sebaste_panchine.jpgdi Beppe Sebaste
[estratto da frecciabr.gif “Panchine. Come uscire dal mondo senza uscirne”, Laterza, € 9.50]

Sulle panchine ci si siede per leggere. È una vista così consueta — quella di un lettore o di una lettrice, con un giornale o un libro in mano — che da sola riempie una panchina. Anch’io non ho mai cessato di farlo, e questo dall’infanzia.
Nel mio primo ricordo di lettore cosciente mi vedo su una panchina nel giardino sotto casa, separato dalla strada da un muretto e un’inferriata. La panchina era privata ma era una di quelle vere, arrotondate, a listelli verdi di legno, e restai lì disteso un pomeriggio intero con una pila alta come me di Tex Willer. Avevo imparato a leggere da poco, e quei fumetti appena scoperti (me li aveva prestati il figlio più grande di una vicina di casa) mi eccitavano come i western al cinema (anzi, perché non fanno film così belli? — mi chiedevo).

Il ricordo è quello di una sensazione intensa e piena — stare lì a leggere, fuori dal tempo e dal mondo, autosufficiente e appagato, con un tesoro inesauribile di vita secondaria, una vita di riserva piena di avventure. Leggere, ha detto una volta lo scrittore Peter Bichsel in una sua conferenza intitolata proprio La lettura, è optare felicemente per una «vita secondaria».
Quella sensazione di pienezza mi torna ogni volta che evado dalla realtà sprofondando in un romanzo, e nel dirlo uso molto seriamente la parola ‘evasione’. Ora, leggere un romanzo e stare seduti su una panchina sono attività molto simili, e il loro mix realizza forse il modello della vera vacanza. Vacanza vuol dire sospensione del tempo, e quindi del mondo reale. Vuol dire quindi, in altre parole, stare in panchina, che della secondarietà è un po’ l’emblema. Ma leggere è anche un atto anarchico, e solo il piacere spinge alla lettura, il piacere e il gusto di convivere senza timore e senza diversioni con la noia, quindi coi tempi morti, se non addirittura con l’idea stessa della morte. Leggere è un atto anarchico perché non ha né deve avere né capo né coda, nessuno scopo da raggiungere né servizio da eseguire. Uno scopo in sé, senz’altre finalità, come l’opera d’arte secondo Kant.
Forse ci si ricorderà del saggio famoso di Enzensberger sul leggere e sulla poesia. In Italia uscì su «Quaderni Piacentini», e si chiamava, credo, La poesia e la figlia del macellaio. Il poeta tedesco raccontava che nella sua solita macelleria, un giorno, il titolare lo trattò insolitamente male perché la figlia del macellaio, a scuola, aveva preso un brutto voto commentando una sua poesia, e il macellaio lo riteneva in qualche modo colpevole. Da questo aneddoto Enzensberger traeva un’appassionata apologia della lettura come atto libero in opposizione alle scuole, alle pedagogie e alle scienze letterarie che prosperano suggerendo metodi più o meno normativi di accesso ai testi letterari. Poneva l’accento sulla libertà della lettura, irriducibile a un senso e un valore preordinati, e riconducibile a una politica, come si diceva allora, «dell’esperienza». Leggere, concludeva il poeta, è un atto anarchico.
La lettura è un atto anarchico anche per il rapporto che stabilisce con la cosiddetta realtà. A parte lo straniamento che induce una lettura prolungata (al limite dell’incespicamento e dell’inettitudine), dice Peter Bichsel: «È incontestabile che la lettura cambi il rapporto con la realtà. Ma è anche risaputo che la nostra epoca considera ogni mutamento del rapporto con la realtà pericoloso per l’ordine costituito. Vengono definiti ‘realisti’ soltanto coloro che accettano l’esistente come dato di fatto, naturale, e che tutt’al più prendono atto
con un ‘purtroppo’ dell’impossibilità di modificare l’esistente. Tuttavia questi ‘realisti’ si fanno passare decisamente, e ad alta voce, per degli ‘innovatori’ quando decidono, ad esempio, di allargare la pista di volo ovest dell’aeroporto di Francoforte. Per loro a essere difeso è ancora una volta soltanto l’esistente, vale a dire un’immagine assurda della crescita economica. ‘Innovàti’, e in questo caso distrutti, sono il paesaggio e l’ambiente. I costruttori trovano la pista di volo ‘realistica’ perché conforme ai loro interessi; ed è per questo che ai loro occhi gli avversari della costruzione mancherebbero di qualsiasi ‘rapporto con la realtà’. Menziono questo fatto solo perché sono convinto che si trovino più lettori tra gli avversari che non tra i sostenitori della pista di volo. Al lettore viene infatti rinfacciato continuamente di avere uno scarso rapporto con la realtà, di essere cioè uno svitato».
Ora, anche sedersi su una panchina è un’attività senza scopo, ed è in sé, ormai lo sappiamo, un atto anarchico quasi suo malgrado, o senza saperlo, ed è senz’altro un modo per estraniarsi dalla cosiddetta realtà. Del resto la cosiddetta realtà che altro è se non un sogno senza sognatori?
Leggere e stare in panchina sono allora quasi sinonimi. Due esperienze di vita secondaria e contemplativa, due modalità di stare sulle soglie (del mondo). Si legge con il corpo, diceva ancora Peter Bichsel, e certe posizioni, certe sedie, favoriscono la lettura. La panchina è una di quelle. La loro sovrapposizione — leggere su una panchina — intensifica una posizione nel mondo e verso il mondo che a volte mi stupisco non sia ancora stata messa fuori legge.

