di Luca Barbieri

ToniNegri2.jpgQui le precedenti puntate.

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Il 1984 si apre con i continui rinvii del processo padovano e quello romano che si avvia oramai a conclusione. Gennaio e febbraio sono mesi “freddi”. Si registra solo qualche polemica attorno alle sedute del Foro Italico. Il 26 gennaio il Manifesto (“La disinvoltura del dottor Calogero e l’amaro caso di un teste di accusa”) registra l’ennesima delusione “testimoniale” in un articolo che mette in dubbio il metodo e l’operato del PM Calogero. Un teste dell’accusa si rivela infatti essere un ragazzo che soffre di disturbi psichici. Le sue dichiarazioni alla Corte lasciano tutti perplessi. «”Lei conosce qualcuno di questi imputati, che cosa è venuto a dirci?” gli chiede Santiapichi. “Non lo so, non conosco nessuno degli imputati — ha risposto il teste — So soltanto che ho appreso da altri, non ricordo neanche tanto bene». Il teste, messo davanti ai verbali dei propri interrogatori arriva anche a contestarli dicendo che mancherebbero alcune precisazioni fatte da lui al PM.

Ma il processo romano sembra essere sfortunato per tutti i testi, anche quelli della difesa. Lo dice l’Unità del 7 febbraio che nell’occhiello parla di “Contrasti dopo il boomerang della teste condannata per falso”. Criscuoli registra tensione e divisioni tra gli imputati che starebbero addirittura meditando di ricusare, a pochi mesi dalla sentenza, la corte. «Quella della ricusazione è una mossa grave ed estrema: il solo fatto che tra gli imputati ci sia chi ha pensato di ricorrervi dà il segno del clima pesante e confuso in cui sta entrando il processo man mano che ci si avvicina alla stretta finale, alla “resa dei conti”. Nello stesso numero l’Unità dà in un box la notizia del rinvio del processo padovano, “Autonomia veneta, processo rinviato di tre mesi”. «Com’era previsto, il processo al 7 aprile ramo veneto, è stato rinviato ieri mattina al 7 maggio prossimo. Tre mesi di sospensione, il tempo tecnico ritenuto necessario, da PM, difensori e Corte d’assise per unificarlo con l’istruttoria sul Fronte comunista combattente (l’apparato militare più alto dell’autonomia veneta, trait d’union tra questa e le brigate rosse), risolta nei giorni scorsi dalla sezione istruttoria d’appello che ha accolto in pieno il ricorso del PM Calogero contro le conclusioni del giudice istruttore Palombarini, emettendo 17 mandati di cattura nei confronti di imputati precedentemente assolti».

A fine febbraio (il 24) i quotidiani rimangono ammaliati da un’altra testimonianza singolare: «Rocco Ricciardi, che i difensori definiscono come un infiltrato dei carabinieri» che rivela (il titolo è di Repubblica): “Avevano deciso di sparare a Carlo Fioroni, nuove accuse contro Negri”.

Passano i mesi, sfilano davanti alla corte i testi, ma manca lui, l’accusatore principale, Carlo Fioroni, “il professorino”. Da un anno, dall’inizio cioè del processo, gli imputati continuano a chiedere la sua presenza in aula. Che fine ha fatto Fioroni dopo la scarcerazione dell’82? Per avere una risposta bisogna attendere il marzo del 1984 con le audizioni del capo del SISDE Emanuele De Francesco e con quella del capo della polizia Rinaldo Coronas. “Il capo della polizia spiega come Fioroni ha avuto il passaporto per poter fuggire”, titola il Corriere il 13 marzo 1984. La vicenda è complessa, inizia già nel 1982 a pochi giorni dalla sua uscita dal carcere di Matera quando la polizia gli rilasciò un passaporto di “copertura”. «”Gli fu rilasciato — ha spiegato Coronas — nell’ambito delle direttive sulla protezione dei pentiti, impartite dal presidente del Consiglio. Si tratta di direttive sulle quali grava il segreto di Stato”. E’ una rivelazione assolutamente nuova perché non si era mai saputo che su Fioroni e sui pentiti fossero state emanate disposizioni della presidenza del Consiglio». Una notizia importante quindi. Anche perché, dopo un primo tentativo di espatriare in Svizzera (fermato dalla polizia elvetica) Fioroni fece regolare richiesta di passaporto che gli fu rilasciato dalla questura milanese dopo il nulla-osta della magistratura. Di questo documento Fioroni entra in possesso già nel gennaio del 1983. Da allora del professorino si sono perse le tracce. La polizia, viste le pressanti richieste della corte, si mette a cercarlo. Però di Fioroni si riesce solo a sapere che il 15 novembre 1983 si è recato presso il consolato di Amsterdam. «Fioroni dunque non si trova. Cosa fare adesso degli interrogatori da lui resi nel corso dell’istruttoria? I difensori degli imputati chiedono di annullarli».
Repubblica dedica alla notizia la metà alta di pagina 12, “A Fioroni un passaporto falso. Un accordo segreto per farlo espatriare”. E nel sommario: “Rinaldo Coronas ha spiegato il giallo dell’irreperibilità del pentito. Il documento fu concesso con il benestare del presidente del consiglio dell’epoca. L’ex terrorista ne ha poi avuto uno regolare. E’ comunque introvabile”.

Strano anniversario quello del 7 aprile 1984. Manca poco alla fine della lunga requisitoria conclusiva del pubblico ministero che esporrà le richieste dell’accusa. Il processo non ha sicuramente rispettato le attese: l’accusa di insurrezione armata contro i poteri dello Stato sembra essere oramai dimenticata. Appare chiaro, ma non viene quasi mai detto e scritto, che giudicare persone per due omicidi (uno nel ’72 e uno nel ’75), alcuni furti e attentati è cosa diversa dal giudicarle per una tentata guerra civile nel quadro di una saldatura di tutte le componenti del terrorismo rosso, dal sostenere insomma di aver individuato la chiave di lettura degli “anni di piombo”. “A cinque anni dagli arresti l’accusa discetta di francobolli rubati”, titola il Manifesto. Il quotidiano comunista è pessimista ed esprime tutti i suoi timori con un fondo di Alberto Abruzzese: “Quelli del 7 aprile, cinque anni dopo”.
Il Corsera festeggia invece questo quinto anniversario con un normale articolo di cronaca dall’aula del Foro Italico pubblicato l’8 aprile, “Da Potere operaio all’Autonomia. Al processo 7 aprile il PM ricostruisce gli anni di piombo”. I toni per la requisitoria del PM Antonio Marini sono entusiasti. «Chi avrà voglia di ricostruire la storia degli anni settanta — definiti “decennio di piombo” o “decennio di follia” — non potrà ignorare la rievocazione che ne sta facendo il pubblico ministero del processo 7 aprile». La tesi storica proposta da Marini è sostanzialmente quella tracciata da Calogero a Padova. Il PM romano difende le dichiarazioni testimoniali dei pentiti. «Le rivelazioni dei pentiti, replica ora il pubblico ministero, formano solo il telaio sul quale è stata intessuta la trama dell’istruttoria. Ogni affermazione è stata controllata e dai controlli sono saltati fuori riscontri puntuali, chiarissimi. Un contributo preziosissimo alla ricerca della verità è venuto anche da testimonianze insospettabili, docenti padovani sono venuti in aula a raccontare cosa accadeva quando Negri insegnava all’ateneo. Padova, dice il dottor Marini, era diventata una città dal clima incandescente, e non a caso, dopo gli arresti dei capi dell’Autonomia l’inferno è finito, è tornata la calma».

