di Giuseppe Genna

davide_manuli.jpgQuello che segue è, a mio parere un UFO: “unidentified film object”, un oggetto cinematografico non identificato – , in parallelo con quanto Wu Ming 1 ha circoscritto in letteratura come “UNO” e cioè l'”oggetto narrativo non identificato” (nel memorandum sul New Italian Epic). Ne è autore il regista Davide Manuli, sulla cui opera tornerò presto a scrivere, poiché a mio parere rappresenta uno degli artisti più decisivi nel rinnovamento del cinema italiano e nell’aggressione a una dimensione autenticamente internazionale. Autore dello struggente Girotondo, giro intorno al mondo e del pluripremiato BEKET (qui il trailer; si è aggiudicato il premio della critica a Locarno e ha vinto il Miami Film Festival), Manuli dispone dello sguardo più sconcertante di cui io abbia fatto recentemente esperienza al cinema. Già in questo corto, Bombay, che dura 16 minuti, è possibile ravvisarne l’obliquità, lo spaesamento, lo spostamento linguistico, la capacità di forare ogni mimesi per andare al cuore della realtà e veicolarla in maniera poetica, secondo l’accezione che all’aggettivo diede Leopardi. Ben oltre ogni dispositivo surrealista e solo apparentemente in continuità con certe avanguardie, Davide Manuli (qui anche voce recitante) fa avanguardia da solo: esplora una zona dell’umano mettendola in totale ambiguità, nella totale indifferenza tra comico e tragico. Il sociologismo è bandito e l’estetica non è estetismo. Per maggiori informazioni su questo straordinario regista, qui il sito ufficiale.

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