di Sandro Moiso

Fiat600.jpg
Qui le parti precedenti.

BENZINA. UN INTERMEZZO

“The universe is permeated with the odor of kerosene”
( Blackout of Gretely — Gonn — 1967)

Petrolio

Petrolio.
E’ anche il titolo di un’opera incompiuta di Pasolini.
Un romanzo che avrebbe dovuto ruotare tutto intorno alla materia prima che ha segnato, più di qualsiasi altra, il novecento.
Un liquido scuro, puzzolente e viscoso per cui sono avvenuti intrighi, complotti, scandali e per il quale sono scoppiate guerre e sono morti milioni di uomini e donne.

Nella sua versione raffinata, la benzina appunto, ha fatto viaggiare un numero inimmaginabile di veicoli, ha armato la mano dei poveri e dei rivoltosi, ci ha regalato piogge velenose e un numero elevato di tumori.
Per me è rimasto l’odore del secolo appena passato.
Ha accompagnato un bel pezzo della mia vita e di quella della mia famiglia.

C’è una mia foto, dovevo avere all’epoca tre anni, in cui cerco di annusare un fiore spalancando la bocca. In vecchie scatole di cartone e di legno ce ne sono altre in cui, ancora molto piccolo, sono ritratto mentre stringo in mano dei fiori o me ne sto seduto in mezzo a campi macchiati di primule.
Chi le abbia fatte non so, forse mio padre o mia zia.
Ma il primo ricordo olfattivo che ho è quello dell’odore di benzina.

Impregnava gli abiti da lavoro di mio padre.
Mi circondava quando, la domenica pomeriggio, mia madre mi accompagnava sulla piazzola del distributore dove lui lavorava.
Saliva da quel corso, già negli anni cinquanta pieno di automobili, che attraversava in direzione di Milano la periferia dove abitavamo.

Si potrebbe dire che la mia infanzia e la mia gioventù siano state segnate dall’odore del benzene.

Cif, Petrocaltex, Aquila, Total, Esso

Cif, Petrocaltex, Aquila, Total, Esso.
Alcuni di questi marchi dai più non sono mai stati sentiti nominare.
Altri, semplicemente, sono stati inghiottiti dalla concorrenza e dalla concentrazione finanziaria.
Eppure a quei marchi mio padre ha donato i suoi anni migliori.
Lavorando notte e giorno, senza conoscere festività o ferie per molto tempo.

Nei miei primi anni lo vedevo o per il pranzo o per la cena.
Non sempre alla sera.
Per questo ho ancora il ricordo di quelle domeniche passate sulla piazzola di un piccolo chiosco della Petrocaltex con lui e mia madre.
Respiravamo piombo. Ma all’epoca quello era l’odore del progresso e del benessere in arrivo.

Corso Giulio Cesare, con il suo traffico intenso, costituì a lungo il mio primo orizzonte.
Ai miei occhi sembrava non dovesse finire mai.
Si sa, le distanza misurate con le gambe e gli occhi dei bambini sembrano diventare enormi.
Lo percorrevo, con la mano in quella di mia madre, per un buon tratto per andare a passare il pomeriggio su quello spiazzo.

Non lo potevo ancora sapere, ma per più di vent’anni quell’area che si estendeva intorno all’incrocio tra quel corso in direzione est – ovest e un altro in direzione nord — sud avrebbe davvero costituito un’autentica rosa dei venti per la mia famiglia.
Tutti i distributori dove lavorò mio padre finirono col venirsi a trovare là intorno.
Anche le nostre case non si allontanarono mai di molto da quel centro della periferia orientale.

Soltanto il primo impiego di mio padre non fu in quella zona, ma presso un chiosco dell’ Automobile Club posto nella piazza più centrale di Torino, quella che oggi qualche amministratore cresciuto guardando Dallas alla tv ha voluto chiamare Medal Plaza.
All’epoca casa nostra si trovava in via Passo Buole, nella periferia opposta, quella ovest.
Lì ero nato e poco più di quindici anni dopo sarebbe sorta la prima sede di Lotta Continua a Torino.

Da quel primo alloggio ce ne andammo dopo due capitomboli

Da quel primo alloggio ce ne andammo dopo due capitomboli.
Uno mio e uno di mio padre.
Il mio avvenne durante un temporale rovinoso.
Mentre mia madre era impegnata come al solito a chiudere tutte le imposte, io ruzzolai giù dalla poltrona dove mi aveva sistemato, forse a causa di un fulmine o del forte tuono che ne era seguito.

