di Alessandro Raveggi (1)

FiestaDeLosMuertosPuertoEscondido.jpg[Questo testo è stato scritto quando il Messico pareva minacciato da un contagio letale di dimensioni bibliche. Oggi la portata mortale dell’ex influenza suina (poi ribattezzata “influenza umana” di tipo A H1N1) è stata ridimensionata e sono pochi i messicani che la temono ancora. Ma l’allarme ha fatto emergere alcune costanti del popolo del Messico che Raveggi analizza, per cui il suo scritto resta attuale.] (V.E.)

Città del Messico, mercoledì 29 aprile 2009

“Aquí nos tocó. Qué le vamos a hacer. En la región más transparente del aire”
(Carlos Fuentes, “L’ombelico della luna”, 1958)

Si potrebbe dire che una delle condizioni principali che plasmano l’essere messicano sia quella della sfortuna, el infortunio a cui ha accennato molti anni fa il filosofo Antonio Caso in un saggio sulla messicanità. Sfortuna contro la quale il messicano si ingegna per poterla di volta in volta affrontare, superare, e dal cui callo pare derivare una certa sua capacità sincretica, una capacità di adattare il ricavato delle diverse culture moderne e arcaiche, dalla tragedia alla commedia, in una sintesi produttiva, combinatoria e a tratti kitsch — si veda il rapporto “festoso” e tragicomico del messicano con la Morte.

Analizzando i vertiginosi eventi di questi giorni, che hanno consumato un weekend contrappuntato dal bel tempo e un inizio settimana nella paranoia collettiva – ma anche, a mio avviso, all’insegna di una sufficiente, non eccelsa, prevenzione e organizzazione – non si può pensare che alla malasorte. Lo zelo tremante, i sudori freddi e la desolazione lampante nelle facce dei politici nazionali e locali nelle conferenze stampa che si sono susseguite in televisione e per radio, lo hanno dimostrato: per il messicano, l’imprevedibile, il destino, il “nostro” Ananke o il “loro” Tezcatlipoca, lo Specchio Fumante, il dio della necessità imperscrutabile per gli aztechi, è qualcosa che alimenta e fonda il vivere di tutti i giorni, ci siano presagi o meno all’orizzonte e dei buoni aurispici ad interpretarli. Fin dai tempi della Conquista, fin da quel genocidio che fu, girata la moneta, l’atto inaugurale della cosiddetta raza. Quando, duole ricordarlo proprio in questi giorni, lo sterminio di milioni di indios si perpetrò nella maggioranza dei casi tramite le malattie influenzali portate dagli spagnoli. Una sfortuna originaria sotto il segno dell’epidemia che non deve sminuire né giustificare il dramma sotto il sole.

Sottoscriverebbe queste affermazioni il Ministro alla Sanità José Ángel Córdova Villalobos, che in piena conferenza stampa ha dovuto commentare interrompendosi, con un mezzo sorriso agghiacciato, che, mentre si discettava dell’ondata di influenza, prima detta di causa porcina, poi detta umana, quindi nordamericana, infine indicata come “nuova” (quello scientifico è il lucasiano A/H1N1), la terra del Distrito Federal stava, in quel preciso momento, effettivamente tremando sotto una scossa di 5.8 gradi Richter. Per fortuna, è il caso di dirlo scalzando l’ironia, e con il pensiero rivolto amaramente alla popolazione abruzzesi, non si sono registrati danni diretti a edifici e a cittadini e le cose hanno potuto proseguire, tra virgolette, nella normalità, sempre tra virgolette, grazie ad un’architettura e ad una prevenzione antisismica efficiente. Ma gli animi, dietro i loro tapabocas o cubrebocas turchini, dietro i vetri specchiati dei loro uffici, o delle loro case o appartamenti dove sono rimasti e stanno (e siamo) ancora chiusi per precauzione, hanno reagito alzando le braccia al cielo, implorando pietà. Il terremoto proprio no, adesso non ci sta, nel gorgo dell’annunciata pandemia mondiale. Magari un altro giorno.