L’altro giorno ero nella fase finale della lettura dell’ennesimo mastodontico giallo svedese — libri che da qualche tempo prediligo per la loro lussuosa lentezza. Dopo quelli di Henning Mankell, ora sto dedicandomi a quelli di Stieg Larsson. Dovevo lavorare (cioè scrivere, lavoro reso difficilissimo dalla quasi totale assenza di un capufficio), ma me la godevo troppo a continuare a leggere il giallo svedese, a lasciare scorrere il tempo senza fare nient’altro che quello, continuare a seguire la storia dei personaggi che erano in quel momento la mia famiglia e i miei amici. E improvvisamente mi è venuta per la prima volta l’idea che non era vero che non stavo facendo niente, e non era vero nemmeno che ero da solo mentre leggevo. Ho pensato anzi che leggere sia un benefico e generoso lavoro collettivo, o comunque fatto anche per gli altri, come i riti e le preghiere. Avevo l’idea che il mio leggere facesse andare avanti il mondo, che in qualche modo lo tenesse in piedi, e comunque tenesse in piedi il mondo del libro che stavo leggendo. Senza di me, cioè se avessi smesso di leggere, che ne
sarebbe stato della storia e dei suoi personaggi? Soprattutto trattandosi di un giallo — ero in quel momento a un passaggio cruciale della vicenda, e qualcuno era forse in pericolo di vita. Proprio non me la sentivo di abbandonarlo.
Ho pensato, credendoci, che leggendo avrei aiutato il detective a trovare il colpevole, a sconfiggere il male, a tornare a casa, ecc. Questa idea mi liberava beatamente da ogni residuo senso di colpa di non fare un tubo, di non lavorare, di non scrivere, di non uscire nemmeno a prendere dell’aria per farmi del bene (stavo leggendo in casa). Mi sono sentito più libero anche dal senso di colpa sempre incombente di vivere una «vita secondaria» — come diceva Bichsel. Al contrario, sapevo ormai mentre leggevo che stavo creando io il mondo
della storia, che partecipavo a una vita collettiva all’interno di una comunità, quella di tutti i personaggi della storia, anche quelli off, fuori campo; nonché, a ripensarci, la comunità di tutti gli altri lettori, virtuali e non. Lo sguardo protettivo del lettore nei confronti dell’eroe, e del mondo delle storie: non è forse un altro modo, e più caloroso, per dire quel principio di cooperazione del testo, quel lector in fabula che, quando ero studente a Bologna, in quel periodo insegnava con formule semiotiche il professor Umberto Eco? Non so, forse ne è la versione da panchina. (O, forse, lo sguardo protettivo del lettore nei confronti dell’eroe è la versione postmoderna dell’intervento provvidenziale di Atena che interviene da fuori — da dove? — per salvare Ulisse. Ma cosa ne sarebbe stato dei personaggi di Omero senza i lettori? I lettori sono i veri dèi dell’Olimpo, il loro deus ex machina.) Il lettore crea il racconto, insegnava Eco, in cooperazione coll’autore, percorrendo con lui le cosiddette passeggiate inferenziali, insomma le ipotesi e le svolte narrative che ad ogni episodio, atto, forse ad ogni frase, autore e lettore decidono di compiere.
Tornando all’altro giorno, e al mio poderoso giallo svedese, alla fine mi sono messo il cappotto e sono uscito di casa per fare una passeggiata. Avevo una meta fittizia, del tipo fare la spesa o passare al bancomat. Ma avevo il libro svedese in mano, e come è finita la mia passeggiata inferenziale è in fondo prevedibile anche per voi che leggete.
Mi sono seduto sulla prima panchina, una di quelle della piazza San Cosimato, e col brusio dei giochi dei bambini sullo sfondo, tra palle che rimbalzavano e skateboard che slittavano, ho continuato beatamente la lettura del giallo svedese all’aperto. Quando il freddo è diventato insopportabile sono entrato nell’enoteca di fronte e mi sono seduto a leggere di fronte alla vetrina con un bicchiere di vino rosso. Il libro l’ho finito a ora di cena.
Sia Mikael Blomqwist che Lisbeth Lisander, eroi stanchi e provati, sono tornati a casa con successo, a Stoccolma.
Sono tornato a casa anch’io, a Roma, sotto il Gianicolo.

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