dai primi mesi del 2005 alcune anomale patologie iniziarono a colpire le popolazioni della costa settentrionale della Somalia, manifestandosi con emorragie addominali, acute infezioni alle vie respiratorie e sanguinamenti della bocca, sintomi che sembravano essere tutti riconducibili a fenomeni di inquinamento.
L’intera costa africana subì certamente un pericolosissimo contagio dal mix di uranio, mercurio e cadmio fuoriuscito dalle rudimentali cisterne interrate sui fondali, con danni di cui poco si sa — ma che si possono immaginare — per le popolazioni locali. Una situazione gravissima — purtroppo solo una delle tante — che dimostra che dal mare prima o poi riemerge tutto quel che per anni gli abbiamo “donato”, ovvero le scorie e i fantasmi del nostro benessere.
Senza esimerci dal ricordare che le chiavi dell’omicidio di Ilaria Alpi stanno da quelle parti, possiamo anche di tentare di spostare il discorso sui corpi più “sottili”. Perché è impossibile non considerare che l’acqua “conduce” e che possiede una “memoria” senza limiti. Se da un lato si finge d’ignorare che i mari di tutto il mondo rigurgitano di quantità immani di scorie di ogni tipo (al punto tale che il mondo poco si preoccupa del Pacific Trash Vortex, quell’immane isola di plastica e spazzatura di 2500 chilometri di diametro che vampirizza come un cancro tutta la vita attorno a sé nel mezzo dell’Oceano Pacifico), dall’altro proprio non sfiora le menti che ci sono altre scorie che i mari sono in grado di “rigurgitare”. Un indizio pesante ci giunse proprio nelle ore successive allo tsunami. Così Paolo Colonnello da Phi Phi Island su “La Stampa” del 4 gennaio 2005:

“Di notte i soldati stanziati nell’isola di Phi Phi hanno paura: sostengono di vedere gli spiriti di centinaia di stranieri annegati che nuotano verso le spiagge delle due baie devastate dallo tsunami, in cerca del proprio corpo. Per questo sull’isola sono arrivati i monaci buddisti, nonché degli scintoisti giunti dal Giappone, con il compito di bonificare a suon di benedizioni e incenso tutta la zona. E di circondarla con sottili cordicelle bianche che serviranno a tenere lontano gli spiriti, affinché questi si decidano a trovare la strada del cielo.”

E così Massimo Dell’Omo su “La Repubblica” dell’11 gennaio dello stesso anno da Patong:

“Inutile cercare. Inutile scrutarsi attorno o guardarsi alle spalle: noi europei non li vediamo. Ma loro sì: li vedono e sentono le loro voci lontane che invocano aiuto. Sono i fantasmi dell’isola di Phuket. Spiriti giovani strappati troppo presto alle loro vite dallo tsunami. Non si rassegnano, chiedono di tornare. Restano attaccati, come pesanti fardelli, alla persona che avevano più cara. Spiriti che non hanno cibo e fiori e bastoncini di incenso per affrontare il lungo viaggio verso il paradiso di Sawaan: su questa terra devastata non è rimasto nessuno della famiglia che lo possa fare. Si aggirano ovunque, e appaiono e spariscono, spargendo intorno il loro implacabile dolore come profezia di nuovi, imminenti disastri. Così al grande tempio di Wat Chalong, tra fumi, profumi e tintinnar di campanellini, è un pellegrinaggio di massa per offrire doni a Budda, ricoprire di foglioline d’oro le statue dei grandi monaci, acquistare amuleti affinché quella folla mormorante di anime possa incamminarsi sulla via della pace. Fantasmi, ancora fantasmi. Provate voi a prendere un taxi o un tuk-tuk, di notte, da Karon Beach a Patong. È difficile trovare qualcuno che si arrischi. A metà strada c’è il laghetto di Klong Nonghan. Sta a monte, oltre il lungomare. Dentro c’è finito di tutto: auto, motorini, mobili. E corpi. Lo hanno quasi svuotato, ma acqua ce n’è ancora molta. Là sotto, forse, altri cadaveri. Ora qualsiasi tassista di Phuket è in grado di assicurarvi che, passando di là, si sentono molte voci che gridano aiuto. Sono voci che parlano in thai, ma anche in lingue occidentali. E non rimangono lì. Ti seguono nella notte, invocando di continuo di essere portate in salvo. Così, dopo essere passati da Klong Nonghan, per molte notti di seguito, le voci rimangono, si annidano nella casa, non fanno dormire. Diventano un’ossessione. Fioriscono i tempietti in miniatura davanti alle abitazioni. Taxi e tuk-tuk sono ricoperti di medagliette di Budda e monaci famosi, ognuno secondo il suo stile e i suoi gusti. Ma Kittisak Kittiyachotipakorn, 40 anni, ha fatto di più. Ha montato sul suo veicolo un vero e proprio scacciafantasmi. È un arco di rame, che va da una fiancata all’altra del tuk-tuk, alle cui estremità sono appese due grosse medaglie di Budda. Non vuole più cadere nei tranelli degli spiriti che, qualche giorno fa, si sono presi gioco di lui. Stava portando due ragazze thai alle loro case quando ha visto sette turisti occidentali, con i loro bagagli, fermi in mezzo alla strada. Volevano andare all’aeroporto. Lui ha detto che sarebbe tornato subito dopo aver accompagnato le sue due clienti. Così è stato. Ha caricato i sette turisti e li ha portati – un’ora abbondante di viaggio — all’aeroporto. Una volta arrivato, i sette turisti non c’erano più. Il suo caso è finito sul giornale Seant Thai con tanto di foto che mostra il suo apparato scacciafantasmi. Sarà in grado di avvertirlo, tramite le vibrazioni del filo di rame quando gli spiriti si avvicinano. Perché ora, dice, lui non sa più che cosa sia vero e che cosa sia scherzo di fantasmi.”

