di Serge Quadruppani

Anne-Marie[Le Editions Métailié, raffinata e battagliera casa editrice fondata nel 1979 da Anne-Marie Métailié (nella foto), sono uno degli approdi privilegiati dal romanzo italiano quando si avventura Oltralpe. Grazie alla collana “Bibliothèque Italienne” diretta dallo scrittore e traduttore Serge Quadruppani, i lettori francesi hanno potuto conoscere e amare i libri di Andrea Camilleri, Giancarlo De Cataldo, Loriano Macchiavelli, Laura Grimaldi, Valerio Evangelisti, Massimo Carlotto, Giuseppe Montesano, Maurizio Braucci, Grazia Verasani, Piergiorgio Di Cara, Sandrone Dazieri, Wu Ming, Michele Serio e tanti altri. Le note che seguono sono state scritte da Quadruppani in previsione del trentennale della casa editrice. Per celebrare la ricorrenza, sono previsti molti eventi, dibattiti, tavole rotonde. In particolare, una serie di incontri sarà dedicata al tema “Il romanzo nero delle edizioni Métailié”. Questo testo servirà da introduzione. Lo riportiamo perché è l’embrione di una lettura comparata che si preannuncia feconda, e che qui si incrocia con il memorandum sul “New Italian Epic” proposto in Italia da Wu Ming 1. Non c’è da stupirsi: riflettere sugli “scossoni” che negli ultimi anni hanno trasformato il noir e le letterature di genere, spingendole con forza in avanti e producendo (in Italia e non solo) un nuovo corpus di narrazioni epiche, produce – “rubiamo” l’espressione a Quadruppani – “un punto di vista sul mondo che può essere condiviso in ogni parte del mondo”.]

Sono trent’anni che manda avanti la baracca, la nostra editrice, e noi, suoi collaboratori fin dall’inizio, adesso lo sappiamo: a tenere in piedi il fragile edificio di una casa editrice indipendente non può bastare la qualità della gestione (benché necessaria), men che meno l’aver fiuto per i «colpacci» (dei quali si può anche fare a meno); a monte di tutto, serve una cosa poco concreta e contabilizzabile: uno spirito.

Segnatamente, questo spirito si coglie attraverso i romanzi “neri”. La cosa non è subito evidente: cos’hanno in comune lo spessore storico, la complessità linguistica, la costruzione raffinata de Il birraio di Preston (Andrea Camilleri) e le storie facete del Vecchio Switch (Jean-Paul Delfino)? E cosa collega le banlieues post-staliniste di Delteil al “mare guasto” di Maurizio Braucci? E il Gorilla Blues di Dazieri con il blues di Erlendur, l’eroe di Arnaldur Indridason? E la Roma di De Cataldo con il Belgio di Mayence o di Baronian? E l’impeccabile Laura Grimaldi con lo scapigliato Capellani? E il collettivo italiano Wu Ming con l’americano Dick Loche o il cubano Padura Fuentes? E cos’hanno in comune il gatto del turco-tedesco Pirinçi (Félidés), quello del cileno Diaz-Eterovic (Les sept fils de Simenon) e quello del Sottoscritto (In fondo agli occhi del gatto)?

Ogni autore è un’isola, con la sua singolarità, la sua storia e una fauna immaginaria molto particolare – ma queste isole formano un arcipelago il cui disegno lascia intuire un disegno. Sì, perché i nostri scrittori del “raggio nero” condividono “brandelli di mappe mentali e un desiderio feroce che ogni volta li riporta agli archivi, o per strada, o dove archivi e strada coincidono.”
La citazione appena riportata è tratta da un testo di Wu Ming 1, New Italian Epic, diffuso nella primavera 2008, apparso sul sito wumingfoundation.com.
Questo testo è all’origine di un’intensa riflessione collettiva in rete, di svariate polemiche a mezzo stampa, e presto di numerosi dibattiti pubblici ( il primo si terrà il 2 ottobre 2008, al Royal Holloway college dell’University of London). Nell’articolo (disponibile in francese sul mio sito e su wumingfoundation.com), uno dei membri del collettivo bolognese tenta di enunciare i tratti comuni di un insieme di opere uscite in italiano a partire dagli anni ’90. E non è un caso se buona parte degli autori che cita figurano nel catalogo della “Bibliothèque Italienne”.