Le condanne richieste del PM arrivano in aula il 14 aprile e sui giornali il 15. I suoi elementi fondamentali sono: l’ergastolo per Negri, l’altissimo numero di anni di detenzione richiesti per gli imputati (649 anni e 6 mesi per 67 persone) e il proscioglimento per le accuse di insurrezione (per insufficienza di prove) e banda armata in riferimento alle Brigate Rosse.
La Repubblica apre con la notizia pagina 5 del giornale: “Autonomia, 7 secoli di carcere”, e in carattere più piccolo, come sottotitolo, “Ma per tutti cade l’insurrezione armata”. L’Occhiello: “Conclusa, dopo 13 udienze, la lunga requisitoria. Pesanti le conclusioni: condanne da 29 a 2 anni. Sollecitate due assoluzioni e una riduzione della pena per un solo pentito”. Nessun riferimento alla richiesta di ergastolo nemmeno nel sommario. Il Gazzettino punta al contrario tutto sull’imputato principale. “Chiesto l’ergastolo per Negri” titola a pagina 4. Nel sottotitolo: “Il PM ha invece proposto l’assoluzione dell’Autonomia dall’accusa di insurrezione armata contro lo Stato”. Il Gazzettino dedica alle richieste dal PM anche una tabella che riporta una breve scheda dei principali imputati, le relative imputazioni e le richieste del PM. E’ grazie a questa scheda che riemerge, a sorpresa (anche per lo stesso imputato) il nome di Giuseppe Nicotri, il giornalista incarcerato per tre mesi nel 1979 con l’accusa di essere uno dei telefonisti BR del caso Moro e infine scarcerato. Per lui il PM Marini chiede una condanna a 5 anni e 6 mesi per partecipazione a banda armata e associazione sovversiva. Il Gazzettino, a firma di Marcello Lambertini, spiega così il proscioglimento per l’accusa più grave, quella di insurrezione armata:

Stracciarla, con una richiesta di assoluzione piena, avrebbe significato cancellare con un colpo di spugna tutto il discorso sull’”organizzazione”, negare che tutti i principali imputati avessero creato una struttura il cui piano era sovvertire le istituzioni, soprattutto negare quella “competenza romana” a giudicare che soltanto l’insurrezione si era giustificata. […] Intuizione dunque. Da sola non basta, specialmente quando non si hanno prove certe e non è dimostrata l’idoneità degli strumenti a disposizione degli insorti o degli insorgendi.[…] Forse alla fine degli anni settanta stavamo avvicinandoci a quella fase finale. Ma il 7 aprile del 1979 gli arresti posero fine all’attività eversiva degli imputati. Il pericolo non divenne realtà. L’insurrezione non venne avviata.

Il Corriere della Sera con la notizia apre in prima pagina, taglio alto, sei colonne: “Chiesto l’ergastolo per Negri”. Il proscioglimento per l’insurrezione appare nel sommario: “Indicata una pena di 28 anni per Scalzone, anch’egli latitante — Richiesta l’assoluzione per insufficienza di prove (per l’accusa di banda armata) dell’ex capo di Autonomia”.
L’Unità, che segue ora le sedute al Foro con Bruno Miserendino, imposta la pagina su un unico articolo: “7 aprile, cade l’accusa per l’insurrezione armata”. Il 17 aprile su Repubblica Giorgio Bocca attacca duramente l’impianto del PM Marini. “Ma sono veramente criminali comuni?” si chiede Bocca:

Le richieste del pubblico ministero Antonio Marini al processo 7 aprile sono talmente pesanti che viene naturale chiedersi quale interno viluppo di sentimenti e di problemi, quale inconscio, anche, può spingere un magistrato italiano universalmente noto come persona prudente ed equilibrata a chiedere, che so, cinque anni per Giuseppe Nicotri, colpevole di essersi occupato come giornalista degli autonomi padovani, altri cinque per il professor Romano Madera, un intellettuale mansueto e dieci per i Magnaghi o i Dalmaviva o i Balestrini, personaggi normalissimi del massimalismo italiano. […] La risposta sta probabilmente nella premessa che Antonio Marini ha dato alla sua requisitoria: qui non si giudicano le idee ma le responsabilità personali nei fatti specifici. Un’aulica, sofferta menzogna cui la nostra giustizia viene costretta da una società politica e civile che non ha il coraggio delle sue responsabilità.

