di Luca Barbieri

Autonomi6.jpgQui le precedenti puntate.

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6. Autonomi fascisti

Veniamo quindi ai principali assedianti. Nella costruzione del senso complessivo della vicenda, la definizione dei nemici è importante quasi quanto la definizione degli attori positivi. Una definizione infatti passa anche per la definizione dei suoi opposti, quella, in questo caso, dei nemici. Il 7 aprile tutto trova la sua definizione nelle opposizioni. Se il fenomeno indagato è simile allo squadrismo fascista, l’inchiesta diventa il baluardo dell’antifascismo e della democrazia. La dimensione fascismo-antifascismo, un po’ a sorpresa, è una dimensione rilevante nella vicenda. La questione (ma lo vedremo più avanti) ha le sue ragioni storiche anche nel faticato riconoscimento dell’esistenza di un fenomeno terroristico di sinistra. L’antifascismo che caratterizza l’inchiesta emerge fin dai primi giorni. Bastino due nomi: quello di Pertini e quello di Leo Valiani. Entrambi sono “padri fondatori” della nostra Repubblica. La definizione è praticamente inattaccabile. Scrive Valiani:

Forte del suo intemerato e coerente passato antifascista, e del consenso che il popolo tributa spontaneamente alla sua persona e alle sue parole, il presidente della Repubblica ha interpretato la grande maggioranza degli italiani esprimendo la sua solidarietà all’azione coraggiosa della Procura di Padova, non a caso la medesima che a suo tempo ha contribuito a scoprire le trame dinamitarde di Freda e Ventura. […[ Grazie alla devozione dei servitori dello Stato repubblicano, forse si è in procinto di conseguire qualche risultato.

Calogero, va ricordato, è il magistrato che ha scoperto la trama fascista di Piazza Fontana, un devoto servitore dello Stato repubblicano che ha dimostrato nel passato le sue qualità e il proprio antifascismo. Ovvio quindi che anche questa indagine sia un’indagine antifascista. Se Calogero ha salvato già una volta la democrazia, lo farà anche adesso.
Il discorso, politicamente, parte da lontano, dalla ritrosia storica del PCI ad accettare l’esistenza di un terrorismo e di una violenza sociale di stampo marxista. Lo si vede dalla riluttanza a inserire in questa tradizione le azioni delle BR, al continuo richiamo di agenti esterni che le userebbero in realtà come elementi della reazione. Alla continua richiamata comunanza dei diversi estremismi che altro non appare che l’incapacità di riconoscere le differenze e di assumersi la responsabilità di una tradizione inequivocabilmente rivoluzionaria. Era già tutto scritto sui quotidiani del 1978:

Sono forze che lavorano per la controrivoluzione, quindi di destra, anche quando scelgono di usare manovalanza di sinistra. D’altronde bisogna vedere cosa si intende per sinistra; tra gli uni e gli altri ci sono troppe affinità di linguaggio, e non è forse vero che Freda era di casa a Padova, che oggi è diventata la capitale degli autonomi? Infine sappiamo bene che Lotta Continua e il movimento non hanno mai veramente preso le distanze da autonomia e quando non inneggiano alle BR le mettono, nella migliore delle ipotesi,sullo stesso piano dello Stato Repubblicano.

Così tutto si collega, tutto si spiega. Il cerchio si chiude. Il 27 aprile (1978) l’Unità pubblica in prima pagina su ben sei colonne, sotto il titolo IL LINGUAGGIO DI FREDA E QUELLO DELLE BR, degli estratti di uno scritto di Freda, dell’autunno del 1969 (“alla vigilia della strage di Piazza Fontana”) “nel quale colpiscono alcune espressioni che si direbbero tolte da uno dei tanti comunicati delle BR”. L’identità di linguaggio confermerebbe “il sospetto, non campato in aria, ma fondato su precise risultanze processuali, che gli strateghi della tensione abbiano cercato di giocare su diversi tavoli”. In realtà parlare di identità di linguaggi sembra, a dir poco, eccessivo.