Le linee-guida comuni a un lavoro di scrittura nell’Italia degli ultimi anni trovano un’eco nelle linee-guida che hanno orientato un’editrice francese e i suoi collaboratori nel selezionare romanzi neri da tutto il mondo. Ciò stupirà solo chi ignora che un punto di vista sulla letteratura è per forza un punto di vista sul mondo, e può essere condiviso in qualunque parte del mondo.
E’ dunque in uno scambio con questo scritto teorico che elencheremo qui alcuni dei tratti comuni che compongono il volto del romanzo nero delle edizioni Métailié.

La tenerezza del romanzo nero contro la crudeltà del mondo

I lettori di Hannelore Cayre sanno bene che lo sfrenato cinismo del suo personaggio nasconde male una profonda tenerezza per i losers, quelli che fanno di tutto per non perdere eppure perdono, la feccia che si batte e si dibatte sugli ultimi gradini della scala sociale. In apparenza, nulla di meno politico del suo punto di vista: con una voce intonata al sarcasmo, l’autrice descrive gli spacciatori come le più pure incarnazioni del pensiero neoliberista. Tuttavia, dall’ironia affiora una tenerezza che si fa presa di posizione, e per quel tramite le opere di Cayre entrano in risonanza con altri romanzi neri della Métailié, ad esempio quelli di Paco Ignacio Taibo II, Luis Sepulveda, Loriano Macchiavelli o Andrea Camilleri.
A questo punto conviene citare di nuovo Wu Ming 1, per portare nel nostro discorso quel che dice delle opere del “New Italian Epic”, cioè che

non mancano di humour, ma rigettano il tono distaccato e gelidamente ironico da pastiche postmodernista. In queste narrazioni c’è un calore, o comunque una presa di posizione e assunzione di responsabilità che le traghetta oltre la playfulness obbligatoria del passato recente, oltre la strizzata d’occhio compulsiva, oltre la rivendicazione del “non prendersi sul serio” come unica linea di condotta. Va da sé che per “serio” non s’intende “serioso”. Si può essere seri e al tempo stesso leggiadri, si può essere seri e ridere. L’importante è recuperare un’etica del narrare dopo anni di gioco forzoso. L’importante è riacquistare […] fiducia nella parola e nella possibilità di “riattivarla”, ricaricarla di significato dopo il logorìo di tòpoi e clichés.

Il romanzo nero è letteratura

Il romanzo nero non è un mystery, un murder party o un whodunit. Il romanzo nero pubblicato da Métailié parte dalla considerazione che la letteratura non è – o almeno non è soltanto – un gioco. E come detto nella frase precedente, il romanzo nero si considera letteratura. Esso presenta un’altra delle caratteristiche che Wu Ming 1 attribuisce al New Italian Epic: il connubio di “complessità narrativa” e “attitudine pop”. Senza tralasciare il lavoro sulla forma, nondimeno questa letteratura scorre nei canoni di un genere, per rispettarli (es. Grimaldi, Indridason) o sovvertirli (come fanno molti altri), comunque mantiene quella che noi riteniamo una delle più alte ambizioni letterarie: intende raccontare storie. E le storie che vale la pena raccontare sono giocoforza complesse, lontanissime da certi thriller televisivi e dal loro rozzo semplificare. Ad esempio, l’autore si applica a mostrare le ragioni di ciascun personaggio, al punto che, quale che sia il delitto, alla fine non è più certo se vi sia veramente un cattivo e, come dice un personaggio nelle ultime pagine de La nebbia del passato di Padura Fuentes: “Le storie senza cattivi sono molto più complicate”.

Si trattava (e si tratta) di accettare determinati codici di genere per poi violarli, violentarli, portarli al limite… e nel contempo sfruttare le risorse del romanzo d’avventura (gli elementi comuni alla letteratura d’azione: mistero, complessità dell’intreccio, peripezie, forte presenza aneddotica) […] [lo scrittore] si siede alla tastiera e non lo dice a voce alta, ma sotto sotto pensa che non ne può più di esperimenti, che bisogna raccontare storie, un sacco di storie e che la sperimentazione, negli ultimi anni diventata fine a sé stessa, deve mettersi al servizio della trama: rammendo invisibile nella cucitura […] Perché sa che, in tempi come questi, il mestiere di un narratore consiste nel raccontare molto e, en passant, inventare miti, creare utopie, ergere architetture narrative estremamente ardite, ricreare personaggi al limite della verosimiglianza.”
Paco Ignacio Taibo II, “Verso una nuova letteratura poliziesca d’avventura?”, in Ces foutus tropiques, Paris, Métailié 2003, pp. 211-213 , cit. da Wu Ming 1.

