di Loredana Lipperini

Il_18_vampiro.jpg[Claudio Vergnani, Il 18° vampiro, Gargoyle Books, 2009.]

Cacciatori di vampiri metropolitani. Quale l’ispirazione? Quale il modello?

Nelle intenzioni originarie, Il 18° vampiro — il mio primo romanzo, che pubblico per Gargoyle Books grazie alla fiducia dell’editore Paolo De Crescenzo — doveva essere una breve avventura di un cacciatore di vampiri solo e depresso, costretto a svolgere tale ingrata attività per vivere. Lo spunto veniva dalla considerazione che — a parte qualche eccezione — dal Dracula di Stoker in poi, il vampiro è stato sempre rappresentato con le stesse caratteristiche: uno scopo malvagio da perseguire, un bell’abito da sfoggiare e una fanciulla da sedurre. A questa rappresentazione può aggiungersi un quarto elemento — che di solito i vampiri sono obbligati a trascinarsi dietro, come una sorta di irrinunciabile peculiarità un po’ imbarazzante: la condanna a essere sempre e di gran lunga più dotati dei loro avversari umani, all’insegna di una superiorità a volte quasi ridicola (sono immortali, dotati di forza prodigiosa, possono volare e magari trasformarsi). Malgrado tutto ciò, in qualche modo, i vampiri riescono sempre a farsi sopraffare dal protagonista umano di turno, compiendo errori tali da mettere in soggezione anche il lettore/spettatore più bonario e accondiscendente. Anche Stephen King, nel suo monumentale Salem’s Lot, tradiva (Dio mi perdoni) così il suo vampiro.

Ho cominciato, quindi, a cercare qualcosa sui vampiri che secondo me riuscisse a fare qualche passo in una direzione diversa. Ricordo Light at the end (In fondo al tunnel), un racconto del duo Skipp-Spector, definito dai suoi stessi autori uno “splatter-punk horror”. Il vampiro protagonista usciva un po’ fuori dal coro. Era un giovinastro — già cattivello di suo da vivo — che da non-morto si toglieva qualche meschina soddisfazione nei confronti degli amici e dei conoscenti che lo avevano sempre snobbato. Lessi anche Vampire$ di John Steakley e poi vidi la versione cinematografica di Carpenter, trovando originale l’idea di una società dove i vampiri venivano allo scoperto e il Vaticano stipendiava squadre specializzate a sterminarli. Un altro romanzo che mi colpì fu They thirst di Robert McCammon (Hanno sete, Gargoyle 2005), dove l’autore riusciva a mettere in piedi un’impalcatura di angoscia crescente non comune.
È in questo quadro che ho maturato delle idee e ho cominciato a scrivere Il 18° vampiro. Una storia di poveri diavoli che cercano di fare del loro meglio, a volte senza crederci troppo, divisi tra il desiderio infantile di scoprirsi un pochino eroi e la consapevolezza di vivere una condizione molto precaria. I miei cacciatori di vampiri non si confrontano solo con la minaccia rappresentata dai non-morti, ma anche e soprattutto con la loro condizione umana. Hanno paura, si stancano, sono depressi, hanno il mal di testa, si innamorano, si vergognano, spesso non riescono a organizzarsi, sentono le pericolose sirene dell’eroismo intonare la loro falsa melodia, e lottano per una briciola di coerenza in un mondo difficile.
Mi sono ispirato a gente che conoscevo, provando a immaginare come si sarebbe comportata di fronte a una situazione paurosa, tragica, pericolosa, miserabile e deprimente. Per i personaggi di Vergy e in parte di Claudio — scanzonati, disillusi, ironici, malinconici ma non privi di senso etico — mi sono rifatto ai classici dell’hard-boiled americano, ma calando tutto in un contesto completamente diverso.
Sono debitore di alcune atmosfere a dei racconti di guerra e a dei miei ricordi personali del periodo (breve, per fortuna) in cui fui militare. Il tipo che mi ha ispirato il personaggio di Vergy è stato veramente in Iraq, e alcune cose che mi ha raccontato sono agghiaccianti. Così come è agghiacciante vedere di persona i danni che un’arma da fuoco può provocare.
Ad ogni modo, ho cercato di evitare quanto più possibile i classici luoghi comuni sui vampiri (che però vampiri devono pur esserlo: se non succhiano il sangue e non uccidono allora NON sono vampiri, sono un’altra cosa), inserendo nel tessuto della storia — dove potevo e come potevo — frammenti di horror crudo, ma anche momenti di onesta introspezione, malinconia, miseria, piccole soddisfazioni, amore, confusione e un desiderio recalcitrante ma fortissimo di continuare a vivere nella speranza di un giorno migliore.

Perché i vampiri? Per te, innanzitutto. E, in seconda battuta, per il panorama narrativo italiano. Improvvisamente, molti editori scoprono che il ritornante ha appeal, e lo utilizzano. È, a tuo parere, nocivo?