Ritorniamo al 7 aprile. Il collegamento autonomia-fascismo non è solo un accostamento dettato dalle suggestioni del momento. Per un certo periodo è una vera e propria pista investigativa. Le voci che filtrano puntualmente dalla Procura di Padova, le prove di collegamenti tra autonomi e fascisti, ci sarebbero eccome. Come scrive Antonio Ferrari sul Corriere della Sera del 13 aprile 1979: «Ad un giornalista che gli domandava se è vero che il neonazista Freda e il direttore del settimanale “Autonomia” Emilio Vesce, oggi imputato, fossero amici e collaborassero alla casa editrice, il procuratore Fais ha risposto: “E’ evidente che, a certi livelli, certi estremi si toccano”»
Una vera e propria offensiva in tal senso, per identificare fenomeni di destra e di sinistra, viene condotta dall’Unità nel mese di maggio nel ’79 quando la cronaca offre lo spunto per un collegamento tra l’inchiesta di Padova e il processo al fascista Claudio Mutti. Per l’Unità il sospetto di un collegamento è una specie di conferma a quanto sempre si è sospettato: l’Autonomia è un fenomeno squadristico, parafascista, che opera contro il movimento operaio. Lo dimostra anche la composizione sociale degli inquisiti: professori universitari, insegnanti, piccolo borghesi. Gente che con la classe operaia non ha nulla a che fare (Unità del 19 maggio). Come se la classe dirigente del PCI uscisse tutta da Mirafiori. Da fascisti si passa poi a Nazisti (il titolo dell’editoriale dell’Unità del 19 maggio) in occasione della distribuzione di un volantino intimidatorio per i testi dell’accusa.

Occorre infine una nota: con il presente capitolo non si vuol dire che sia a priori sbagliato identificare alcune fenomenologie dell’Autonomia con aggettivi che si riferiscono allo squadrismo fascista. Si vuole però porre l’accento sulle ricadute linguistiche che questo atteggiamento comporta. Innanzitutto con la delimitazione di due campi precisi (fascismo e antifascismo) e poi con alcuni effetti collaterali, forse imprevisti, come quello di rinforzare l’immagine di un fenomeno manovrato da forze che vogliono contrastare l’ascesa al potere del PCI o comunque accreditare tesi complottistiche che, oltre a non avere trovato conferma in alcuna sede processuale, rischiano di distorcere la lettura di un fenomeno sociale che, pur non di massa, coinvolse migliaia di persone in tutta Italia. Come dice Giovanni Palombarini: «si era di fronte a un movimento complessivo articolato in mille pezzi che però quando poi li andavi a contare, tra gli attivi e i sostenitori non attivi erano decine di migliaia di persone, con tutte fasce intermedie. Era uno spezzone di società. Non è che si aveva una categoria. C’erano gli operai, gli studenti, gli universitari, i docenti. Nonostante questo carattere c’è stato il rifiuto di andare a vedere. La logica è stata: “c’è un fatto criminale di natura eversiva”. Infatti se chiedi ai giornalisti: “Va bene, erano terroristi ed eversori, ma perché? Come mai tanti e perché tanto tempo?” Sicuramente molti giornalisti diranno che erano dentro la strategia della tensione. Si, ma poi, quando andavi a scavare, parlavi con questi giornalisti e commentatori e gli dicevi che Piazza della Loggia, Piazza Fontana, erano stati guidati da alcune parti deviate dei servizi segreti e gli chiedevi da chi questi fossero a loro volta manovrati, allora uscivano le cose più incredibili. Allora erano, a scelta: la CIA, i grandi industriali italiani che avevano giocato la carta del terrorismo nero per contrastare le forze popolari, gli era andata male e allora mettevano in campo lo stragismo rosso, e poi entravano i servizi israeliani, il KGB. Però la tesi forte era che le forze economiche italiane e internazionali mettevano in moto tutto questo per impedire che la classe operaia quindi il PCI arrivasse al potere. Quando metti in campo una spiegazione del genere un conto è se la riferisci a gruppi piccoli un altro è se la attribuisci a un movimento gigantesco».

