bartleby-49ca138032f19.jpgI would prefer not to…” sono le parole di Bartleby lo scrivano, il nome comune scelto dagli occupanti e dalle occupanti dello spazio sito in via Capo di Lucca 30.

Bartleby è il tentativo di chiudere definitivamente con l’era Cofferati, di far uscire l’università dal suo miope autismo, di ripensare Bologna a partire da chi la abita, la vive, la rende ricca ogni giorno.

Bartleby figura della diserzione radicale e solitaria ha ora trovato casa e apre le porte alla città. Da una piega dell’Onda, nasce questa sperimentazione, una forma nuova di occupazione: un atelier in cui aprire un cantiere di ricerca, di riflessione e di connessione sulla produzione artistica in questa città con tutti quei soggetti che hanno attraversato il movimento di questi mesi. Dai musicisti del teatro comunale, ai ragazzi dell’Accademia di Belle arti e del conservatorio, agli scrittori che con noi costruiscono i seminari di autoformazione e gli eventi in università.

In questa situazione, l’uso che Bartleby intende fare degli spazi di Via Capo di Lucca 30, caratterizzato da iniziative di alto profilo culturale, che coinvolgono profondamente il tessuto artistico e relazionale di questa città, ci sembra una straordinaria occasione di confronto e crescita per l’intera comunità cittadina.

Per questo avremmo preferenza di no. Avremmo preferenza che un’ esigenza espressiva e culturale, vissuta quotidianamente da moltissimi studenti, non fosse relegata a problema di ordine pubblico e risolta con i manganelli della Celere.

Avremmo preferenza che gli spazi di Via Capo di Lucca non fossero sgomberati. Avremmo preferenza che Bartleby non fosse costretto a cercare altri spazi per offrire un luogo di produzione e sperimentazione artistica.

Primi firmatari:
Ermanno Cavazzoni, Emidio Clementi, Giampiero Rigosi, Stefano Tassinari, Wu ming, Carlo Lucarelli, Matteo B. Bianchi, Valerio Evangelisti.
Per adesioni: bartlebyoccupato@gmail.com

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Il mio nome è Bartleby, e l’inizio di questa mia nuova storia è nelle ultime pagine di un libro. Quasi due secoli fa lavoravo nello studio di un giudice: copiavo e ricopiavo testi dietro un paravento. Quando cominciai a sottrarmi al lavoro mi dissero di andarmene. Eppure pensavo che quello studio, quelle quattro mura potessero essere la mia casa. Ben presto mi accorsi di essere ospite indesiderato. Non capivo perché e rimasi a pensarci: solo le porte della prigione mi furono aperte.

Oggi sono evaso: per fuggire sono entrato nelle pieghe dell’Onda.

All’inizio è stato difficile: ho presp parola nelle assemblee, sono sceso nelle strade e ho incontrato migliaia di persone che avevano i miei stessi desideri. Camminando con loro, sentivo il mio corpo cambiare: il petto si è fatto forte e ha bloccato le metropoli, ho abbracciato le città negli scioperi selvaggi e quando ho auto fame ho reclamato reddito nelle banche.

Nelle mie arterie adesso circolano saperi liberi.

Ora continuo a camminare incontrando studenti e precari, artisti e migranti, scrittori e musicisti, poeti e lavoratori, costruisco con loro il nostro futuro, coloriamo insieme la città, rompiamo i divieti e abbattiamo muri. Oggi non ho paura. Nessun controllo, nessuna telecamera, nessuno schieramento può fermarmi. Da oggi costruisco la mia metropoli. Non c’è immagine che mi rappresenti, non c’è schermo che mi contenga: sono autonomo e quindi in continuo divenire.

Oggi apro una porta. Apro finestre dove c’erano paraventi e finalmente guardo alla città e a tutti quelli che l’attraversano.

Preferisco, voglio e spingo la vita in questo fiume di desideri, nel tumulto che supera lo stallo.

Oggi ho trovato casa.

Bartleby, Bologna, 25 Marzo 2009

Foto dell’occupazione, audio della conferenza stampa, comunicati di Bartleby.

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