Molti amici da mezza Europa hanno invocato miei approfondimenti al riguardo della situazione nella Città, chi della sua situazione informativa, chi di quella emotiva, precautelare e statistica. Alcuni hanno forse immaginato un lazzaretto. Altri mi hanno chiesto se il governo stesse fornendo la vera verità sulla nuova febbre, paventando le stimmate di disinformazione e menzogna ad hoc che i governanti di questo paese “in via di sviluppo” si sono guadagnati negli anni, menzogne note e rivelate in ogni analisi al riguardo della cosiddetta America Latina. Mi sarebbe piaciuto scrivere una nota un po’ più spensierata su questi due mesi, trascorsi nella Capitale della nazione che ho amato, prima di conoscere e vivere, attraverso i libri di autori, tra gli altri, come Fuentes, Ibarguengoitia e Bolaño, nonché attraverso i suoi codici pre-ispanici mirabolanti, come il Codice Borgia, alcuni dei quali gelosamente conservati nel cuore delle biblioteche vaticane. Ma tant’è, sebbene non voglia confrontarmi sui numeri, le statistiche e le casistiche. Città del Messico, questo gigante duro e soleggiato, questa gorgone attraente e respingente, la Venezia di Moctezuma, città di asfalto e polvere, di floride bouganvilles e cielo trasparente malgrado l’inquinamento, è ovviamente semideserta, anche se non ha l’aspetto del lazzaretto. Bisogna ricordare che passando dal massivo — che è la norma in una città di 25 milioni di abitanti – al semideserto uno può sentirsi fortemente stranito, per la diminuzione del traffico caotico e per l’affluenza ridotta di persone. Le quali quotidianamente riempiono e intasano le fermate pittoresche della metropolitana, le taquerias aperte fino a tarda notte, coi trompos di carne sempre calda e le grida acute di chi affila i coltelli e affetta e sminuzza bruciandosi le dita, i ristoranti en plain air con gli scoiattoli che saltellano da ramo a ramo nei giardini finemente tagliati, i mastodontici supermercati in stile statunitense, con la loro merce all’ingrosso e le confezioni formato famiglia interminabili, i mercati aperti per le strade, riconoscibili per le tende rosse, che qui si chiamo tianguis, come si chiamavano prima della Colonia, dove il colore dei numerosi tipi di frutta brucia agli occhi nelle sue tonalità squillanti accompagnate dagli intensi odori che vanno da un soave marcio arcaico, al crudo soffocante del mais, fino al mentolato deciso e quasi inebriante del coriandolo. Senza dimenticare ovviamente le periferie altamente popolose, che come un’irritazione del paesaggio prefigurano fitti e seriali scenari di miseria che ricordano Gaza nel suo peggiore dei momenti, dove spesso manca l’acqua potabile e l’elettricità viene e va, perenni cantieri a cielo aperto di case composte di mattoni grigi, incompiute, diroccate e mangiate dalla polvere, dove il rischio della diffusione del virus, lo dico senza allarmismo, è maggiore. Tutti luoghi, odori, crocevia di contagio umano che adesso sono off-limits e di cui, da una prospettiva coscientemente cittadina, “protetta”, avverto-avvertiamo sinceramente un po’ una strana nostalgia. Perchè la città, sospesa e circondata dagli occhi del mondo nel suo mastodontico per-sentito-dire europeista e nordamericano, nel suo vero e attestabile brulichio di pelli scure ed espressioni che oscillano tra l’amicale e il guardingo, si caratterizza proprio per il contatto umano, per quella patina calda e autentica che ti rimane sulle mani e sulla pelle e che ti ricorda il bombardamento di odori e umori al quale sei stato sottoposto per tutta la giornata, prima di tornare a casa dal lavoro.