7. L’eroe che non c’è più: Emilio Alessandrini

Il 7 aprile ha una specie di padrino. Emilio Alessandrini, coraggioso magistrato noto per le sue indagini sul terrorismo italiano (ma anche sulla P2) viene ucciso all’inizio del 1979. La sua figura entra nel caso 7 aprile perché sarebbe stato lui, che già a Milano conduceva un’inchiesta su Autonomia, a rivelare a Calogero che la voce del brigatista che telefonò a Eleonora Moro era quella di Toni Negri. I due infatti si erano incontrati proprio nei giorni del sequestro e il magistrato, che aveva una grande memoria e capacità di imitazione, aveva conversato a lungo con Negri. L’incontro di svolse nella primavera del 1978 a casa del giudice Antonio Bevere in una cena cui partecipano Emilio Alessandrini e sua moglie Paola, Antonio Negri, la moglie Paola Meo, Stefano Menenti, giornalista Ansa, e Tiziana Maiolo, giornalista del Manifesto.
Toni Negri è stato accusato, con gli ordini spiccati il 21 dicembre del ’79, di essere il mandante anche dell’omicidio di Alessandrini. Verrà scagionato solamente più avanti. Alessandrini – questa è la tesi dell’accusa – nel corso di quella cena avrebbe intuito la potenziale pericolosità di Negri e ne avrebbe poi parlato ai colleghi Calogero e Tartaglione (poi ucciso anch’egli). I suoi appunti costituirebbero addirittura (dal resoconto del Corriere della Sera) l’ossatura del teorema Calogero. Negri, accortosi a sua volta della speculare pericolosità di Alessandrini, ne avrebbe ordinato l’eliminazione (eseguita poi il 29 gennaio 1979 da tre killer di Prima Linea).
La prima volta che si parla della famosa cena è il 13 aprile del ’79 sull’Unità. Ma l’articolo più importante è quello comparso il 14 aprile sulla prima pagina dello stesso giornale a firma di Ibio Paolucci:

Fu Emilio Alessandrini a riconoscere, per primo, la voce di Toni Negri nella telefonata del 30 aprile 1978 alla moglie dell’on. Aldo Moro. Il magistrato della procura di Milano, assassinato dai terroristi di Prima Linea il 29 gennaio, si era incontrato con il professore padovano nell’aprile dell’anno scorso, restando con lui diverse ore. La richiesta di un incontro, tradottosi poi in un invito a cena, era partita da Toni Negri. Il giudice milanese, probabilmente curioso di conoscere da vicino un personaggio tanto noto, aveva accettato. […] Ciò che abbia spinto Negri a chiedere di parlare con Alessandrini non si sa. Ciò che merita di essere rilevato è che il giudice assassinato ebbe modo di ascoltare per parecchio tempo la voce del professore. Chi ha conosciuto Alessandrini sa che egli era dotato di una memoria di ferro e che prestava molta attenzione, per divertimento proprio e dagli amici, al timbro di voce dei suoi interlocutori. Amava, infatti, nei momenti di buon umore, imitare la voce dei personaggi più diversi. C’è da esser certi dunque che anche il tono di voce del professor Negri rimase impresso nella sua mente. La cena con il professore padovano si svolse, come si è detto, nella primavera dell’anno scorso, sicuramente durante il periodo del sequestro Moro. Facciamo ora un salto di alcuni mesi e arriviamo all’ottobre scorso quando la radio e la televisione, trasmisero la registrazione di alcune telefonate fatte dai brigatisti rossi ad amici e congiunti di Moro, compresa quella alla moglie del presidente della Dc. Emilio Alessandrini ascoltò quella trasmissione nella propria abitazione. Terminato l’ascolto della telefonata alla signora Nora il giudice si alzò in piedi e un po’ emozionato disse: “Questa è la voce di Toni Negri”

Insomma: “Vedi Negri e poi muori”. Sintetizza bene Repubblica il 19 aprile 1979 quando riporta la battuta di un anonimo cronista: «Metti una sera a cena otto persone, e pochi mesi dopo uno è assassinato, un altro finisce in galera». Lo schema, che viene ripreso anche nei giorni seguenti è questo: Toni Negri, mente diabolica, negli stessi giorni in cui è in atto il sequestro del Presidente del Consiglio, che lui ha organizzato, chiede di incontrare un magistrato acuto e intelligente come Alessandrini, forse per giocare un po’ al gatto e al topo. Si spiega anche così l’accesa diatriba e polemica che si scatena per accertare chi dei due, se Alessandrini o Negri, abbia voluto incontrare l’altro. Resosi conto dell’errore qualche mese dopo, preso dalla paura che Alessandrini potesse ricollegare la sua voce a quella del brigatista che telefonò a casa Moro, Negri ordina a Prima Linea, che altro non è che un’emanazione diretta della sua organizzazione clandestina che coordina il terrorismo italiano, di ucciderlo per eliminare uno scomodo testimone. Ma non tutto va come deve: Alessandrini infatti aveva comunque fatto a tempo a esporre il proprio dubbio al procuratore Pietro Calogero che si era convinto di questa pista e la segue fino al raggiungimento della verità incastrando l’assassino dell’amico. Una trama perfetta e per la verità anche un po’ banale.
Il giorno dopo invece sul Manifesto Tiziana Maiolo dà la sua testimonianza diretta dell’incontro, supportata anche da una dichiarazione di Antonio Bevere, il padrone di casa. La Maiolo parla di un incontro molto rilassato, monopolizzato come al solito dalla personalità di Negri, cui tutti hanno comunque partecipato con piacere. Diversa la versione poi su chi sia stato, tra Negri e Alessandrini a ricercare l’incontro con l’altro.

