di Danilo Arona

pazuzu1.jpgSiccome sono stato (forse) l’unico in Europa a inventarsi un libro sul demone Pazuzu, non potevo non tuffarmi almeno una volta nell’allestimento sonoro di Roberto Cuoghi, titolo Suillakku, che ha tenuto banco al Castello di Rivoli (Torino) dal 6 maggio al 27 luglio. E per farlo mi sono scelto un anfitrione d’eccezione, lo scrittore torinese Alessandro Defilippi, come me attratto dagli stessi paesaggi della mente, nella fattispecie dune desertiche e ventose che coabitano in invisibili regioni sospese tra immaginario e metafisica.
Partiamo da queste ultime. I due ultimi libri di Alessandro, Angeli e Le perdute tracce degli Dei (Passigli Editori), hanno molto a che fare con il deserto. Senza guastare sorprese a chi li voglia scoprire, il loro legame con la sabbia e la solitudine è pari all’analoga connessione che il preambolo del film L’esorcista di Friedkin vantava nei confronti del deserto di Ninive, nell’Iraq settentrionale.

E in ambedue i casi troviamo un protagonista per più di un verso sovrapponibile: padre Guido Ferraris nell’opera di Alessandro e padre Lankester Merrin nella dimensione “esorcistica” scaturita dalla mente di William Peter Blatty. Due preti Gesuiti che si confrontano con il problema del Male (a tutto tondo, con la “emme” maiuscola) in uno spazio dell’anima, in pieno sole (e proprio per questo più minaccioso), che forse altro non è che la prima dimora di angeli corrotti e caduti. Cristiani o sumeri, la loro natura non cambia.
Più d’una volta Alessandro Defilippi non ha fatto mistero che nella propria, personale “officina degli attrezzi” ci stanno da sempre quei sostanziali otto minuti di pellicola, ai quali s’ispireranno peraltro (senza mai riuscire a coglierne la magia) tanto L’esorcista 2 – L’eretico di John Boorman quanto i due quasi simili prequel di Renny Harlin (L’esorcista – La genesi) e di Paul Schrader (Dominion – Prequel to the Exorcist). Vale allora la pena di richiamare qualche utile informazione a proposito di quello splendido prologo.
L’esorcista uscì nel 1974, entrando da subito nella storia del costume e del cinema. Tratto dall’omonimo romanzo di Blatty, che ne curava anche la sceneggiatura, il film faceva conoscere al mondo l’immagine del demone assiro Pazuzu, anche se va rilevato che, solo integrando la visione cinematografica con la lettura del libro, si possono scoprire le generalità anagrafiche del mostro, visto che sullo schermo il nome Pazuzu non è mai pronunciato. Ecco quel che avveniva come ce lo racconta l’impeccabile riassunto di Daniela Catelli (1):

“Iraq del Nord. In un sito archeologico vicino a Ninive, è dissotterrata una statuetta rappresentante il volto di un antico demone. Curiosamente, l’effigie, risalente all’epoca precristiana, è ritrovata assieme a una medaglietta di San Giuseppe. Padre Lankester Merrin, un anziano sacerdote Gesuita che è uno degli archeologi impegnati nello scavo, rimane colpito dalla strana coincidenza, che gli appare funesto presagio di qualcosa di terribile che sta per accadere. L’uomo è malato di cuore, come vediamo dalle pillole di nitroglicerina che inghiotte più tardi, nella caotica, assolata e affollatissima Mosul. Mentre si congeda dal sovrintendente agli scavi, dopo aver di nuovo osservato l’amuleto del demone, questi pronuncia la frase “il male contro il male”, in conseguenza della quale la pendola sembra fermarsi all’improvviso. L’aria si fa pesante come l’atmosfera prima di una tempesta. L’uomo gli esprime il proprio rammarico per la sua partenza: ‘C’è qualcosa che devo fare’, gli spiega padre Merrin. Prima di ripartire, il sacerdote torna al luogo degli scavi, dove si arrampica su una roccia, a fronteggiare una gigantesca statua del demone, quasi in segno di sfida, mentre il vento infuria e due cani si azzuffano nelle vicinanze”.