Il romanzo nero della memoria

“Nel corso della sua esistenza, Mario Conde si era allenato a vivere con le idealizzazioni e le demonizzazioni del passato, con le riscritture opportuniste, le affabulazioni e i silenzi impenetrabili […] Aveva appreso che, anche suo malgrado, ogni persona, ogni generazione, ogni paese, tutto il mondo deve trascinare, come un condannato i suoi ceppi, questo passato che con tutta evidenza è il suo…” (Leonardo Padura Fuentes, La nebbia del passato).
La riscrittura opportunistica del passato italiano, che si tratti del periodo fascista o degli anni cosiddetti “di piombo”, è al cuore delle opere di Carlotto o di Macchiavelli. Questa riscrittura può anche riguardare solo l’individuo (Grazia Verasani, Quo Vadis Baby?; Pierre Chistin, Petits crimes contre les humanités; Luis Sepulveda, Un nome da torero), ma porta sempre in sé il rinnegamento delle speranze collettive o la negazione dei crimini di massa. La letteratura nera mette il dito nella piaga dell’oblio.

Ritorno alla letteratura di genere, ritorno al futuro

La principale attrattiva della letteratura di genere sta nel contratto che la lega al lettore: nel comprare il tal prodotto, io so già cosa ci sarà nella confezione. Inoltre, so che il produttore non ha messo al centro delle proprie preoccupazioni il bisogno di parlare di se stesso, ma quello di rispondere alle mie aspettative. Ebbene, la mia contentezza andrà ben oltre quella di un consumatore soddisfatto se il produttore avrà saputo far leva sulle mie aspettative per dirottarle, sovvertirle, condurle verso nuovi orizzonti. I difensori del ghetto della letteratura di genere considerano questo un peccato di “intellettualismo”. Ahimè, c’è chi confonde un po’ troppo intellettualismo e intelligenza.
La letteratura (la creazione in genere) si trasforma il più delle volte per l’agire dei suoi margini, ovvero la letteratura sperimentale e quella popolare, l’una creduta al piano alto e l’altra al pianterreno della produzione letteraria corrente. Nei suoi momenti più felici, la storia culturale ha visto i due piani convergere e superare ogni distinzione gerarchica (es. l’incontro tra il surrealismo e le letterature popolari). Resistere alla colonizzazione degli immaginari implica più che mai un portare i margini al centro, per riappropriarsi dei fini comuni ai due piani: raccontare la parte “nera” dell’essere umano, avvicinarsi sempre più alle sue paure collettive e ai suoi fantasmi individuali, tenendosi al contempo lontani da ogni forma di moralismo e di cinismo.
“Al fondo, tutti i libri che ho menzionato tentano di dire che noi — noialtri, noi Occidente — non possiamo continuare a vivere com’eravamo abituati, spingendo il pattume (materiale e spirituale) sotto il tappeto finché il tappeto non si innalza a perdita d’occhio.” Wu Ming 1, New Italian Epic.

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APPUNTAMENTI, LINK, SEGNALAZIONI SUL NEW ITALIAN EPIC

Domani, giovedì 25 settembre, Wu Ming 1 presenterà a Milano il memorandum New Italian Epic 2.0. H.18:30, all’Informagiovani, via Dogana 2 (Piazza Duomo). Ingresso gratuito, info: 02/88468390.

Come ricordato da Serge Quadruppani, il 2 ottobre si terrà una conferenza sul NIE alla University of London, per info seguire il link dentro l’articolo.

La X edizione del festival Scrittorincittà (Cuneo, 13-16 novembre 2008) darà molto spazio alla discussione sul NIE. In particolare, il dibattito “New Italian Epic: gli stati generali della narrazione” vedrà la presenza di Wu Ming, Massimo Carlotto, Giuseppe Genna, Antonio Scurati, Letizia Muratori, Mauro Gervasini e – come moderatrice – Loredana Lipperini. Qui il comunicato-stampa con le prime anticipazioni del programma (PDF).
AGGIORNAMENTO. Ha confermato la sua partecipazione al dibattito anche Carlo Lucarelli.


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