Era stato Alessandrini stesso a sollecitare con molta insistenza la presenza del docente padovano. Toni Negri collaborava, come Bevere, alla rivista Critica del Diritto e Alessandrini lo sapeva. Aveva quindi chiesto all’amico e collega di farli incontrare, spinto da una curiosità che, più che umana o politica, era certamente intellettuale. Emilio Alessandrini era fatto così: un cervello e una cultura raffinati e grandi aperture nei confronti delle persone che sapeva intelligenti. Cercava di capire chi fosse Toni Negri e come fosse la sua vita, una persona così diversa e così “attraente”. Negri aveva accettato volentieri l’incontro, anche lui aveva raccolto la buona reputazione di un magistrato diverso, lontano dagli ottusi e asserviti burocratismi dei suoi colleghi, un uomo così abile in politica senza essere un politico, così intelligente da non sembrare neppure un magistrato. […] La conversazione è intelligente gli ospiti gradevoli nessuna tensione, nessun clima di sospetto. Se Alessandrini, ascoltando la radio sei mesi dopo abbia ritenuto di riconoscere la voce di Toni Negri in quella di uno dei rapitori di Moro, non lo sappiamo, come non sappiamo se ne abbia riferito a qualche suo collega. Perché è molto facile attribuire oggi a chi è morto responsabilità politiche e di iniziative giudiziarie che sono dei vivi.

Quello che conta è che i giornali istituiscono, anche inconsciamente, un legame molto forte tra “l’eroe che non c’è più” (Alessandrini) e l’”eroe” di adesso, Pietro Calogero. Alessandrini è un “antiitaliano”. Gran lavoratore, giovane e brillante, acuto osservatore, di mentalità aperta, scaltro, Alessandrini è apprezzato da tutti i commentatori (anche, forse soprattutto, da quelli più critici rispetto al teorema) come persona di grande intelligenza. Alessandrini e Calogero si conoscevano, per alcuni erano anche molto amici. I giornali parlano spesso di “eredità” riferendosi alla pista e alle indagini che a Milano il giovane magistrato avrebbe battuto su Autonomia. Eredità che presuppone anche un testamento (le confidenze sulla somiglianza della voce di Negri con quella del brigatista). E Calogero ovviamente è l’erede, colui che prende il testimone e cerca forse di vendicare l’amico ucciso, incastrando i colpevoli e seguendo le sue intuizioni.
Il nome di Alessandrini che si eclissa nel corso dell’estate del 1979 torna a galla con il blitz del 21 dicembre 1979. Ora Toni Negri è veramente indagato per il suo omicidio. Praticamente accantonata la storia del riconoscimento vocale di Negri (sottaciuto movente dell’omicidio) ora l’attenzione si sposta alle novità emerse con il nuovo blitz. E il nome e la leggenda di Alessandrini, quasi fosse un principio di giustificazione, torna a incrociarsi con tutte le altre accuse. Toni Negri è sospettato anche dell’omicidio Saronio e di quello di Alceste Campanile? «Qualcuno poi suppone che il giudice Alessandrini, assassinato a gennaio, stesse indagando sull’una e sull’altra storia, che avesse in mano elementi gravi e importanti» (Repubblica del 22 dicembre ’79). Tramontato un movente se ne trova un altro. L’importante in fondo è che Alessandrini sia stato ucciso per volere di Toni Negri.

