di Sandro Moiso

CapitaniDAprile.jpgQui le parti precedenti.

Inizialmente tutto rientrò nella tradizione

Inizialmente tutto rientrò nella tradizione.
Non era la prima volta che l’esercito portoghese faceva cadere un governo.
Forse per questo i comandi NATO e gli alleati europei non si erano allarmati troppo il 25 aprile.
La monarchia era caduta nel 1910 anche grazie all’appoggio dato ai rivoluzionari da diversi reparti dell’esercito e della marina.

Anche il governo di Salazar era seguito ad un colpo di mano dei militari.
Nel 1910 il popolo di Lisbona e i reparti lì dislocati avevano avuto parte attiva nella rivoluzione. Nella seconda occasione no. In quel caso erano stati i reparti di stanza nel nord del paese a muoversi.
Nel 1927 fu ancora un golpe militare a tentare di riportare al governo il Partido democratico, ma la rivolta fu soffocata.

Tutto ciò creava un tessuto particolare alle spalle dei capitani d’aprile, ma fu il clima generale di quegli anni a dare un senso diverso a quella sollevazione.
I due, tre, molti Vietnam di Che Guevara. Il capodanno del Tet a Saigon nel 1968.
E poi ancora il maggio parigino e le proteste studentesche in mezzo mondo.
E le lotte operaie nei paesi del mondo occidentale.
Anche Marcelo Caetano successe a Salazar nel 1968.

I giovani militari che poi lo rovesciarono non si erano nutriti soltanto di testi dell’accademia o nazionalisti. Anche loro avevano finito col guardare in quel caleidoscopio.
Avevano sognato, mentre cadevano sotto il piombo della guerriglia africana, più libertà come i loro coetanei in Europa e desiderato di poter portare i capelli lunghi e la barba.
Chi sperò di usarli per i propri scopi finì col pentirsene.

Si erano proprio pisciati addosso

Si erano proprio pisciati addosso.
Mentre attendevano lo svolgersi degli eventi del 25 aprile, Caetano e le alte cariche del suo governo, all’interno di una caserma che si arrese senza che occorresse sparare un colpo, non erano proprio riusciti a contenere quella primordiale manifestazione di paura.
Eppure nessuno torse loro un capello.

PIDE (1) e Guardia Nazionale Repubblicana non opposero quasi resistenza.
La prima, dopo che dalle finestre della sua odiata sede si era sparato su una folla in tumulto che cercava una rivincita sul terrore seminato tra gli oppositori per decenni, fu disciolta praticamente a schiaffi. La seconda rimase in attesa di poter tornare a far latrare i propri cani lupo contro i lavoratori. Ma per fare questo avrebbe dovuto attendere l’autunno dell’anno seguente.

Nuovi e vecchi gruppi dell’estrema sinistra si riorganizzarono e, parecchi, si armarono.
I rappresentanti dei partiti avversari denunciarono il gran numero di armi da fuoco uscito dalle caserme di Lisbona con destinazione ignota.
In quel contesto arrivammo noi con armi ideologiche spuntate. Le uniche nostre armi erano state, fino ad allora, le pietre, i bastoni e le chiavi inglesi. Le armi della rivolta e del lavoro.

Altre armi furono costituite dalle cazzuole e dalle spatole con cui lavoravamo al ripristino di casa Espírito Santo. Nei momenti di pausa erano diventate armi da lancio con cui ci esercitavamo cercando di colpire il centro delle porte restaurate da Donato.
E a quel punto le ingiurie e gli insulti in piemontese cominciavano a fioccare.
Anche noi ci pisciammo addosso, ma dal ridere.

Il nostro circo si arricchì poi anche di un numero acrobatico.
Lo compivamo, su una scala a castello, io e un compagno giunto dal Canton Ticino.
Era l’unica scala disponibile e per tinteggiare il soffitto ci arrampicavamo sopra in due.
Ci chiamavano “Diavoli volanti” perché a quattro metri da terra, aggrappati ognuno a un lato della stessa, ondeggiavamo pericolosamente sulle teste altrui mentre spennellavamo soffitto e pareti.