Verrebbe da chiedersi perché, tra migliaia di demoni, Blatty abbia scelto quale “demone invasore” proprio Pazuzu. Ma Blatty, coltissimo scrittore formatosi all’Università di Georgetown proprio sotto la guida dei gesuiti, è di origini libanesi e il Libano non è poi così distante, soprattutto culturalmente, dall’Iraq. E, comunque, il destino gli ha dato una mano, come lui stesso ricorda (2):

“Durante gli anni Sessanta mi trovavo in Libano, dove lavoravo per l’Information Service degli Stati Uniti, e dovetti recarmi a Mosul per raccogliere del materiale per un settimanale che si chiamava The News Review. Alla fine del mio incarico, mi ritrovai con parecchie ore da trascorrere in attesa dell’Orient Express che doveva riportarmi a Baghdad e andai a visitare un sito archeologico, dove vidi degli operai caricare con un montacarichi una figura umanoide grande più o meno come la statua di Pazuzu nel film e trascorsi la giornata a rimuginare su cos’avrei potuto scriverne in merito. Così, quando cominciai ad accumulare elementi per il romanzo, scoprii la foto di una statuetta di Pazuzu in un libro di saggi sul demonio intitolato Satana e scritto dall’ordine cattolico dei Padri del Deserto. Pensai allora di usarlo, esclusivamente nella mia mente s’intende, come il demonio che fronteggia Merrin in un precedente esorcismo in Africa e che ritorna a combatterlo di nuovo ne L’esorcista”.

Paiono interessanti anche altri due fatti. Alla fine degli anni Sessanta, gli editori che avevano da poco acquistato il libro (che peraltro Blatty doveva ancora scrivere), gli chiesero, sulla base di un preliminare e succinto colloquio avuto con lo scrittore, di rinunciare al prologo in Iraq. Blatty si oppose strenuamente, giudicandolo il pilastro della storia. Pochi anni dopo, quando la Warner Bros acquistò il copione, pervenne dalla produzione una nuova richiesta per eliminare l’incipit in Medio Oriente, ma Blatty si oppose ancora con decisione. La sua fermezza al riguardo fu sposata totalmente dal regista Friedkin, nel frattempo innamoratosi della storia e assolutamente convinto dell’importanza di quei presaghi minuti iniziali di pellicola. Ancora Daniela Catelli:

“Friedkin, per un film costruito su una serie infinita di echi, riverberi, paralleli e premonizioni, riteneva essenziale il preambolo in Iraq, una sequenza che dà il substrato mitologico a tutta la faccenda, dicendoci in otto mirabili minuti che stiamo per assistere a una battaglia antica quanto l’umanità stessa, e che dalle viscere della terra si è appena liberata una minaccia in grado di sorvolare il tempo e lo spazio e di stravolgere con la sua incongrua presenza la vita di gente ignara e normale. Fu così che Friedkin, il direttore della fotografia Billy Williams, il direttore di produzione William Kaplan e altri membri della troupe tra cui Dick Smith, partirono assieme a Max Von Sydow per un paese all’epoca fortemente instabile (e in guerra su tutti i confini, con l’Iran, la Siria e il Kuwait), e le cui condizioni climatiche, a causa del dilatarsi delle riprese, erano ormai ai limiti dell’impraticabilità. La permanenza sul suolo iracheno durò quasi due mesi, fino al 15 luglio, e le riprese si prolungarono a causa di un tentato – e fallito – colpo di stato contro il dittatore Said Ahmed Hasan al-Bakr, che costrinse la troupe a un paio di giorni di prudente attesa prima di vedere l’evolversi degli eventi, e del ritardato arrivo della statua di Pazuzu da Los Angeles, erroneamente recapitata ad Hong Kong e consegnata dopo tre settimane. Le riprese ebbero luogo a Mosul, nell’Iraq del Nord, sul luogo di un vero scavo presieduto da archeologi tedeschi, Hatra, una città i cui centomila abitanti furono tutti uccisi e le cui statue furono decapitate da un popolo invasore attorno al 30 a.C. Friedkin racconta la vista singolare di tutte queste statue che venivano ritrovate senza testa. Le location erano altamente suggestive: si girava nelle vicinanze della tomba di Nabuccodonosor, il grande re della Mesopotamia, costruita su quello che si dice il luogo di sepoltura del profeta Giona, mentre la statuetta vera cui s’ispira quella di Pazuzu era conservata nel museo locale.”