Stiamo, come già detto, praticamente chiusi in casa, prestando ascolto ognuno al proprio respiro, al proprio raffreddore, al proprio corpo in bilico che tentenna. O meglio io che lavoro e mi muovo nell’Università me lo posso permettere, di stare a casa davanti alla mia scrivania tra appunti e libri in prestito, visto poi che l’università, uno dei campus più grandi del mondo – bisogna ricordarlo, fiore all’occhiello dei paesi ispanoparlanti – è chiusa, così come scuole, asili e altri centri d’educazione, fino al prossimo 6 maggio. Ed oggi, quando scrivo, si è annunciato che dal 1 maggio a quella data saranno chiusi tutti gli esercizi commerciali non indispensabili. Perchè molti, ancora, muniti della loro mascherina blu, vanno a lavorare. E, è da notare, mica tutti possono permettersi il lusso di un Pontiac, di un SUV o di un fuoristrada blindato, versione modificata ma sempre inquietante di qualche camionetta nera da Guerra del Golfo. Queste persone, che lavorano e sono stritolati dagli ingranaggi dell’economia che distingue ancora tra bianchi e indio, posizionandoli ai vari livelli, quasi di casta, tra stipendi da fame e stipendi gonfiati, questi lavoratori comuni, in compagnia di studenti e dei più giovani, usano i peseros, sgangherati autobus pubblici biancoverdi senza fermate (devi alzare il braccio e sperare che l’autista voglia fermarsi) che svolgono comunque bene, nel loro traghettare infernale e traballante, la funzione di trascinarti in lungo e in largo tra i tentacoli e i viali della città. Peseros stracolmi di lavoratori, donne di servizio e ragazzi, così come i vagoni della metropolitana, altro imprescindibile mezzo di trasporto del Distrito Federal, ma anche altro temibile incubatore. Mezzi ad alto rischio, ma che non sono stati limitati al momento per la loro essenzialità. Crollerebbe infatti di botto la già a rischio economia del Paese, basata anche sul turismo quanto mai minacciato dalle precauzioni delle ambasciate mondiali, l’economia iniqua di questo Paese sfortunato, aggrappato all’andamento del suo fratello cattivo, quegli Stati Uniti da poco coloratisi di un nero speranzoso, che adesso sembrano tendere su vari fronti la mano. Questo Paese il cui nome significa il delicatamente poetico ombelico della luna, ombelico adesso infettato dalla sfortuna che si manifesta sotto forma di influenza virale, per le sue lande, le sue provincie, i suoi paesini assolati prossimi alla Frontiera, dominati dalle leggi e dai regolamenti di conti di questa immane voragine del narcotraffico, o i poveri paesi del Chiapas o dello stato di Oaxaca, dove si è registrato il primo caso ufficiale, già parecchi giorni fa. Una influenza che minaccia adesso pure le sfacciate ostentazioni di opulenza di Cancun o di certe colonias coronate di grattacieli ultralussuosi della stessa Capitale, nonostante che qualche spavaldo ingellato e ben azzimato si ostini ancora ad andare in giro per le strade senza mascherina, forse pensando di avere tutto sotto controllo tramite le cifre del suo conto in banca o della posizione che sta rivestendo nella multinazionale di turno. Le mascherine non sono così stilose, deve pensare.

Questa influenza di cui si ignorano le origini (origini non certo messicane) frutto forse di una mutazione di un virus d’influenza porcina, di origine asiatica, minaccia in prima istanza le terre riarse del Messico nella loro contraddizione, nelle loro frustrazioni e speranze, dando adito a complottismi e leggende, spassose e a volte amare: è stato Barack Obama a portare il virus nella sua recentissima visita? Sono i cinesi? O è tutta un’invenzione del governo, come la storia del chupacabra, per distoglierci stavolta dalla crisi economica, come pare averla utilizzata a suo tempo il presidente del governo Carlos Salinas de Gortari per nascondere le proprie ruberie? L’atmosfera di complotto del Messico, a dire la verità, non è però il gusto ostentato dei salotti culturali per le teorie del complotto, ma un modus vivendi figlio della figura ambigua della Malinche, la nota amante indio di Cortés, la madre di tutti i messicani, al contempo traduttrice, meretrice e traditrice. Il sospetto qui regna sovrano riposando nella notte dei tempi, la Noche Triste. Certo è che non si può semplicemente imputare al Messico lo scarso igiene delle sue città, anche questo variabile e oscillante tra punte estreme, tra sporcizia atavica e eccessiva sofisticheria igienica, tra latrine putride e cessi ultralussuosi e maniacalmente disinfettati. Un virus influenzale, si voglia o meno dargli peso (perchè c’è anche chi parla semplicemente di un’influenza, e confronta i dati e si conforta…) non è certo il prodotto di Ananke o dello Specchio Fumante, ma nemmeno solamente degli scarsi controlli in materia sanitaria. Sebbene la disinformazione e la superstizione siano sempre dietro l’angolo, con il loro contributo, condizionando le misure mediche del presente e i timori atavici del passato, e sommandosi a quel rapporto “affettivo” che i messicani hanno nei confronti della politica. Una relazione che si caratterizza da un lato sotto l’egida dell’amiguismo, dell’importanza assegnata all’essere o meno amici di quel politico, di quel Presidente, di quel diputato, e dall’altro lato sotto quella egida già discussa della diffidenza più acuta, che porta a voltare le spalle all’aiuto necessario delle istituzioni in momenti come questo.

