di Valerio Evangelisti

Malatesta1.jpgMalatesta2.jpgErrico Malatesta, Dialoghi sull’anarchia, Gwynplaine edizioni, 2009, pp. 146, € 11,50.

Graditissimo ritorno, questo di Errico Malatesta (1855-1932). Certo, è un ritorno per modo di dire: il più noto degli anarchici italiani non era mai scomparso dall’editoria libertaria. Ora, però, le coraggiose edizioni Gwynplaine lo ripropongono al grande pubblico, con un volume che raccoglie gli opuscoli più conosciuti di Malatesta: Al caffè e Tra contadini. Opere singolari di un uomo che non fu mai un teorico alla Kropotkin (al cui “comunismo anarchico” si ispirava, così come al collettivismo di Bakunin), ma preferì esprimersi attraverso gli articoli dei giornali e delle riviste da lui fondati (Umanità Nova, Volontà) e soprattutto attraverso l’azione diretta.
Fu infatti protagonista di diversi tentativi insurrezionali, di cui i più conosciuti sono la Banda del Matese (1877) e la Settimana rossa (1914). Ma si può dire che, in tutto l’arco della sua vita adulta, non vi fu moto di rivolta o di protesta che non lo vedesse partecipe o ispiratore, non soltanto in Italia.

Questo volume è lo specchio non solo del pensiero, ma della personalità di Malatesta, straordinariamente lucida e limpida. Attraverso lo strumento del dialogo pacato, egli si sforza di spiegare, a interlocutori di estrazione popolare, come si possa giungere a una società senza oppressione statale né sfruttamento economico, e quali mezzi si debbano adottare. Il discorso è di un rigore logico assoluto, e travolge colpo dopo colpo ogni concezione autoritaria del vivere comune, capitalista o socialista che sia. Si delinea il quadro persuasivo di comunità capaci di funzionare perfettamente senza poteri centrali che detengano l’uso della forza, e senza centri di comando fondati sul monopolio dei mezzi di produzione. Anche la via rivoluzionaria, contrapposta a quella riformista del socialismo borghese, appare più una necessità che una scelta. Le argomentazioni convincono, sciolgono ogni riserva. Ciò anche di fronte a dati del presente (il nostro) che spingono in direzione totalmente opposta.
La critica — l’unica — che si può sollevare non è al rigore delle argomentazioni, e non proviene dalle categorie del marxismo (uso a ritenere l’anarchismo una variante estremista del pensiero liberale), perché coinvolge anche quest’ultimo. Le tesi di Malatesta, ma anche quelle marxiane sul comunismo e sulla “estinzione dello Stato”, presuppongono un’essenza umana naturalmente volta alla fraternità e alla cooperazione. Eliminati comando statale e sfruttamento tutto si aggiusterebbe, più o meno spontaneamente, in un quadro armonico, coincidente con le pulsioni istintive dell’uomo.
Purtroppo non è così, a giudizio di chi scrive, perché le pulsioni sono tutt’altre. Non occorreva attendere Konrad Lorenz e l’etologia: bastava leggere il Nietzsche più ardito per capire che l’essere umano, in quanto specie animale, racchiude in sé istinti individualistici e aggressivi. Tanto che la sua intelligenza lo ha portato a partorire leggi via via più intricate (ultima è il loro nodo, chiamato Stato) per disciplinare la carica innata di violenza.
Se questa è, temo, l’ultima verità, ben venga chi, come Malatesta, ha coltivato la virtù dell’ottimismo. L’anarchismo, talora alleato dei marxisti, talaltra rivale, ha contribuito, nella storia del movimento operaio mondiale, a rappresentare una voce critica, spesso fastidiosa; capace comunque di avvertire per tempo quando il comune ideale egualitario e antistatuale era messo in crisi. Anarchici sono stati massacrati assieme a trotzkisti, comunisti eretici, bolscevichi dissidenti. Credevano tutti in un Uomo / Donna capace di superare la propria indole ferina.
Malatesta fu l’incarnazione di un’umanità che di animalesco e di feroce non aveva più nulla. Ciò non alterava la chiarezza della sua visione. Nel 1922 scriveva, su Umanità Nova:

“Se il popolo francese non saprà liberarsi dei suoi Poincaré, Millerand, Clemenceau, Tardieu su cui pesa tanta parte della responsabilità dell’ultima guerra e che stanno stupidamente preparando la guerra prossima; se la rivoluzione purificatrice non verrà a rinnovare il mondo e stabilire fra le genti rapporti di giustizia e fratellanza, non passeranno vent’anni — noi ne siamo fermamente convinti — senza che i tedeschi entreranno a Parigi, alleati forse con l’Italia, per vendicarsi di tutte le indegnità a cui sono oggi sottomessi e fare ai francesi, poiché tutti i militarismi si equivalgono, quello che oggi i francesi fanno a loro.” (1)

Esattamente diciotto anni dopo questa profezia diventava realtà, nei dettagli. Capacità precognitive? No, intelligenza. Legata a un sentire anarchico che è, in realtà, sentire umano. Forse troppo umano.

1) Errico Malatesta, Scritti, vol. I. Pagine di lotta quotidiana: “Umanità Nova”, 1920-1922, Tipografia Il Seme, Carrara, 1975 (è un reprint dell’edizione pubblicata nel 1934 a Ginevra), p. 318.

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