Il 7 maggio inizia finalmente il processo padovano. Una settimana e poco più di sedute procedurali e poi una notizia clamorosa che riaccende i riflettori su Padova: il giudice che sta conducendo il processo, Giuseppe Giovannella, viene ricusato dalla Procura di Padova. Il processo padovano si blocca e chissà per quanto. La notizia compare per prima sull’Unità del 15 maggio. “Autonomia padovana, ricusato il giudice. Salta il processo?”. «La notizia — racconta Michele Sartori — è contenuta in un fonogramma inviato direttamente al dottor Giovannella, che ieri mattina ne ha dato seccamente l’annuncio in aula […] Per quanto la notizia circolasse da giorni, la sorpresa in aula è stata unanime, almeno tra gli avvocati presenti. Sono circolate varie voci, ma nella sostanza nessuno sa ancora con esattezza per quali ragioni la Procura sia giunta a ricusare il presidente della Corte». Il dubbio, se la richiesta sia stato avanzata dalle parti civili o dal pubblico ministero, si scioglie presto. Già il giorno seguente il Corriere, che ora segue il processo padovano con Massimo Nava, può attribuire con sicurezza l’iniziativa al PM Pietro Calogero, e titolare quindi a cinque colonne a pagina cinque: “Padova: la «guerra sotterranea» dei giudici”. «Magistrati contro magistrati. Il giudice di un processo ricusato dal pubblico ministero. Non si ricordano precedenti del genere in Italia e il palcoscenico di Padova rende la vicenda ancora più clamorosa e inquietante poiché protagonisti e materia del contendere interessano direttamente uno dei più intricati e controversi casi giudiziari italiani». Il provvedimento è con certezza stato sollecitato da Calogero ma il procuratore capo Torregrossa ha imposto un rigido black-out delle notizie per cui non si riesce a saperne di più. Ma il Corriere informa di un altro scontro in atto: Calogero ha impugnato la sentenza di rinvio a giudizio firmata dal giudice istruttore Palombarini per gli imputati del processo sul FCC (Fronte comunista combattente). Come dice il sommario dell’articolo il processo riunisce “dirigenti e manovali”, ma al momento i personaggi di spicco sono solamente «il professor Gallimberti, Serafini, Alisa Del Re (esclusi, per intenderci, Toni Negri, Ferrari Bravo e altri capi storici processati a Roma perché accusati anche di insurrezione armata contro lo stato)». Lo scontro che si profila riguarda proprio la volontà di Calogero di “reintrodurre” nel processo padovano anche gli imputati romani. «Secondo Calogero — spiega sempre il Corriere — il FCC è una specie di “braccio armato” dell’”Autonomia” e pertanto devono essere rinviati a giudizio anche alcuni capi storici (Toni Negri, Emilio Vesce, Luciano Ferrari Bravo) che Palombarini ha invece prosciolto».

Dalla requisitoria finale del pubblico ministero Marini al giorno della sentenza passano quasi due mesi. Giornate costellate di dubbi, interrogativi e silenzi. I quotidiani si interrogano sulle richieste dell’accusa e fanno caute previsioni sulla sentenza visto l’andamento delle testimonianze processuali. Si interroga il Corriere e si interroga Repubblica. Il Corriere con un’intervista a Marini ad opera di Marco Nese. “Il PM Marini: «L’ideologia politica non può giustificare reati comuni»”. «Le richieste del pubblico ministero Antonio Marini stanno creando nuovamente un clima di polemica attorno al processo 7 aprile. L’ergastolo sollecitato a carico di Toni Negri e i quasi 700 anni complessivi nei confronti degli altri 70 imputati non a tutti appaiono una soluzione equa. C’è chi giudica le pene eccessive e spera che la Corte d’assise non le applichi, chi ritiene siano proposte senza uno straccio di prova e chi, infine, pensa sia tempo di farla finita con questi processi riguardanti un brutto periodo della nostra vita, ormai lontano anni luce». Marini difende strenuamente la propria requisitoria e ribadisce di aver dimostrato la validità delle accuse. All’intervista il Corriere affianca un articolo da Parigi di Antonio Ferrari che racconta come vive, l’ambiente dei rifugiati politici, l’evolversi del processo, le sue manovre di avvicinamento ad ambienti della Chiesa Cattolica, le azioni per promuovere un’amnistia, gli appoggi degli intellettuali francesi, le considerazioni di Pace, Piperno e Scalzone (“Franco Piperno lancia da Montreal un appello alla chiesa cattolica”).
Repubblica, il 30 maggio ’84, alla vigilia del giorno in cui i giudici si riuniranno in Camera di consiglio, dedica l’intera pagina 7 a fare un riassunto dell’intero processo. La pagina, curata da Silvana Mazzocchi, si intitola “Tra fughe, pentiti e beffe, un processo lungo un anno”. Nell’occhiello: “Da domani i giudici in Camera di consiglio per decidere la sorte di Toni Negri e di altri settanta accusati. Furono i «cattivi maestri dell’eversione», come sostiene il PM, oppure semplici «eversori» come ha affermato la difesa?”. «Domani i giudici entreranno in camera di consiglio e inizierà il rituale conclave segreto. Ne uscirà la sentenza più attesa di quest’era della post-emergenza, una decisione destinata a fare da “spia” dell’attuale politica giudiziaria, come “simbolo” fu l’intero affare, fin da quell’inizio di primavera del ’79». Repubblica traccia una sorta di bilancio conclusivo, tenta di trarre alcune conclusioni dopo quindici mesi e 187 udienze fatto di considerazioni sulle testimonianze («il capitolo dei pentiti è quello più debole dell’intero processo»), sul comportamento degli imputati gli scontri e le divisioni.
C’è una certa consapevolezza insomma che l’esito del processo 7 aprile travalica il merito delle contestazioni ai singoli imputati. Attorno a questa scadenza si muovono tante attese e aspettative: da un’amnistia per gli “anni di piombo” alla politica giudiziaria.