Quello di mio padre fu economico.
Fu licenziato, su due piedi, insieme al collega che lavorava con lui.
Non riuscii mai a capirne gran che, ma sembra che quel collega si fosse preso qualche libertà di troppo con i buoni con i quali i soci dell’ACI pagavano il carburante.
Comunque, salomonicamente e per non sbagliare, la società li mise fuori entrambi.

Dalla mia c’è da dire che il mio spavento fu dovuto ad una tempesta eccezionale, probabilmente quella che causò la caduta dell’angelo che un tempo sovrastava la Mole Antonelliana.
Per quanto riguarda mio padre, invece, va detto che per diversi anni preferì trovarsi lavori che poteva svolgere senza colleghi.
Da quella scelta derivarono i suoi turni infiniti.

Dalla caduta dalla poltrona mia madre fece sempre derivare, e non solo scherzosamente, il mio essere mat ai suoi occhi.
Comunque non ce ne andammo subito e lei ci mantenne tutti facendo per un po’ la sarta in casa.
Quell’alloggio aveva un balcone piccolo, limitato da una balaustra in cemento, oltre la quale non potevo guardare se non quando ero in braccio a mio padre.

Tornai negli anni novanta a cercare quella casa con lui, ma non seppe riconoscerla.
Doveva aver rimosso un periodo difficile, forse anche umiliante per il suo carattere.
Mai dover dipender da niente e nessuno, se non dalle proprie forze.
Questa fu sempre la sua massima.
Qualcosa che riuscì comunque a trasmettermi.

Vivevamo nella città dell’auto

Vivevamo nella città dell’auto.
Mio padre viveva facendo il pieno di carburante ad automobili e autocarri.
Ma noi si andava a piedi.
Questo accomunava la nostra famiglia a quelle degli operai FIAT.
Loro producevano le auto, mio padre le riforniva, nessuno ne possedeva una.
Gli opposti estremismi.

Anche la gavetta, il baracchino, accomunava mio padre agli operai.
Per il pranzo o per la cena mia madre glielo preparava con qualche vivanda.
Mangiavamo le stesse cose, ma non allo stesso tavolo.
Qualche chilometro di marciapiedi ci separava.
Ricordo come se fosse adesso le mie attese sul balcone in attesa di veder spuntare la figura di mio padre in lontananza.

Ma anche i pasti condivisi a tavola erano consumati velocemente.
Mi è rimasta l’abitudine, acquisita nella prima infanzia, di mangiare in fretta.
E con questa quella di consumare il cibo tenendomi un po’ curvo sul tavolo e sul piatto.
Come un operaio seduto su una panca o un contadino al margine del campo.
Ho sempre invidiato quelli che riescono a mangiare rimanendo belli ritti, ma non fa per me.

Poi, negli anni della rivolta, ho notato che chi aveva avuto l’educazione più affettata spesso tendeva ad assumere gli atteggiamenti più trasandati.
Illudendosi così di allontanare le proprie radici e acquisirne altre.
Ma non è mai stato così.
Gli operai e i contadini nei giorni di festa non sono mai trasandati.

Ricordo la cura maniacale con cui mio padre si lavava e curava le mani.
Lui contadino, benzinaio, meccanico occasionale non voleva vedere mani sporche e unghie nere.
Erano per quelli come lui il segno del lavoro, della fatica, di ciò che era dovuto e non voluto.
Lo sporco è occasionale o almeno deve esser tale.
Chi si fa beffe ancor oggi degli abiti della festa di chi lavora non ha mai provato davvero la differenza che c’è tra i giorni del sudore e quelli del riposo.

Basta provare a guardare qualche vecchia, sbiadita fotografia delle lotte operaie dell’inizio del novecento.
Oppure qualche ritratto dei primi operai socialisti o anarchici.
Si troveranno sempre dei corpi vestiti dagli abiti migliori che le esigue finanze, e i frequenti rattoppi, potessero permettere.
Giacche, cravatte, gilè, camicie bianche, baffi curati. La lotta era una festa.

Oggi il casual è diventato dominante.
Il sogno di libertà dalla cravatta di manager, impiegati di banca e ruspanti broker è diventato il modello e il limite della libertà sognata.
Nella sua apparente semplicità nasconde la schiavitù dell’anima, relegata a non immaginare altro che infiniti barbecue sul prato di una villetta in condominio.

Non abbiamo più le lotte e anche le feste hanno perso il loro smalto.

Dire FIAT equivaleva a dire Torino

Dire FIAT equivaleva dire Torino.
Gli acronimi sembrano aver sostituito i numeri nell’opera di massificazione della società novecentesca.
Tutto quel che c’era da dire era lì in quella sigla che finiva col riassumere rapporti di potere, dipendenza economica, conflitti di classe nascosti ma mai sopiti e speranze di riscatto economico e sociale quasi sempre infrante.