Donato, sudato e in canottiera, vedendoci lassù, in bilico sull’ultimo gradino, scuoteva desolatamente la testa.
Non ho mai capito, e non ho mai osato chiederglielo, se fosse per la scarsa produttività del nostro lavoro o per la delusione di vedere “doi brav compagn fé i fòi parèj” .
Anche se in vita sua non aveva mai continuativamente lavorato, Donato aveva una rigida etica del lavoro. Soprattutto di quello altrui.

Per dare il colpo di grazia ai nostri restauri giunse anche un’inondazione.
Dall’alto. “Na ròba mai vista” come disse poi il nostro capo-mastro.
Successe perché, al secondo piano, Camila, la militante dei Montoneros, aveva deciso di dare una bella lavata al pavimento della sua stanza.
Ignorando completamente che in quella casa tutti gli impiantiti erano costituiti da assi di legno.

Piovve a dirotto sui locali sottostanti.
La segreteria tecnica del piano terra fu allagata.
Poster e giornali succhiarono l’acqua come se avessero appena allora attraversato il deserto.
Il burocrate che si fregiava del titolo di segretario tecnico minacciò una rottura internazionale con i Montoneros. Poi si accontentò del fatto che noi andassimo a recuperare altro materiale propagandistico presso la sede della Quinta divisione.

Volevamo tutti un gran bene a Camila.
Un po’ meno al burocrate di partito.
E tutti facemmo il tifo perché il bel Paolo di Roma riuscisse a sottrargli la moglie durante una sua assenza. Organizzammo per i due una cenetta intima in un locale pittoresco vicino alla Casa das Janelas Verdes, appartenuta un tempo alla famiglia Pombal.

Fu il massimo del lusso che potemmo permetterci e spero ancora oggi che abbia dato buoni risultati.

La chiave inglese e il passamontagna

La chiave inglese e il passamontagna.
Nei tardi anni settanta un docente universitario ne scrisse l’elogio.
Noi cominciammo a usarli per necessità.
In questo senso, al liceo, perdemmo la verginità dopo le prime incursioni fasciste.
Per alcuni la perdita della verginità politica avvenne così prima di quella sessuale

Dario, dopo dieci punti di sutura per un gran colpo di catena ricevuto sulla testa, fu il primo ad “armarsi” nella nostra scuola.
Alto due metri, con un passamontagna color canarino e una chiave inglese da 14 in mano.
Fin dall’inizio, tutto sembrò sempre pencolare tra il dramma e la farsa.
Anche quell’elogio scritto dal professore nel suo libello.

Ma i professori camminavano davvero sulle nostre “armi”, nascoste sotto le pedane delle cattedre.
La polizia lo sapeva e più di una volta, dopo un finto allarme bomba, se le portò via dopo una sommaria perquisizione.
Noi tacevamo, incrociando le dita.

Da sotto le lenti lo sguardo della professoressa di italiano ci redarguiva silenziosamente.
Eppure, anni dopo, mi confessò che la nostra classe le aveva cambiato la vita e lo sguardo sul mondo.
Era una fervente cattolica, ma la amammo più di altri insegnanti schierati a sinistra.
Strane alchimie della storia e dei movimenti.

Antonio portava guanti foderati di carta vetrata. Non li usò mai.
Morì nel rogo dell’auto in una scarpata ligure.
Giorgio aveva partecipato alle operazioni di soccorso per l’alluvione di Firenze.
Fu l’unico di noi a recarsi a Parigi nel maggio.
Ce ne riportò notizie strabilianti.

I filo-cinesi ci corteggiarono.
Dario ci cascò e iniziò a vendere “Servire il popolo” e il libretto rosso.
Li ritirava in un negozio di stoffe di Porta Palazzo.
In quarta alcuni compagni furono sospesi per tutto l’anno scolastico. Occupammo la scuola.
La polizia fracassò l’ingresso. Rioccupammo. I carabinieri finirono l’opera.