La sentenza di primo grado arriva il 12 giugno. Il giorno precedente a Padova era morto, dopo alcuni giorni di coma, il segretario del PCI Enrico Berlinguer. La pena più pesante, 30 anni, è stata inflitta al latitante Antonio Negri. Colpiscono poi, perché non supportate da reati specifici, le condanne a Ferrari Bravo ed Emilio Vesce per associazione sovversiva e banda armata a 14 anni ciascuno. “Per l’Autonomia di Negri cinque secoli di carcere” titola Repubblica. «Dunque l’Autonomia con la “A” maiuscola che ipotizzò Calogero cinque anni fa — scrive Silvana Mazzocchi — era una banda armata e i suoi militanti-intellettuali, sindacalisti, professori furono i “cattivi maestri” dell’eversione dei primi anni settanta. E commisero rapine, furti, attentati e perfino due omicidi. Non complottarono però di capovolgere le istituzioni dello Stato». Gli assolti, come scrive Repubblica che riunisce le singole posizione in una lunga tabella, sono quattordici. Tra questi Nicotri, Ballestrini e Italo Sbrogiò. Bisogna dire che su tutti i giornali nel testo degli articoli per gli assolti proprio non c’è spazio. La Repubblica, come il Corriere, dedica un lungo articolo alla reazione di Pietro Calogero. “Era una banda armata e io l’ho dimostrato. Il teorema ha retto alle prove” è il titolo. Nell’occhiello: “Insieme con il giudice di Padova Pietro Calogero, per ascoltare alla radio il verdetto della Corte d’Assise di Roma”. Il giornale di Scalfari, uno dei più attenti alla sentenza, dedica al tema anche un fondo che parte in prima pagina, “Non è stata una crociata” e un box dedicato alle reazioni delle forze politiche (“Molto critici i socialisti, commenti positivi di DC e PCI”).
L’Unità arriva al processo con un nuovo cronista. Non seguono la lettura della sentenza né Criscuoli, che ha seguito tutte le sedute al Foro Italico, né Michele Sartori che invece ha seguito gli svolgimenti padovani. La pagina dedicata a questo avvenimento è infatti interamente curata da Bruno Miserendino. Il quotidiano del PCI, comprensibilmente monopolizzato dalla morte di Enrico Berlinguer, relega l’esito della sentenza a pagina 16. Lungo tutto il lato destro della pagina corre una tabella con le condanne inflitte, imputazione per imputazione. Nel taglio alto della pagina l’articolo di cronaca, “7 aprile, condanne severe ai dirigenti”, nel taglio basso invece una ricostruzione della storia del processo: “Il processo sugli anni di piombo. Fughe, passaporti, colpi di scena in 15 mesi di polemiche roventi”. A lato un breve commento di Luciano Violante, “Ma quanto tempo passerà ancora senza riforme?”. Il tono dell’Unità è sicuramente più problematico e meno schierato che negli anni passati. Tanto da riportare all’interno del testo di cronaca anche reazioni e critiche da parte di deputati socialisti e di DP. Le valutazioni sono molto più prudenti. Hanno pesato molto (lo si deduce anche dalla ricostruzione del processo) le vicende legate alla fuga di Fioroni. «Ecco le poche valutazioni possibili a caldo in una sentenza così complessa: è evidente che i giudici romani hanno accolto in buona sostanza l’impianto accusatorio contenuto nell’istruttoria e riproposto dal PM Antonio Marini […] Non c’è dubbio che i giudici abbiano espresso condanne severe per coloro che, sia pure imputati di soli reati associativi, erano considerati i dirigenti dell’Autonomia. E si tratta di condanne che, indubbiamente, daranno luogo a polemiche e interpretazioni di vario tipo».
Il Corriere, oltre alla pura cronaca processuale, dedica un’intera pagina, la sesta, ai commenti alla sentenza. Gli articoli sono racchiusi sotto il titolo a nove colonne “La sentenza non chiude il caso Autonomia: dure proteste”. La voce del quotidiano di via Solferino si fa sentire attraverso Leo Valiani che dedica alla vicenda un fondo dal titolo “Un capitolo di storia”. A Marco Nese è affidato l’incarico di sentire le voci vicine agli imputati, “La moglie di Toni Negri: «E’ una truffa di Stato». Da Padova, l’inviato speciale Antonio Ferrari intervista il PM Pietro Calogero. Occhiello: “A Padova rompe il silenzio il giudice che indagò su Autonomia e fu al centro di roventi accuse”. Il titolo: “Calogero: «Dopo le amarezze sono sollevato». «Respiro aria pulita, le polemiche mi avevano moralmente sfigurato»”. Infine, nel taglio basso, un’intervista a Scalzone: “Scalzone: sono sgomento, punire è illegittimo. Occorre ‘decarcerizzare’ la nostra società”. Sempre Marco Nese ricostruisce in un’intera paginata la storia dell’inchiesta 7 aprile, partendo dalle imputazioni iniziali (essere la mente del sequestro Moro) alle vicissitudini processuali.

Il 9 e il 14 ottobre 1984 il Corriere della Sera celebra Calogero. Non sono tanti i personaggi che possono vantare un’intervista-ritratto di una firma di prestigio come Nantas Salvalaggio per di più pubblicata in due puntate. Il tono è drammatico. E questa è una consacrazione letteraria. Titolo: “Quel 7 aprile del ’79 quando presi Negri”. Nel sommario: “Piccoli fatti gli avevano dato l’illusione dell’intoccabilità — Eppure qualcuno già sapeva”.

Il 1984 del 7 aprile romano finisce qui. A Padova il giudice Giovannella, che era stato ricusato, ha abbandonato spontaneamente l’incarico. Aveva espresso giudizi sugli imputati a una cena fra amici. Lo sostituisce il magistrato Euro Cera. La prima udienza del nuovo processo si tiene il 3 dicembre del 1984 (“Cominciato a Padova il processo all’Autonomia. Raggruppa i risultati dei blitz di Calogero”, Corriere della Sera del 4 dicembre). In pratica un intero anno è stato perso. E non è detto che sia finita qui.

Gli anni centrali della vicenda processuale del caso 7 aprile sono seguiti con rinnovato interesse da parte dei quotidiani. Tra testimonianze in aula, ricostruzioni, requisitorie e giudizi, il tutto ripetuto per due processi, si deve riscontrare una certa ridondanza. Ridondanza di accuse, di testi, di polemiche. Siamo agli sgoccioli del terrorismo italiano. Il clima è più disteso: si aprono spazi di manovra più ampi. Repubblica, ma anche il Corriere, forse grazie anche a un cambio dei giornalisti coinvolti, seguono il processo con occhio maggiormente critico. Le condanne di primo grado sembrano chiudere la vicenda, confermare il quadro (anche se ridimensionato). Una sorta di lieto fine.

9. 1985-1989: dissolvenza

Il 1985 semplicemente scivola via. Il caso 7 aprile, dopo le condanne a Roma sembra semplicemente chiuso. Il processo padovano procede, abbastanza stancamente, verso la sua conclusione. I grandi giornali non seguono stabilmente le udienze (cosa che invece fanno comprensibilmente quelli locali). Repubblica descrive, con Guido Passalacqua, il clima di indifferenza e racconta, con due udienze tipo, la piega che sta prendendo il processo. La prima è quella del brigatista Antonio Savasta.

”Il nostro disegno — dice — era di egemonizzare Aut. Op., di costringerla a spaccarsi, di portare dalla nostra parte gli elementi più aderenti alla nostra linea, di rompere il nodo tra legalità e illegalità”. Le BR insomma volevano usare l’autonomia come serbatoio di arruolamento, ma “non si fidavano” più di tanto. I rapporti erano tenuti a titolo personale con Cerica perché era impensabile un rapporto tra organizzazione e organizzazione: “del resto le BR non hanno mai fatto entrare compagni di altre organizzazioni, dicevamo sì al discorso politico, no a quello organizzativo… Ma io e Cerica non ci siamo mai messi a tavolino a dire io colpisco questo e tu quest’altro”. Infine: “Per le BR era impossibile pensare a una super organizzazione che legasse tutta la lotta armata in Italia…”. Savasta è preciso, quasi categorico. La sua deposizione non è certo favorevole al teorema Calogero.