Il passaggio da dipendente a gestore per mio padre fu segnato dal marchio Cif Petroli.
Cosa volesse dire quel Cif non l’ho mai saputo.
Ma con quel passaggio tornò ad avere un collega, anzi un socio.
Erano gli anni della grande migrazione dal sud al nord e con Osvaldo la Calabria entrò nella nostra vita.

Aveva otto anni in meno di papà ed era di tendenze politiche opposte, ma tra loro nacque un’amicizia che durò fino alla morte del più giovane dei due.
Avevano temperamenti opposti: tanto era taciturno e introverso mio padre, tanto era chiacchierone ed estroverso il socio.
Quel carattere un po’spaccone e il calore delle sue manifestazioni d’affetto mi conquistarono subito.

Quando, poco meno di vent’anni dopo, morì, mio padre conservò come ricordo il suo portafoglio.
Ora, dopo la morte di mio padre, quel portafoglio nero con le iniziali OT è passato tra i miei ricordi più cari.
Ricordo di un affetto, ma anche di una grande amicizia, di sogni e di progetti.
Tutto portato via da un fiume di benzina.

Comunque la nuova area di servizio era vasta e spaziosa, collegata a un’autofficina, a un bar-ristorante e munita di un salotto interno e di un bagno completo di tutti gli accessori.
Almeno adesso chi faceva il turno di notte poteva allungarsi su una poltrona reclinabile, in attesa dell’immancabile colpo di clacson.
Eravamo saltati sul carro della fortuna, anche se per gli spostamenti extra-urbani il treno continuava a essere il nostro unico mezzo di trasporto.

Dàj’l macanich!

Dàj ‘l macanich!
Così mi urlava mio nonno quando la discesa per raggiungere i campi aveva inizio e io dovevo velocemente azionare la manovella che avrebbe azionato il freno per le ruote del carro trainato da una coppia di mucche.
A dispetto della città di origine e del traffico automobilistico furono quelle le mie prime lezioni di meccanica.

Non frequentavo ancora la scuola elementare, ma il nonno paterno mi portava con sé in campagna, con la speranza che acquisissi quell’amore per la terra che non aveva mai coinvolto troppo mio padre.
Lo ricordo come un uomo severo, poco incline al gioco e allo scherzo, che amava versare un po’ di barbera sia nella minestra che sulla pasta.

Il bisnonno era stato per molti anni sindaco di quel piccolo paese del Monferrato.
Oggi mi osserva da una foto ingiallita anche lui con sguardo austero, i capelli e il collo rigido della camicia bianchi e azzimati.
E’ forse tutto quello che rimane di un’ascendenza ebraica, poi rinnegata per obbligo o convenienza, che è rimasta impressa nel mio cognome

Lui e suoi due figli avevano commerciato in vino, fino a quando la guerra non gliene aveva portato via uno e costretto l’altro a sposare la vedova del primo.
Un modo come un altro per mantenere la proprietà indivisa.
Da qui discese, forse, uno scarso affetto della nonna nei confronti del figlio maschio e forse anche il desiderio di evadere di mio padre

Figlio di quelle seconde nozze, non aveva mai apprezzato troppo la vita dei contadini e l’aridità di rapporti famigliari che spesso ne costituiva il corollario.
Da giovane sognò di viaggiare, di diventare camionista in Africa.
Poi fu partigiano, e al suo ritorno l’orizzonte paesano si era, per lui come per molti altri, ulteriormente ristretto.

Dopo il matrimonio con mia madre aveva preso la strada della metropoli.
Col treno, ogni tanto, facevamo la strada inversa, la domenica o in occasione di festività particolari.
Io trascorrevo là qualche giorno in estate o in autunno.
Fino ai primi anni sessanta, su quei colli, le strade rimasero quasi tutte sterrate e fino alla scomparsa della generazione di mio nonno vi apparvero ben pochi trattori.

Buoi, vacche, cavalli e asini la facevano ancora da padroni e pochi ettari di terra permettevano a una famiglia di tirare avanti.
Nel cortile della casa di campagna sorgeva, vicino al fienile, una costruzione adibita a casa mezzadrile.
Nella mia infanzia e fino alla morte del nonno fu occupata da contadini che provenivano dal Polesine devastato dalle inondazioni.

In cambio dell’alloggio e di una parte dei raccolti, davano una mano ai nonni nelle vigne e nei campi.
Per loro quel fiume di acque melmose si era portato via davvero tutto.
Policarpo, Toni dal còl stòrt: alcuni di loro o i loro figli trovarono una nuova vita tra quelle verdi colline, mentre altri non poterono far altro che annegare i ricordi di quella precedente nel vino.

(7-CONTINUA)

Share