CesareBattistiDeriveApprodi.jpgE’ nelle librerie un volumetto pubblicato da Derive / Approdi, nella collana Samizdat, intitolato Il caso Cesare Battisti: quello che i media non dicono (pp. 60, € 5) Comprende un saggio firmato dall’editore sulle distorsioni dei processi italiani per terrorismo della fine degli anni ’70 – inizio degli anni ’80, le notissime FAQs di Carmilla e, documento davvero eccezionale per profondità e riflessione, il testo integrale, mai apparso in Italia, della risoluzione con cui il ministro della giustizia brasiliano Tarso Genro (ex sindaco modello di Porto Alegre) ha accordato a Battisti l’asilo politico.
Attualmente quella decisione, confermata dal presidente Lula, è sotto esame presso il Tribunale Supremo del Brasile, diviso quasi equamente tra conservatori e progressisti, con un lieve vantaggio per i primi dovuto alla personalità del suo presidente, che di Lula è nemico giurato.

Secondo recenti notizie di agenzia, il Tribunale Supremo starebbe meditando di concedere l’estradizione purché in Italia la pena per Battisti, pronunciata in contumacia, sia ridotta da due ergastoli a trent’anni (le leggi brasiliane vietano di estradare prigionieri in paesi in cui la pena massima supera quella prevista in Brasile). Ciò non appare così facile, salvo palesi violazioni della legalità, o un “atto di grazia” – all’inverso – del presidente della Repubblica italiana.
Siamo ormai abituati a tutto, potrebbe essere. In ogni caso, una decisione del Tribunale Supremo può essere appellata, e la decisione finale sul decreto di estradizione spetterebbe a Lula. Passeranno anni.
“Che culo!” diranno i cretini, pensando a Battisti. Come se uno che sta in prigione da due anni, che era fino a poco tempo fa (finché non gli hanno cambiato carcere, dopo uno sciopero della fame) picchiato di continuo, che subisce l’annuncio di una prossima liberazione e, il giorno dopo, la ritrattazione della stessa, potesse essere beato e contento.
L’unica buona notizia è che, tra infinite traversie, Battisti sta scrivendo un nuovo romanzo. Lo hanno condannato e linciato, lui tra centinaia di esuli, perché scrittore. C’era il rischio che, nel rivelare l’umanità dei ribelli italiani degli anni ’70, come in L’ultimo sparo, tornasse a seminare il contagio.
CORRI, CESARE, CORRI!

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