E poi ci sono le audizioni dei professori vittime di aggressioni, quelle del giornalista Antonio Garzotto, quella di Oddone Longo. Dichiarazioni che danno la giusta testimonianza di una violenza cupa e irrazionale. «Il processo forse sta tutto qui, in queste due udienze simbolo. Da una parte c’è la debolezza di una “intuizione politica” di partenza che tentava di ridurre tutto ad uno e che Calogero ha perseguito con ostinazione e coerenza anche quando era evidente che il suo teorema perdeva qualche pezzo per strada; dall’altra, la realtà della violenza degli autonomi, i fatti nella loro luce squadristica, di sopraffazione». Anche il Manifesto con Alberto Ferrigolo dedica alle udienze padovane lunghi articoli riassuntivi. “Il teorema blindato. A Padova il superprocesso 7 aprile nell’indifferenza generale”, “Autonomia all’esame. Al processo di Padova i docenti raccontano gli anni caldi”, sono i titoli di metà giugno.

Ad aprile intanto, a quasi un anno dal giorno del giudizio, sono state depositate le motivazioni della sentenza di primo grado a Roma. La loro lettura, che tanto sembrava interessare ai quotidiani (i riferimenti alla necessità di «aspettare le motivazioni per dare un giudizio complessivo» si sprecavano), viene stancamente ripresa dai quotidiani del 17 aprile 1985. Solo una ricostruzione e un collage di frasi estrapolate dalle 1188 pagine. Su Repubblica: “Per 10 anni Negri è stato il motore dell’eversione”. Sull’Unità: “Negri, «un signore dell’eversione»”. «Non sono stati soltanto “cattivi maestri” — scrive Bruno Miserendino — “intellettuali velleitari”, “grilli parlanti”, ma qualcosa di più e di più pericoloso: Toni Negri e altri leader di Autonomia hanno “dato vita a un articolato progetto eversivo per sconvolgere il sistema economico sociale del Paese e abbattere le istituzioni”. Questa è la “verità cruda e inoppugnabile” della storia di Autonomia». Paroloni. “L’articolato progetto eversivo per sconvolgere il sistema economico e sociale” andrebbe forse accompagnato da qualche riflessione.

In estate esce il rapporto di Amnesty International sul processo 7 aprile. Il Manifesto ne pubblica ampi stralci il 18 agosto 1985 sotto il titolo “Processo al Processo”, con il sommario “7 aprile: i giudici italiani nel mirino di Amnesty International”. Un’intera pagina composta di un articolo riassuntivo di Daria Lucca e un collage di stralci dal rapporto (“Carlo Fioroni, scandalo del diritto. Il rapporto di Amnesty”). Il tutto corredato da una vignetta di Mario Dalmaviva, uno degli imputati del 7 aprile.

A settembre, nel più assoluto disinteresse della città (il pubblico nell’immensa aula bunker del due palazzi è assente), inizia la requisitoria del PM Calogero per il troncone padovano. Il Corriere della Sera mette un po’ d’ordine e spiega finalmente come è possibile che le persone già giudicate a Roma siano sotto processo anche a Padova. Il tono questa volta non è dei più benevoli nei confronti di Calogero. “Con un nuovo teorema sugli arsenali di Autonomia Calogero ha chiesto un’altra condanna per Toni Negri”, titola il 26 settembre.

Alla terza giornata della sua requisitoria-fiume il PM Calogero spiega perché Toni Negri e i professori del suo gruppo vengono processati due volte per l’Autonomia. Prima a Roma e poi a Padova.[…] Mentre si stava celebrando il processo, nel giugno dell’83, Calogero avviava la sua quarta operazione antiterrorismo e faceva notificare a Negri una nuova accusa: detenzione di armi ed esplosivo. Eppure il professore non era mai stato trovato in possesso di pistola, mitra o dinamite […] Negri, Ferrari Bravo e altri sono accusati in questo processo di detenzione d’armi — spiega il magistrato — perché c’è la certezza che erano ai vertici dell’organizzazione, che costituivano la cosiddetta “direzione complessiva” dei collettivi politici veneti. La legge sulla detenzione delle armi prevede la punibilità non solo di chi le ha materialmente ma anche di chi ne ha la disponibilità.

E siccome Calogero nel suo blitz trova un arsenale di armi del FCC, per la proprietà transitiva la responsabilità è di Negri. L’Unità riprende a piene mani frasi e parole dalla requisitoria. A seguire il processo è sempre un entusiasta Michele Sartori che titola: “Calogero, Potere operaio uguale lotta armata”.

Le richieste del PM arrivano il aula il 10 ottobre. “Chiesti 11 anni per il professor Toni Negri” titola il Corriere. “Il Pm lo considera colpevole di detenzione di armi”. E nel sommario: “Altre pene proposte per il suo braccio destro Ferrari Bravo, l’assistente Morongiu (entrambi 9 anni) e lo staff — Un accorgimento giuridico ha permesso nell’83 di far rientrare i tre maggiori imputati del 7 aprile nell’istruttoria veneta”. «Complessivamente la somma delle condanne proposte arriva a cinquecentoventisette anni di prigione per i centoventisette imputati» scrive Repubblica, che, titolando “Calogero ha concluso la sua requisitoria a chiede per Autonomia 5 secoli di carcere”, riporta l’appello del magistrato alla corte con il quale chiede clemenza per i “manovali” e severità per i “dirigenti”. «Ma poi non può fare a meno di ammonire nuovamente, alludendo, ci pare, all’istruttoria Palombarini: “Già in passato si è verificato che in buona fede non si sia visto ciò che si poteva vedere, non si sia attribuito a un fatto, a un documento il valore della prova e così si è andati troppo avanti in una situazione in cui le strutture di difesa dello stato sono arretrate». Sull’argomento scrive anche l’Unità che titola “Autonomia veneta, chieste condanne per cinque secoli”.