Per sua natura, il vampiro si adattava particolarmente bene alla pigrizia e ai tentennamenti dei personaggi che volevo raccontare: i protagonisti del mio libro non sono dei campioni di coraggio, cacciano i vampiri di giorno, quando possono ucciderli senza troppe seccature, quando non occorre fegato ma solo un buon paletto. Un altro avversario sovrannaturale privo di tale debolezza sarebbe stato un nemico un po’ troppo indigesto. In ogni caso mi piaceva l’idea di misurarmi con i vampiri in un contesto ancora relativamente inesplorato, quello metropolitano. Pensavo a un luogo molto vicino a casa mia. Magari, qualche stabile abbandonato nella prima periferia di Modena. Pensavo al calare delle tenebre come a un segnale che avrebbe fatto uscire i vampiri dai loro rifugi cittadini — case abbandonate, fabbriche in disuso, capannoni industriali cadenti, acquedotti in rovina, ecc. — per trascinarsi nel buio in cerca di vittime tra i diseredati della società.
Per quanto riguarda il panorama narrativo italiano, mi sembra di capire che la figura del revenant venga rimpallata ormai tra letteratura, cinema e fumetto (e non dimentichiamo i videogames) con estrema disinvoltura. In questo senso la saga della Meyer e il film Twilight stanno agendo da potente traino. Ma il vampiro — se mi si passa il gioco di parole — è sempre esistito. Subendo trasformazioni nel corso del tempo, naturalmente. Passando da incubo reale a intrattenimento. Però è sempre stato lì. Molto più di altri suoi colleghi mostruosi. Il revenant a quanto pare ha fascino, e sembra che si possa comunque dire ancora qualcosa di non scontato sul suo conto. A costo di apparire “sopra le righe” direi che i vampiri si sono guadagnati sul campo nella storia dell’umanità una nicchia che esce dal mero ambito letterario. Onore al merito. Non è mica da tutti.

A quale fra i vampiri letterari somigliano di più i tuoi?

Nel mio romanzo, mentre i cacciatori di vampiri credo debbano molto, in termini di contesto e “atmosfera”, al già citato film di Carpenter Vampires, direi che i vampiri veri e propri sono farina del mio sacco. Non dico che siano un caso unico nel panorama letterario, dico solo che non mi viene in mente un riferimento — almeno consapevole — da citare. Nemmeno Grimjank, che pure è il protagonista dell’omonimo racconto di William Thomas Webb del 1974, mi pare “somigli” a nessun altro vampiro. Non a quelli da me conosciuti, almeno. Poi, non è detto che originalità equivalga necessariamente a efficacia.

Cosa pensi dell’horror italiano? Secondo te sta accadendo qualcosa di simile a quanto avvenuto nel giallo e nel noir qualche anno fa, con la rivitalizzazione del genere, oppure gli autori italiani, molto spesso, si chiudono a riccio e ritengono ostile qualsiasi cambiamento?

Non conosco in dettaglio il panorama dell’horror italiano. Almeno non abbastanza da potermi destreggiare tra i suoi percorsi editoriali e le sue logiche di mercato. Ho visto in libreria pile e pile del romanzo Twilight in attesa soltanto di essere acquistate da adolescenti non proprio svezzati, e racconti di Poe o anche solo di Tommaso Landolfi ammuffire sugli scaffali. Lo dico senza scandalizzarmi, ci mancherebbe. Le cose stanno così, e un motivo ci sarà pure. Detto ciò, è evidente il grosso sforzo in atto tra gli addetti del settore, nel tentativo di superare il vecchio preconcetto in base al quale un autore che mette in tavola omicidi o esseri soprannaturali si relega, assieme ai suoi lettori, in una sfera molto lontana dalla Letteratura con la L maiuscola. A costo di rilevare l’ovvio, mi viene da dire che esistano libri belli e libri meno belli. Fine. E che i parametri per giudicarli sono opinabili e a volte fallaci, ma comunque unici. Poi credo che in Italia non si finisca mai di essere un po’ provinciali. Non lo so, forse è anche un bene. Però se scrivi un libro che parla di mafia, automaticamente sei un grande scrittore e un bravo ragazzo, se invece — come diceva a suo tempo Giovanni Arpino — ti cimenti in un giallo, diventi una specie di lebbroso.

Cos’è per te l’horror? È semplicemente suspense, o può e deve esserci, a sorreggerlo, un confronto con la contemporaneità?

Non so se debba, ma personalmente mi è venuto assolutamente naturale calare il più possibile Il 18° vampiro nella contemporaneità e nella cronaca. Era quello che mi sentivo di fare. Questo non significa però che lo ritenga indispensabile. Tanti anni fa ho letto Ultimi vampiri, una bellissima raccolta di racconti di Gianfranco Manfredi (che so di prossima nuova riedizione sempre per Gargoyle), quasi poetici nella loro evanescenza. Questo per dire che non credo esista una regola. Le vie sono tante e tutte lì, davanti a noi. Sono aperte. Dobbiamo solo armarci di coraggio e pazienza e iniziare a percorrerle. Non tanto per vedere dove ci portano — che è forse secondario — ma cosa ci riserverà il cammino. E non è detto che debba essere un percorso solitario. Magari, dopo un po’, voltandoci, potremmo anche scoprire che qualcuno ci sta seguendo. Forse farà meglio di noi, o forse peggio. Ma che importa? Stiamo comunque andando avanti. L’horror, per come la vedo io, è solo uno sfondo dove inserire ciò che si riesce a dare di se stessi — come nel romanzo d’avventura, in quello d’amore, di spionaggio, giallo e tutto il resto. La suspense e l’aggancio con la contemporaneità sono solo strumenti. Se qualcuno ti avrà letto con piacere, allora — indipendentemente da tutto — sarà stato un buon lavoro e ne sarà valsa la pena. Non saprei dirlo più semplicemente di così.