8. La figura dell’eroe: Pietro Calogero

Ogni storia ha il proprio eroe, il proprio protagonista positivo. Come facilmente intuibile, nel 7 aprile l’eroe si chiama Pietro Calogero. La sua figura viene dalla stampa scandagliata in ogni angolo, pur con grande rispetto.
Partiamo dal collegamento con Alessandrini. Proprio come lui Pietro Calogero, secondo i quotidiani, incarna la figura di un antiitaliano: gran lavoratore, poco chiacchierone, serio e rigoroso, poco incline a esternare passioni e sentimenti.

Calogero è innanzitutto un magistrato «tenace e meticolosissimo», (Antonio Ferrari , Corriere della Sera, 13 aprile 1979). E’ lui «il grintoso magistrato», (Corriere, 14 aprile ’79) «ingegnere dell’inchiesta» 7 aprile (Corriere 6 maggio). L’operazione è partita dopo che Calogero ha studiato per anni documenti e volantini. «Ad aprire lo spiraglio è un giudice puntiglioso, che paga di tasca propria quelli che dovrebbero essere i suoi naturali strumenti di lavoro: libri, pubblicazioni, fascicoli, cioè le chiavi per capire che cosa nasconde l’Autonomia organizzata». (Ferrari, Corriere del 18 aprile 1980). Calogero è insomma lo spiraglio che apre alla comprensione del terrorismo italiano. Da solo sta riscrivendo la storia del terrorismo di sinistra. Merito di un magistrato che paga, sia nel senso letterale (i libri) che in quello metaforico, per l’inchiesta che sta portando avanti.
E poi Calogero è un magistrato silenzioso (lo confermano tutte le persone che lo hanno conosciuto e il fatto stesso che non abbia voluto concedere un’intervista) che parla solo attraverso gli atti giudiziari. «Calogero non è disposto a raccontare neanche una riga. Dice solo che “è da febbraio che non esco di casa” e che ora ”tornare al lavoro normale è quasi un riposo”. “un’impresa immane” questo sì, lo ammette. E aggiunge. “Ho fatto il mio dovere, il massimo sforzo di cui fossi capace”» (Paese Sera, 20 maggio 1981, consegna della requisitoria di Calogero). «Pietro Calogero, 39 anni, figlio di un siciliano e di una vietnamita, è chiuso in casa. Sta scrivendo la requisitoria. Non vuole rilasciare dichiarazioni. Dice che è bene aspettare». (Antonio Ferrari, Corriere della Sera, 8 aprile del 1981, secondo anniversario del 7 aprile). Lungo tutta l’inchiesta Calogero c’è ma non parla (se non nelle interviste), rispettoso del segreto istruttorio. Per questo i giornali sono costretti a farlo parlare attraverso gli atti e altre persone. Interpretazioni che contribuiscono a creare attorno alla sua figura una vera e propria leggenda. Nei primi giorni dell’inchiesta è addirittura introvabile. «L’altra sera Fais ha incontrato il PM Calogero, che nessuno di noi ha mai visto in faccia dal giorno degli arresti, ma non si sa che cosa si siano detti. Calogero è inavvicinabile, c’è chi sostiene che non dorma neppure a casa, ma che cambia ogni sera alloggio, protetto dagli uomini della DIGOS. Cinque agenti armati e con i giubbotti antiproiettile sorvegliano però, giorno e notte, la casa del magistrato in una elegante palazzina alla periferia di Padova» (Corriere, 16 aprile ’79). Il primo vero contatto con la stampa avviene solo il 16 aprile. Ne esce un ritratto, pubblicato sul Corriere del 17 aprile 1979, costruito in maniera esemplare. L’articolo inizia con quella che diventerà quasi una domanda di rito: “Ha avuto paura?”.