Il giudizio arriva alla fine del gennaio 1986 e per la tesi di Calogero è una bocciatura. Va innanzitutto dato atto a un fatto: questo processo ottiene risultati molto importanti. Quasi un centinaio di persone vengono riconosciute come responsabili dei fatti di violenza che hanno turbato la vita padovana degli anni Settanta. E’ un fatto importante soprattutto per le vittime. Vengono condannati i responsabili dell’azzoppamento di Toni Garzotto del Gazzettino e i responsabili delle aggressioni al professor Longo e Petter. Gli imputati storici del 7 aprile escono però tutti assolti. Il Corriere dà la notizia il 31 in prima pagina nel taglio basso: “La sentenza su Autonomia: assolto Toni Negri a Padova”. E all’interno: “Assolti Toni Negri e i suoi professori” (nel sottotitolo: “Alla lettura della sentenza il pubblico ha cantato l’Internazionale”). In prima pagina Livio Sposito, che sta seguendo il processo padovano, tenta di tracciare un bilancio. «Il teorema Calogero sull’Autonomia padovana non ha retto la prova della Corte d’Assise […] Quarantasette assoluzioni, undici imputati prosciolti per amnistia o prescrizione dei reati, ottantadue condanne […] I numeri dicono poco. Contavano, in questo processo sui caldi anni Settanta di Padova, più i nomi degli imputati che le accuse formulate». All’interno il lungo articolo di cronaca. Il sommario dice: “In parte smantellata la costruzione accusatoria del pubblico ministero Calogero — Condannati i protagonisti degli episodi di violenza: i giudici hanno scisso le responsabilità morali da quelle penali”. Da segnalare un deciso mutamento nell’atteggiamento di Calogero che forse non presenterà nemmeno appello. «Forse dopo aver lavorato per sette anni a un processo come questo, ricco di polemiche, egli avverte la stanchezza e pensa più alla sua candidatura al Consiglio Superiore della Magistratura che non a riprendere in mano la tormentata storia», scrive Sposito.
Repubblica titola in prima pagina: “Toni Negri assolto dai giudici di Padova”. L’articolo, a pagina 12, è di Guido Passalacqua: “Per Negri e gli autonomi una pioggia di assoluzioni”, e nel sottotitolo “I giudici respingono il teorema Calogero”.

Poi Calogero entra in aula: per un’ora filata, impalato, ascolterà senza battere ciglio la demolizione del suo teorema letta dal presidente Cera […] Si capisce che la Corte non ha accettato la ricostruzione storica proposta dal pubblico ministero che vedeva una ininterrotta esperienza terroristica a partire da Potere Operaio, confermata e sviluppata in Autonomia operaia organizzata, nei Collettivi politici veneti e infine nel Fronte comunista combattente. […] Tra il teorema Calogero e la ricostruzione fatta dal giudice istruttore Palombarini (tra i due magistrati le polemiche furono acutissime quasi feroci) la Corte d’Assise di Padova ha dimostrato di preferire l’impostazione del giudice istruttore. […] La somma complessiva degli anni di prigione irrogati, tenuto conto che si trattava di 140 imputati e in molti casi di condanne a uno o due anni è di circa 200 anni, contro i 525 richiesti dal PM, meno della metà. Le assoluzioni sono state quarantasette contro le cinque del proposte dal PM.

Repubblica accompagna l’articolo con una tabella (“Ecco la sentenza per i principali imputati”) che mette a confronto le pene richieste con quelle inflitte dalla sentenza.
L’Unità parla della sentenza in prima pagina con un articolo nel taglio basso, “Autonomia Veneta: assolto Negri”, di Michele Sartori. Nell’occhiello: “La sentenza rigetta le tesi d’accusa del pubblico ministero Calogero”.

Il giorno successivo, il primo febbraio, i quotidiani riprendono la notizia e registrano le reazioni. Il Corriere della Sera titola “L’assoluzione di Toni Negri divide Padova”. Il sottotitolo: “Così la città reagisce alla sentenza sui suoi anni di piombo”. Nel sommario: “Secondo il sindaco è stato un giudizio equo — Il procuratore della Repubblica, Torregrossa: «Calogero è un ottimo magistrato» – I diversi pareri sulle responsabilità di Autonomia — Sono settantaquattro i ricorsi”. Il Corriere propone poi un’intervista di Antonio Ferrari al professor Angelo Ventura: “L’amaro sfogo di un professore gambizzato”. Il giudizio del professore di storia, che Ferrari sembra condividere appieno nella sua introduzione, è severo. «E’ una sentenza che contraddice la verità storica e la stessa evidenza dei fatti. E’, appunto, una realtà storica che Potere Operaio prima e Autonomia operaia organizzata poi erano l’asse portante, insieme, il vettore politico del progetto eversivo della lotta armata», dice Ventura. In un piccolissimo box di appena quattro righe, intitolato “Silenzio a Parigi di Negri, ha l’influenza”, il Corriere dà la non notizia delle non reazioni di Negri alla sentenza.
L’Unità prende spunto dalle dichiarazioni del sindaco di Padova, Settimo Gottardo, per imbastire un pezzo di Michele Sartori intitolato “Autonomia, la sentenza divide di nuovo Padova. Ingiustizia o pacificazione?”. Sartori blandisce lo spirito democristiano della città che, come negli anni caldi faceva finta di non vedere quello che stava accadendo, ora tenta di gettarsi tutto dietro alle spalle. Come sempre, per Sartori, rifiutare il teorema Calogero vuol dire che «tutto si è svolto, violenze comprese, secondo la massima spontaneità». In realtà la sentenza non dice questo: Palombarini infatti individua, attribuendogli precise responsabilità, una banda armata nel Fronte comunista combattente. Ma Sartori tende sempre a offrire due opportunità: una delle quali assurda.

La sentenza di Padova è clamorosa. Ma c’è in piedi ancora la sentenza del 1984 di Roma. Nell’enorme divaricazione di vedute tra le due Corti ognuno, imputati, opinionisti, giornalisti, può metterci ciò che vuole: scontro tra giudici, volontà di pacificazione, contesto locale contro politica nazionale. In fin dei conti il processo “7 aprile” è quello di Roma.