Metafore? No. L’acqua, ovunque, è incapace di metafore. Il canale di Sicilia è una tomba d’acqua, sul fondo della quale giacciono migliaia di cadaveri senza nome. Così come tutta l’incubica rotta dei migranti dalla Libia (o da Malta) alle coste italiche. Nessuno ne parla, perché riferire di visioni, di luci diafane sull’acqua o di estenuanti gemiti che ti seguono mentre peschi nel buio della notte, sarebbe come declassare la tragedia — già abbondantemente declassata dalle scelte politiche in merito, leggi certi accordi con Gheddafi — alla farsa goticheggiante di una storia di fantasmi.
Ma bisogna saper leggere tra le righe perché le “scorie” – anche quelle sottili — ritornano a galla. Spesso, per un gioco di correnti, i corpi dei morti raggiungono Zarzis, nel sud della Tunisia, davanti all’isola di Djierba, ambedue note mete turistiche. Li tirano su i pescatori. Nelle reti del pesce corpi nudi, mummie in blue jeans, scheletri, alghe e magliette. Nell’infame geografia delle scorie umane, inizia qui il cimitero mediterraneo. Questo leggiamo nel sito Fortress Europe:

“Lungo quelle stesse spiagge, tra Zarzis e Ras Jedir, ogni giorno dopo il turno alle Poste, Mohsen Lihidheb raccoglie da undici anni gli oggetti consegnati dal mare lungo 150 chilometri di spiagge. Sono soprattutto bottiglie di plastica, ma anche tavole da surf, canapi, testuggini, lampade al neon, elmetti, spugne, tronchi di legno, palloncini scoppiati. Mohsen ne ha creato un museo, il Museo della memoria del mare. Una memoria di plastica, fatta di opere d’arte sui paradossi dell’uomo moderno, costruite con i rifiuti recuperati nelle spedizioni ecologiche sul mare. Una delle installazioni, al centro del giardino circondato da mura di bottiglie di plastica colorate, consiste in una montagna di almeno 150 paia di scarpe. Sono scarpe nuove, sportive e giovanili. Roba che non si butta. Sono le scarpe dei naufraghi. Mohsen le custodisce insieme a un centinaio di camicie, giacche, pantaloni, maglioni e magliette recuperati a riva, strappati dai corpi sepolti nel mare. Sono tutti lavati e appesi in modo ordinato sotto una tettoia. «Sono l’unico monumento che ricorda la strage che sta avvenendo quaggiù» dice Mohsen. Da qualche anno il mare consegna i corpi dei naufraghi alle spiagge di Zarzis. Fuori dalla città, verso Ben Garden, vicino alla frontiera, esiste addirittura una specie di cimitero segreto, tra le dune. Nessuno sa dove sia, ma è sicuro che ci sia e che vi siano sepolte almeno una sessantina di persone. Prima li portavano nei cimiteri di Zarzis, ma poi sono diventati troppi. E l’odore acre che bruciava nell’aria dopo il passaggio del camion coi corpi tardava a sparire. Mohsen nelle sue spedizioni ha ritrovato tre cadaveri e altri tre pezzi di corpi. La prima volta nell’agosto del 2002. «Da qualche giorno si diceva in giro del ritrovamento di parecchi cadaveri sulle spiagge di Zarzis. La gente mi chiedeva se avessi trovato la mia parte di naufraghi, scherzando. Ma io non scherzavo affatto. Ogni volta che entravo in acqua sentivo l’angoscia salire allo stomaco. Avanzavo con cautela, ero scalzo, avevo paura di toccare uno dei cadaveri sott’acqua. Il mare mi aveva consegnato prima l’immondizia del nord, giunta dal Canale di Sicilia. Poi i messaggi in bottiglia che parlavano della crisi dell’uomo moderno e finalmente le onde mi portavano la prima vittima in carne e ossa della corsa verso l’Occidente. L’avevo visto da lontano. All’inizio sembrava una tartaruga rivolta sul guscio. Quando mi sono accorto che era un essere umano mi sono sentito mancare. Il battito del cuore mi assordava. Era là bocconi, coperto dalle alghe fino al ginocchio e sopra la testa. Taglia media, quel corpo muscoloso in vita era stato consumato dal sole e dalle onde ,la pelle beige. Con le lacrime agli occhi ho recitato il Corano e ho pregato Mosè, Cristo e tutti gli dei perché dessero la pace a quell’anima. Poi ho gridato con tutte le corde della rabbia la mia collera. Non ho voluto fare foto, perché il suo corpo, il suo spirito e la sua bellezza appartengono soltanto a dio». Mohsen chiama la polizia, che provvede a raccogliere il cadavere e a dargli degna sepoltura. Non sempre le salme si conservano dopo settimane e mesi nel mare. Il 21 ottobre 2005 Mohsen ne trova un altro. «Quella volta non c’era più il corpo, solo un teschio bianco sporco di alghe e le ossa del busto, strette insieme dalla cintola gialla dei pantaloni blu, annodati su se stessi, senza più le ossa delle gambe». Insieme a un amico trasportano i resti dell’uomo su una collina di sabbia e lo interrano recitando versetti coranici rotti sul finale da un grido di rabbia.”

Oggi Mohsen riferisce che il Museo della memoria del mare è un luogo infestato, sussurrante, infelice. La montagna delle scarpe si muove, cambia posizione ogni notte. E il mare non smette più di restituire scorie. Ed è sempre più in collera.

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