Al riguardo, parlavamo dei sudori freddi del governo. Mi sembra, almeno per quanto riguardo il Distrito Federal, nella mia visione limitata di ricercatore straniero appena “acclimatatosi”, che stiano facendo il possibile, contenendo una popolazione così debordante, così spesso incontrollabile e, direi, irrintracciabile nella sua vastità. L’esercito distribuisce mascherine nei luoghi nevralgici della città, svolgendo in questo Paese per la maggior parte del suo tempo il ruolo di protezione civile — e voglio qui lasciar trasparire un apprezzamento, malgrado il mio pessimo giudizio speculare sulla polizia messicana, per questo ingente impiego veramente umanitario dell’esercito, visto che non conosco molte guerre che abbiano apportato ultimamente grossi vantaggi ai popoli che le hanno intraprese… Li abbiamo incontrati ai caselli autostradali all’entrata della città, davanti agli ospedali, nei parchi pubblici, di fronte al magnifico Palacio de Bellas Artes, nel centro storico che da poco è stato recuperato e ridonato alla vivibilità che gli spettava. Ma ci sono ancora, come era prevedibile, tanti reclami e denunce, per i tanti buchi e falle di un sistema già di per sé tendende al raffazzonato. Non solo per la disponibilità a singhiozzo di mascherine azzurre, ma anche per la questione spinosa dei medicamenti. Lamentele verso le quali è bene applicare il dubbio e non lasciarsi prendere né dall’elitismo né dal populismo euforico e naif di certi italiani residenti o di passaggio in queste terre. I medici e le autorità invitano a non presentarsi all’ospedale fino a quando quattro dei sintomi della nuova febbre non si manifestino assieme, ma il panico collettivo comprensibile porta alla pretesa disperata di essere curati anche per un semplice raffreddore o un’influenza lieve, con catarro o meno. Generando file davanti ai centri d’attenzione sanitaria. Come, in questi giorni, si sono viste file di persone a fare incetta di scatolame e altri viveri ai supermercati. L’invito a non presentarsi agli ospedali, così come quello, ripetuto, di non farsi prendere dal panico del rifornimento, è raddoppiato, dal momento che gli ospedali, come d’altronde i supermercati, sono i luoghi in cui maggiormente si è a rischio di contagio — ne sanno qualcosa i medici morti di questi giorni… – e non è bene accalcarsi. È inoltre sconsigliato automedicarsi, perchè questo potrebbe portare all’occultamento di alcuni dei sintomi e la diagnosi potrebbe così risultare falsata. Tutto sommato, così, in una Città in cui dichiarare di sospendere le manifestazioni di massa pare una battuta di spirito, le informazion stanno arrivando, seppur ci sia un po’ un delirio di numeri, di morti confermate o meno, di casi incerti, nonché di speculazioni e lacrime posticce di certi cronisti. I telegiornali stanno martellando con le loro utili tabelle, si invita tutti a mantenere la calma, anche se l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato il livello 5 di allerta, e pare che si stia sfiorando la pandemia mondiale, di cui non è mai bello essere l’origine, anche se non quella ufficiale. Ovvero, la miccia non ufficiale della sfortuna globale. Ancora una volta una contraddizione feroce per l’Ombelico della Luna.

Tutto questo per dire che oggi la colpa non è di nessuno, cioè è di tutti e ce la dobbiamo rimpallare, e che nonostante le inadempienze da dimostrare del governo messicano (che pare aver avvisato del problema l’OMS già a metà aprile), le arretratezze sondabili della sua società (che comunque ha risposto bene all’appello, manifestando tutt’altro che la sua terzomondità) e la scarsa informazione che coinvolge molta parte della sua popolazione, questa sfortuna, questa mala suerte dell’influenza virale, del complotto chiamato all’inizio del Porco, o dell’Uomo, o dell’Uomo misto a porco e uccello — quale chimera più orribile! — proprio non se la meritava questo Messico, né se la meritavano i messicani, oggi per la maggior parte giovani. I messicani che Paz dichiarava nel suo capolavoro, Labirinto della Solitudine, come, nella loro eccentricità originaria, degni contemporanei degli altri cittadini del mondo, e forse in questo caso ancora più contemporanei degli altri, globali di diritto perchè frutto dell’incontro tra disparati mondi: lo spagnolo, l’indio, ma anche, non dimentichiamolo, l’ebreo, il musulmano, il cinese, molto prima che si parlasse di globalizzazione e meticciato.