Con il 1987 inizia il processo d’appello del troncone romano. Per l’occasione i radicali, che oramai hanno fatto del 7 aprile uno dei tanti cavalli di battaglia, convocano per il 22 gennaio una conferenza stampa. Oltre a Pannella parlano alcuni degli imputati protagonisti del processo, ora a piede libero in attesa del giudizio d’appello: Vesce, Tommei, Castellano, Funaro. Il commento del Corriere all’iniziativa radicale, espresso nell’articolo “Dovete annullare il processo 7 aprile. Imputati contro giudici, PCI e cronisti” è spietato e finisce per coinvolgere tutti e tutto. A giustificare il trattamento non proprio benevolo le dichiarazioni di Pannella sulla stampa. «Contro i “cronisti giudiziari incapaci di assolvere il loro compito di controllori diffidenti dei magistrati”, si è scagliato Marco Pannella, incurante dell’impopolarità delle sue tesi per la platea che aveva chiesto. I giornalisti che seguirono l’inchiesta padovana e romana su Negri e compagni li ha definiti “sicari, killers assoldati” e “portatori di un’ideologia velinara e ignobile” che finì per indurre in errore sull’effettiva consistenza delle prove anche l’ex capo dello Stato Sandro Pertini, che inviò un telegramma di solidarietà ai giudici». Proprio un bel modo di iniziare una conferenza stampa. Tant’è che l’iniziativa viene bollata come tentativo di «racimolare qualche tessera in più per non dover dichiarare forfeit dalla scena politica». Anche gli interventi degli imputati, che invece di «adeguarsi all’annebbiamento della memoria di tutti» per ottenere sconti di pena «sparano grosso e chiedono che si annulli il processo precedente».
Una delle importanti novità del processo d’appello è la “reperibilità” di Fioroni che verrà costretto a deporre in aula. La notizia, apparsa il 31 gennaio, viene data come un punto a favore per gli imputati. Il Corriere della Sera titola: “E infine gli imputati del 7 aprile la spuntano. Fioroni dovrà confermare in aula le sue accuse”.

Il 3 aprile per Negri cade l’accusa riguardante l’omicidio di Carlo Saronio. Nella sua requisitoria il procuratore generale Fabrizio Hinna Danesi ne ha chiesto infatti, per questo reato, l’assoluzione. “Negri non c’entra con il delitto Saronio. Il pg preannuncia richiesta d’assoluzione” titola il Corriere il 4 aprile. Nell’articolo si allude anche ad una trattativa in corso per il ritorno in patria del professore padovano. «La notizia, a lume di naso, non dovrebbe risultare determinante nell’altalenante trattativa che, da qualche tempo, l’ex deputato radicale dal suo rifugio parigino ha intavolato indirettamente con le autorità italiane per un eventuale rientro in patria». Rimangono infatti in piedi l’imputazione per la rapina di Argelato e quelle per i reati associativi.

Arriviamo all’8 giugno del 1987. Nessuno, a parte forse gli stessi imputati, dal processo d’appello del troncone romano si aspetta quello che veramente accade. Dalle reazioni si vede che i giornali si trovano spiazzati. Qualcosa forse si aspettavano. Riaggiustamenti, ritocchi. Ma non un terremoto. La pena per Toni Negri viene ridotta da 30 a soli 12 anni. Rimangono in piedi solo l’accusa di banda armata e di concorso nella rapina di Argelato in cui morì il brigadiere Lombardini. Cade per tutti l’accusa riguardante il sequestro Saronio che la magistratura ora dice essere opera solo di Fioroni e Casirati e anche quella riguardante il tentato sequestro Duina. Vengono assolti, pur con formula dubitativ:, Emilio Vesce, Jaroslav Novak, Alberto Magnaghi, Luciano Ferrari Bravo, Paolo Virno, Lucio Castellano. Il giornalista Giuseppe Nicotri e Nanni Balestrini, assolti con formula dubitativa in primo grado, vengono assolti con formula piena. Nel complesso gli anni di carcere sono poco più di cento.
La Repubblica dedica alla sentenza due pagine intere, la 16 e la 17, e un fondo di Giorgio Bocca che inizia in prima pagina intitolato “Quei maestri della violenza”. Bocca, come si è in parte visto, è stato uno dei testimoni più critici dell’intera vicenda. Il suo “ultimo” editoriale al 7 aprile ne ha per tutti: giudici, politici e imputati:

Chi ha seguito negli anni la vicenda con volontà di capire pensa che questa sentenza sia dettata dalla ragione e che sia consona a uno Stato di diritto. Ma chi scrive si sente da essa liberato dagli impegni del garantismo e può dire che questi uomini e il loro modo di far politica gli sono sempre risultati estranei e qualche volta odiosi. Cancellate le più patenti ingiustizie e persecuzioni nei loro riguardi, può rimanere il giudizio negativo su un gruppo di intellettuali che credette di poter fare la mosca cocchiera della grande contestazione, che usò i privilegi, le astuzie, le complicità della cultura per restare a lungo arrogantemente minaccioso e impunito […] il loro modo si scagliar la pietra e ritirare il braccio (anche se poi duramente pagato), di fare giornali come Rosso, Autonomia, Senza Tregua, che mandavano al massacro giovani ignoranti e ingenui e riempivano di vaneggiamenti e di inconsulti, ma a volte sanguinari, furori quegli anni di crisi in cui sarebbero occorsi invece l’uso della ragione e analisi corrette. Perché diciamo che questa sentenza è ragionevole e consona a uno stato di diritto? Perché mette fine all’inquisizione fantapolitica, vagamente indiziaria, manichea, che si è illusa di esorcizzare gli anni di piombo con le condanne in massa, con le demonizzazioni globali […] Una tesi globale, un affresco omnicomprensivo, una cappella Sistina con il suo giudizio universale sul terrorismo.