Il preside ci richiamava in piemontese.
Serrò più volte la scuola.
Il Provveditore lo convocò per redarguirlo.
La moglie telefonò in lacrime a “Chiamate Roma 3131”.
La ballata degli sfigati.

Non sempre ci sentimmo a nostro agio

Non sempre ci sentimmo a nostro agio.
La nostra presenza militante era richiesta in situazioni in cui il nostro numero e il nostro armamentario apparivano francamente inadeguati.
Ma erano quasi sempre i rappresentanti dei soldati a chiedercelo.
E non potevamo tirarci indietro.

L’episodio più imbarazzante avvenne in occasione di una manifestazione convocata dai retornados.
Nel solo mese di agosto furono almeno in ottantamila a rientrare dalle colonie.
I governi provvisori stavano mantenendo i patti per il ritiro dalle colonie.
Il 10 settembre 1974 la Guinea—Bissau aveva ottenuto l’indipendenza, il 25 giugno 1975 toccò al Mozambico. Per ultima sarebbe venuta l’Angola nel novembre dello stesso anno.

I pieds noirs portoghesi scesero sul sentiero di guerra.
Come figlioli prodighi infuriati tornavano a una terra che era loro estranea, non essendovi spesso neppure nati. Si temevano disordini come quelli già avvenuti al Nord.
Davanti al palazzo di São Bento, sede del parlamento, ci ritrovammo in pochi con un reparto di soldati da una parte e centinaia di manifestanti ostili dall’altra.

L’imbarazzo era per noi doppio, perché dall’altra parte vi era una folla di poveracci.
Prima lo stato aveva favorito l’emigrazione verso le colonie e ora, di fatto, sotto un altro governo li obbligava a tornare a casa.
Pochi coloni decisero di rimanere nelle colonie accettando una nuova condizione e una nuova cittadinanza. Era difficile per loro rinunciare al ruolo di padroni, anche se di piccole proprietà, e a una presunta superiorità razziale.

Poco alla volta cominciarono a giungere i rappresentanti dei consigli di fabbrica e di quartiere.
Lo slargo davanti al palazzo dl governo andò gonfiandosi di bandiere rosse.
Tirammo un sospiro di sollievo.
Poi udimmo tutti chiaramente un rombo di motori e uno sferragliare di mezzi corazzati.
Erano arrivati i soldati di RAL 1 con i loro automezzi.

Soldati barbuti sbucavano dalle torrette delle autoblindo.
Stringevano anche loro delle bandiere rosse.
Si disposero in fila davanti alle scale del Palazzo governativo.
La manifestazione si sciolse senza incidenti.
Provammo anche noi le sensazioni provate dal popolo di Lisbona il 25 aprile.

Ci fecero salire sugli autocarri e sui blindati.
Ripercorremmo con loro tutta la città in direzione nord.
Quello strano corteo militare di giovani, in divisa e non, attirò l’applauso della popolazione.
In più di un punto passammo tra due ali di folla . Era strano guardare quei volti dall’alto di un mezzo cingolato. Camila mandava baci a tutti. Ridevamo.

Il problema fu poi ritornare da RALIS fino alla Rua do Prior do Crato.
A piedi erano chilometri. Parecchi.
Ma il tutto ci aveva sicuramente fornito una notevole scossa adrenalinica.
In quei giorni e in quegli anni non ci sentimmo mai stanchi.
Ogni tanto forse, come quella sera, in trance.

I soldati del Reggimento di artiglieria di Lisbona furono tra gli ultimi ad arrendersi.
I militari arrestati dopo il 25 novembre furono trasferiti in un carcere a nord, vicino a Porto.
Mentre il sesto governo provvisorio, dopo la destituzione di Vasco Gonçalves, aveva già chiesto all’ONU, alla fine di ottobre, di aiutare i coloni bianchi che avevano lasciato l’Angola e il Mozambico. Noi, a quell’epoca, eravamo già tutti rientrati in Italia.

1) Polícia Internacional de Defesa do Estado, fondata nel 1945. Oltre che del rilascio e del ritiro dei passaporti, di fatto si occupava dell’istruzione dei processi riguardanti i crimini “politici”.

(4-CONTINUA)

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