Il Messico, questo Messico al centro dei riflettori per le sue nefaste notizie, questo Messico col fiato sospeso tra la prevenzione e la perdita economica, coi suoi negozi sbarrati, i volti esterrefatti e il turismo al tracollo, ma che comunque continua a vivere e lavorare, ti fa a volte l’effetto di un giovane ostinato in via di sviluppo, con molte migliorie da affrontare e spesso con le possibilità tarpate e qualche capriccio frutto di un risentimento millenario. Un giovane bruno con la smania dentro, con i piedi ben radicati nella sua tradizione, una tradizione che tradisce prima di essere tradita e per questo così spasmodicamente amata nella sua miscela velenosa e vivificante. Un modello di attitudine che potrebbe indicare quella ideale nei confronti di questo mondo con il conto alla rovescia sempre attivato — non parlo solo della possibile pandemia del virus A/H1N1- in cui l’imprevedibile e l’allarme è da anni il nuovo pendolo della realtà e la scienza pare non riuscire a stare dietro ai tempi, allarmati, che corrono. E questo, sia detto, non significa tornare agli untori e al pregiudizio, né agli aurispici di civiltà antiche, e nemmeno compiangersi nel pessimismo più lancinante. Ma sapersi, suona brutto, arrangiare, aggiustare, tra l’insicurezza che domiamo e la sicurezza che perdiamo e ricostruiamo. Speriamo che anche questa volta i messicani sappiano tradurre (e tradire) la Morte imprevista in Festa improvvisa, la tragedia in tragicommedia. Come già aveva mostrato Ejzenštejn nel suo film del 1931, non a caso incompiuto, sul Messico e i suoi scheletri in maschera: ¡Qué viva Mèxico!

(1) ALESSANDRO RAVEGGI è nato a Firenze nel giugno del 1980. Scrittore e drammaturgo, è attualmente ricercatore post-doc in Lettere Italiane all’Università Autonoma Nazionale di Città del Messico e cura un corso sulla letteratura contemporanea italiana presso l’Istituto Italiano di Cultura della stessa città. Scrive in prosa, poesia e per il teatro. Ha pubblicato per l’editore Zona “L’Evoluzione del Capitano Moizo” (gennaio 2006) e “Disney contro le Metafisiche (libro + cd con Despairs!, ottobre 2008, prefazione di Cecilia Bello Minciacchi) oltre a “Vs.” (e-book, Poesia Italiana Contemporanea in E-book di Biagio Cepollaro, 2006) e i testi teatrali “A party, a song for Leo” (Titivillus, 2003), “Foie-Gras” (La Camera Verde, di prossima uscita per il 2009). Ha diretto con il poeta e critico Tommaso Lisa la rivista letteraria “Re: viste sulla letteratura e le arti”. Suoi racconti e poesie sono apparsi su riviste e web-magazine come “Nazione Indiana”, “Absolute Poetry”, “Semicerchio”, “il primo amore”, “Terra Nullius”, “Le voci della luna” ed in varie antologie nazionali e internazionali tra le quali l’antologia di nuovi narratori di Las Vegas Edizioni, uscita a febbraio del 2009. É stato segnalato in premi tra i quali il Premio Riccione per il Teatro, il premio “Raccontare la Periferia” del Gabinetto Vieusseux e per due anni nel Premio Nazionale “I miosotìs” della casa editrice d’if di Napoli. Presentato come nuovo narratore da Nanni Balestrini, Renato Barilli e Niva Lorenzini al festival RicercaBO nel 2007. Sta ultimando il suo primo romanzo, “Nella Vasca dei Terribili Piranha”, frutto di un’operazione letteraria e mediatica visibile sul work-in-blogger:
http://nellavascadeiterribilipiranha.wordpress.com –
per contatti: alessandro.raveggi@gmail.com

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