La cronaca della sentenza viene affidata a Franco Scottoni ed è accompagnata da una tabella, “Così la Corte d’Appello ha modificato le prime decisioni”, che evidenzia assoluzioni e riduzioni di pena. “Per Negri e compagni un maxisconto di pena” è il titolo. Da notare, come scrive Scottoni, che «il sostituto procuratore generale Fabrizio Hinna Danesi si è riservato di commentare la sentenza tuttavia ha fatto notare che, sostanzialmente, il teorema Calogero ha retto». Una nota che contrasta con tutte le interpretazioni della sentenza. Tanto che nella pagina a fianco Repubblica titola a tutta pagina virgolettato “E’ crollato il teorema Calogero”. Silvana Mazzocchi fa un collage di opinioni. Nell’occhiello: “Soddisfatto? Non saprei dirlo. Ho operato una sorta di rimozione, ha dichiarato il giudice istruttore dell’inchiesta, Giovanni Palombarini. Ora bisogna aspettare la motivazione, dice un membro della corte che decise le condanne di primo grado”. La Mazzocchi propone un’interpretazione della sentenza. Quasi un pietra sopra «anni oramai comunemente definiti “di piombo” e che hanno provocato angoscia e paura. Anni che hanno suggerito l’emergenza e le sue leggi non sempre rispettose del diritto. Anni che solo di recente hanno permesso norme ispirate alla tolleranza e prodotto giudizi più sereni». Da registrare anche il commento di Luigi Ferrajoli, professore di filosofia del diritto all’università di Camerino, da sempre critico sull’impianto dell’inchiesta: «la sentenza è positiva perché ha sconfessato un metodo e una cultura processuale da inquisizione. E’ stato sconfitto l’approccio processuale storiografico e deduttivo proprio degli anni dell’emergenza». Nel taglio basso della pagina infine un ultimo servizio, questa volta da Parigi: “E da Parigi adesso i rifugiati chiedono una amnistia”.
Il Corriere della Sera in prima pagina parla di “Clamorosa sentenza al processo 7 aprile contro Autonomia”, occhiello al titolo: “Sconto in appello per Negri. Non voleva il golpe rosso”. E nel sommario: “Caduta l’accusa di insurrezione contro lo Stato, è rimasta quella di banda armata — Al professore pena ridotta da 30 a 12 anni — Assolto Vesce”. Titolazione non proprio azzeccata visto che l’accusa di insurrezione armata era caduta, anche se allora solo con formula dubitativa, già in primo grado. In prima pagina anche un commento, di spalla, intitolato “Le due verità” con il quale si sostiene che comunque la verità storica è quella del teorema Calogero e che la sentenza si spiega con le ragioni della politica.

La sentenza del processo d’appello contro gli esponenti dell’Autonomia operaia conferma la regola della divaricazione crescente, con il trascorrere del tempo, tra verità storica e verità giudiziaria, le quali necessariamente obbediscono a esigenze e criteri diversi […] Il giudizio definitivo, quello che più conta per la coscienza del Paese, passa ora alla storia che, diversamente dalla giustizia, precisa e approfondisce i fatti col passare del tempo. E la verità storica si fonda su una messe imponente di documenti, i quali attestano senza possibilità di dubbio che Potere Operaio e quindi Autonomia operaia, secondo un programma apertamente dichiarato, si costituirono un organizzazione politico-militare per formare il “partito combattente”, perseguendo la strategia dell’insurrezione, intesa come guerra civile di lungo periodo, praticando la lotta armata e il terrorismo.

All’interno, a pagina 9, due articoli. La cronaca della sentenza, a firma di Paolo Menghini, “Una banda armata di pericolosi pasticcioni”, una tabella che riassume le condanne delle due sentenze per venticinque imputati e un’intervista a Scalzone intitolata “Negri e Scalzone: Tappa importante ma la soluzione è l’amnistia”. Per il Corriere il «teorema Calogero sembra restare in piedi solo come ragionamento generale, sproporzionato però alle effettive responsabilità degli imputati. […] Toni Negri non è più quel gran stratega del terrorismo che in questi anni da più parti si è voluto accreditare».
Sconcertante l’Unità. “7 aprile Condanne dimezzate in appello” il titolo della pagina dedicata alla sentenza. L’occhiello: “Negri colpevole di rapina e banda armata”. Nel sommario: “Confermate molte delle condanne per banda armata e quella inflitta a Toni Negri per il concorso nella mortale rapina di Argelato. Una sentenza tutto sommato equilibrata quella emessa ieri, dopo sette giorni di camera di consiglio”. La sentenza d’appello viene letta dall’Unità come una sostanziale conferma di quella di primo grado. Nessun riferimento, se non nel testo di cronaca di Giancarlo Perciaccante, alle assoluzioni. In fondo pagina una ricostruzione storica di Wladimiro Settimelli: “I cattivi maestri degli anni di piombo. Da Potere operaio all’eversione”. A leggere l’articolo di Settimelli sembra che la sentenza d’appello non abbia modificato nulla. Questo l’attacco del pezzo: «Gli anni bui, gli “anni di piombo”, con i giorni del terrore e dell’odio eversivo. Decine di vite spente assurdamente per “colpire al cuore lo Stato”, ammazzando semplicemente un brigadiere dei carabinieri, un agente della “Stradale”, un agente di custodia, un operaio comunista». Tutto insieme, e tutto attribuito a Negri e agli ex di Potere operaio. Delle decine di vite spente, a Negri la magistratura ne ha imputata solo una, e l’omicidio fu, tra virgolette, un “errore”, non un atto per “colpire al cuore lo Stato”, strategia delle Brigate Rosse, non certo di Autonomia. Si sfiora il ridicolo attribuendo a una persona riconosciuta colpevole di concorso in un omicidio avvenuto nel ’71 la responsabilità degli “anni di piombo”. «Ma il 7 aprile 1979 viene portato a termine per ordine del giudice padovano Pietro Calogero, il famoso blitz contro Autonomia operaia. Saltano così fuori, alla luce del sole, i nomi di Toni Negri, Oreste Scalzone, Emilio Vesce, Alberto Magnaghi, Luciano Ferrari Bravo, Paolo Virno e di altri che avevano trasformato Potere operaio in un gruppo eversivo del quale facevano parte, a diversi livelli, Franco Piperno, Carlo Fioroni e almeno un’altra cinquantina di personaggi di minore importanza». Oggettivamente, con queste parole scritte il giorno dopo la sentenza che ha mandato assolti dall’accusa di banda armata Alberto Magnaghi, Emilio Vesce e Luciano Ferrari Bravo, Settimelli rischia una denuncia per diffamazione. E poi il tocco finale. Secondo la sentenza ci sono alcuni imputati che hanno passato tra le sbarre anni di carcerazione preventiva (Vesce e Ferrari Bravo più di 5) che non gli spettavano e l’Unità non spende una parola su questo, anzi, tra una riga e l’altra, infila una frase del tipo «del gruppo, comunque, pochi finirono in carcere o vi rimasero a lungo» facendo intendere che innanzitutto, come affermato prima in relazione a Potere operaio “motore” dell’eversione, erano tutti colpevoli e che comunque alla fine nessuno ha pagato quanto avrebbe dovuto. Da segnalare infine la tabella (che riporto qui sotto) dedicata alla sentenza, intitolata “Le condanne inflitte ai maggiori imputati” nella quale le assoluzioni per insufficienza di prove sono segnalate con “insuffic.prove” e non con il termine “assoluzione” che era, forse, maggiormente esplicativo e significativo. Per fare un confronto, sulla tabella di Repubblica si usa il termine “assolto”, su quella del Corriere “assol.insuf.prove”.

(15 – CONTINUA)

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