“No, ho avuto troppo da fare”. Il magistrato è schivo, forse timido, fisicamente minuto. Ha affrontato la seconda grande inchiesta della sua vita (l’altra, come è noto, è stata quella contro la cellula eversiva neofascista di Freda e Ventura) consumando le giornate fino alle ore piccole, le sigarette fino all’ultimo pacchetto. E’ leggermente impacciato, il suo posto di lavoro è una stanza tranquilla, piena di fascicoli, adesso affronta per la prima volta le telecamere. Quando comincia a rispondere alla domanda e si cerca di capire chi sia umanamente questo giudice, i segni della tensione non lo abbandonano. Ma non ha paura delle pause, non brucia i secondi per rispondere. Ha detto sin dall’inizio che non farà nessun nome di imputato e, nel corso della conferenza stampa, respingerà tutti i tentativi di strappargli qualcosa in più. Calca la voce scandendo bene le parole, quando dice che le persone arrestate devono essere “considerate presuntivamente innocenti, fino alla sentenza definitiva”. Ma chiarisce subito che esistono prove documentali e testimoniali. Qual è la conclusione che si può trarre dalle sue risposte? Quest’uomo, visibilmente teso, è dotato di una alto grado di pazienza….

Calogero quindi conferma il suo coraggio e abnegazione, uno dei caratteri fin dall’inizio attribuitogli. Non prova paura (perché non ne ha il tempo, deve continuare a indagare) quando tutti la proverebbero. Non è alla prima prova della sua vita, (è la seconda), ma questa è sicuramente la più dura. E’ timido, non uso ai rapporti con la stampa ma dimostra sicurezza, è dotato di molte virtù (tra queste la pazienza, la fermezza e anche la clementia quando dice ai giornalisti che gli imputati vanno ritenuti innocenti fino a prova contraria). Ma come gli umani ha un piccolo vizio, il fumo, che è un altro segno rivelatore della sua totale dedizione all’inchiesta.
E come gli umani, oltre a fumare, veste in modo semplice e, si direbbe ora, “dinamico”. «Il giudice è in maglietta e jeans. Scruta, pensa, risponde» (Corriere 5 luglio ’79). «Giubbetto blu, jeans di velluto, due agenti di scorta armata con i mitra che non lo perdono mai di vista» (il 6 maggio sul Corriere). Arriva in procura alle due del pomeriggio quando questa è deserta, segno ulteriore della sua abnegazione. «C’è solo la sua fedelissima segretaria che gli consegna pacchi di documenti, gli fa firmare qualche carta, la burocrazia va sempre rispettata. L’ufficio è in moquette azzurra, qualche stampa alle pareti, pacchi di atti e documenti, “corpi di reato”, una grande scrivania dietro la quale l’esile giudice quasi scompare».(Repubblica 6 maggio). Un piccolo grande uomo insomma. «Calogero è in abbigliamento sportivo, jeans di velluto blù, giubbotto di panno blù: non si sa da dove venga ne dove andrà, è il suo stile. Ha l’aria seria, responsabile, proprio quello d’un seminarista impegnato, anche questo è stato detto». La metafora è interessante perché è stata più volte ripresa e corre spesso sotto traccia. Calogero se non sacerdote ancora della giustizia (la fedele segretaria cos’è? la perpetua?) sta studiando da tale. In seminario, pronto ad affrontare la sua prova più dura.
Al procuratore vengono assegnate a volte funzioni da coscienza collettiva. Le sue parole devono far riflettere tutti perché è l’unico e il primo ad aver avuto il coraggio di mettere mano a una situazione che tutti tolleravano (questo è un ragionamento tipico dell’Unità che lo utilizza in funzione anti democristiana). Alla domanda perché Negri abbia potuto fino a quel momento insegnare impunemente, Calogero risponde: «Ce lo dobbiamo chiedere tutti, come coscienza collettiva: se un professore di liceo in una sola lezione si fosse comportato come lui, penso che sarebbe stato processato per direttissima il giorno dopo». E’ ancora il 6 maggio del 1979. Il giudizio morale è netto e non può essere contestato. Quello processuale viene di conseguenza?
Come abbiamo visto l’inchiesta e lo stesso Calogero ci vengono raccontati come sotto un continuo attacco. Ma il magistrato non è mai demoralizzato. «Solo (o quasi) dopo i clamorosi arresti di due anni fa, accusato d’essere un visionario, bersagliato da un certo fronte garantista, vilipeso, minacciato, Calogero ha proseguito con impegno la sua inchiesta, basata su un importante teorema…..» (Ferrari sul Corriere della Sera del 25 gennaio 1981). In difesa di Calogero si schierano i grandi nomi del giornalismo italiano. «Finora non si vede dove Calogero abbia sbagliato. Ha errato, piuttosto, chi lo ha criticato in modo subdolo e ingenuo. Anche quei suoi colleghi che hanno proceduto in modo diverso da lui (per esempio il giudice istruttore Palombarini che non ha convalidato sei arresti, ndr) non credo che abbiano preso decisioni opportune» dice Leo Valiani a Epoca nell’aprile del 1980.
La figura di Calogero, forse a causa della natura dell’inchiesta, concentra l’attenzione di molti. In questa storia, lo si ricava da molti elementi, o si sta da una parte o si sta dall’altra. Le vie di mezzo non esistono. E la stampa all’inizio ha ben deciso da che parte stare.
A Calogero (forse in Calogero) quindi si crede oppure non si crede. Non c’è possibilità di chiedere l’esibizione delle prove. Chi le chiede è un ingenuo oppure un fiancheggiatore. Lui ha una sua logica, bisogna lasciargli terminare il lavoro in pace. Ha una così forte fede nel proprio lavoro che non si può dubitare che sia sulla strada giusta. «Il piccolo giudice ora se ne va, con le due guardie armate ai fianchi. Di sotto l’aspettano l’Alfetta blindata e una Giulia civetta con altri quattro agenti. Si può dire quel che si vuole, dubitare quanto si vuole, chiedere le prove finché si vuole, ed è giusto: ma lui è certo di aver fatto un buon lavoro, quel che qualcuno può pensare non lo interessa». (Repubblica, 6 maggio ’79).