Se ho insistito così tanto sul prequel friedkiniano, è perché con Suillakku di Roberto Cuoghi siamo molto da quelle parti. Anzi, siamo proprio dentro. Al Castello di Rivoli Defilippi e io, come qualsiasi altro visitatore, siamo accolti da un gigantesco Pazuzu di sei metri (facente il paio con quel Pazuzu del film che fronteggia nel preambolo Padre Merrin in una tempesta di vento e in una cacofonia di sciacalli), realizzato da Cuoghi riferendosi alla statuetta del Louvre con un procedimento di scannerizzazione laser che ha permesso di trasformare l’originale di circa 15 centimetri in una scultura monumentale, già peraltro anticipata dal cinema. Dal momento che Pazuzu non è mai stato una statua, ma al massimo una statuetta per ciondolo o un’elsa per spada, la precisione assicurata dalla prototipazione è considerata dall’artista un aspetto imprescindibile dal significato della sua opera.
Come ha sottolineato Marcella Beccaria nel succinto catalogo di Suillakku, Cuoghi si appropria delle superstizioni assire, reiterando l’idea che il demone abiti qualunque sua effigie o riproduzione di essa. Mantenendone l’originale funzione apotropaica (il Male contro il Male), il Pazuzu di Cuoghi diventa così un amuleto a misura di castello e funge da scudo per difendere il luogo da attacchi malvagi o meglio riflettere l’onda di irrazionalità che sembra permeare il mondo contemporaneo.
Una volta transitati davanti al mitico demone, raggiungiamo con l’ascensore le sale dell’allestimento sonoro. Il titolo dell’opera fa riferimento a una posizione di preghiera praticata con la mano alzata dagli antichi Assiri e formata da un’orgiastica miscelazione di rumori, musica e canti, che Cuoghi ipotizza essere la risposta di un gruppo di superstiti alla gravità del momento. Suillakku come lamentazione collettiva in una profusione di suoni, versi animali e musiche da altre dimensioni, che definire “demoniaca” sarebbe assai riduttivo. Della durata totale di dieci minuti, ma trasmessa ad libitum senza stacchi intermedi, Suillakku ti afferra nelle viscere e ti trascina in un universo lisergico e antico, dove malasorte e spiriti maligni sono tutt’uno con le tempeste di vento e le distese di sabbia a perdita d’occhio. Come si diceva prima, paesaggi della mente che forse ci portiamo dentro, come un’impronta nel DNA a ricordare che i primi grandi contrasti della storia dell’umanità avvennero proprio in questi set primordiali.
Alessandro, ancor prima di me, si sente provato dalla sarabanda sonora. E mi avverte con un cenno della mano che deve uscire per non soccombere alla nausea. Ha tutta la mia comprensione. E da lì a poco lo seguo. La miscela di suoni aggredisce ogni tuo senso e il primo a farne le spese è l’apparato gastrointestinale. E’ proprio un’esperienza disturbante che tanto coinvolge il soma quanto arricchisce la psiche. Quando siamo fuori dalle sale, ci sentiamo già sicuri sulla produzione a venire di un romanzo a quattro mani in cui un giovane padre Ferraris incontrerà nell’Iraq dei terminali anni Venti la sua nemesi maligna raffigurata in un gigantesco demone con quattro ali…
Roberto Cuoghi, ricorda ancora la Beccaria, nasce a Modena nel 1973 e molto presto caratterizza la sua opera artistica all’insegna del concetto di metamorfosi, idea ritenuta fondamentale in un’indagine relativa ai temi del tempo e della memoria in una continua confusione tra apparenza e realtà. Comprendente disegno, video, fotografia, pittura, scultura e opere sonore, la multiforme produzione di Cuoghi è caratterizzata dalla sperimentazione continua. E, in una curiosa assonanza con le tematiche di Blatty e Friedkin, la metamorfosi demoniaca pare diventare con Suillakku la cifra tematica e stilistica di un’epoca solo all’apparenza tecnologica e moderna.

1) Daniela Catelli. L’esorcista 25 anni dopo, Puntozero, Bologna, 1999.
2) Danilo Arona, L’ombra del dio alato, Tropea, Milano, 2003.

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