Calogero ha anche un’altra qualità che si inserisce perfettamente in questa narrazione. L’eroe, e questo risulta fondamentale per il carattere che assume politicamente la vicenda, è un provetto antifascista. Non che di lui si conoscano le simpatie politiche (al CSM verrà eletto con la lista di centro) ma Calogero è il Pubblico Ministero che indicò le responsabilità di Freda e Ventura. Ha già combattuto contro i fascisti e lo sta facendo anche oggi contro il fenomeno squadristico dell’autonomia. I modi in cu i giornali ce lo ricordano sono i più vari. A mo’ di riempitivo vengono coniate vere e proprie formulette, che vengono poi messe tra parentesi oppure tra due virgole, usate come aggettivo dopo il nome “Calogero”. Anche quando non c’entra nulla ovviamente. Come nell’articolo di polemica pubblicato martedì 8 maggio ’79 dall’Unità nei confronti del Manifesto che chiude ammonendo: «Ci piacerebbe, però, che perlomeno altrettanta attenzione venisse dedicata anche al contesto in cui l’inchiesta del PM Calogero (il magistrato che, per primo, indicò le responsabilità di Freda e Ventura) è nata». Una specie di rafforzativo insomma, che esprime quasi sempre la convinzione che se Calogero ha visto giusto quella volta bisogna fidarsi anche adesso. Lo si registra anche in occasione degli anniversari del 7 aprile. «Un anno fa, da Padova, un magistrato che tutti ricordavano per aver smascherato la “cellula nera” di Freda e Ventura, il PM Pietro Calogero….» (Repubblica, 6 aprile 1980). E, quasi identico, nella stessa occasione il Corriere della Sera nel sommario “Il dossier di Pietro Calogero, il magistrato che scoprì anche la cellula nera di Freda e Ventura”. «Il giudice Calogero, un paziente e irriducibile tessitore di indizi (in passato aveva collaborato con Stiz nelle indagini sulla cellula nera, sempre padovana, di Freda e Ventura)..» (Ferrari, sul Corriere della Sera del 24 febbraio 1983).

Attorno a lui e alla sua azione, probabilmente proprio per le notizie dispensate con il contagocce, si crea un alone di aspettative veramente eccessivo. «Ogni spostamento di questo magistrato — scrive l’Unità del 18 maggio 1979 — ormai finisce col diventare una notizia. Anche perché inevitabilmente, corrono voci di nuove “operazioni”, di arresti, di altri colpi di scena. Invece Calogero è arrivato nella capitale soltanto per partecipare a una riunione con i suoi colleghi..» Un vero protagonista, insomma, dal quale lo spettatore, cioè la stampa, si aspetta sempre un colpo di scena che introduca un’ulteriore novità nel quadro. Le voci di arresti e operazioni sembrano quasi un auspicio. Definiscono l’attesa trepidante che l’eroe metta a segno un altro colpo contro il male.

(19-CONTINUA)

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