di Giuseppe Faso

LessicoRazz copia-1.JPG[Segnalando l’imminente pubblicazione del Lessico del razzismo democratico di Giuseppe Faso (DeriveApprodi, pp. 140, 10 euro) — di cui Carmilla ha già ospitato una voce in anticipo qui — proponiamo ai lettori l’analisi di tre lemmi diffusi a profusione nell’isteria giornalistica di questi tempi] A.P.

Clandestino
Il buonsenso vorrebbe che si prendessero le distanze con severità
da chi innesta su una infrazione amministrativa (la mancanza di
documenti) uno stigma squalificante e sospettoso, il «clandestino»:
non una persona che lavora in mezzo a noi (e spesso nelle nostre
famiglie, come colf o assistente per la cura degli anziani), ma
uno infiltrato di nascosto per commettere chissà quale crimine.

Ma esistono anche tentativi di riabilitazione dell’uso di questo
termine, da fonti che sarebbero insospettabili, se non avessimo
ormai da tempo compreso quanto stia montando un socialismo
da imbecilli (il razzismo, secondo una blasonata definizione). Si
può, secondo tale cavillosa argomentazione, essere senza «permesso
di soggiorno» perché lo si aveva, e non si è riusciti a rinnovarlo;
o perché si è entrati in Italia con un visto turistico, che poi è
scaduto; oppure perché si è entrati in Italia di soppiatto. I primi
due sono «irregolari», quest’ultimo invece «clandestino». Cosa
cambia? I primi due hanno dato «contezza di sé» presso un ufficio
di polizia (come prescriveva il T.U. di polizia del 1931, anno X
dell’era fascista), il terzo no. Nessuno fra questi begli spiriti conclude
(con un minimo di coerenza) che dando a chiunque arrivi
in Italia un documento in questura, si debellerebbe la «piaga dei
clandestini»: ma la coerenza non è richiesta alla chiacchiera dell’uomo
della strada, e del suo rappresentante in accademia.

Integrazione
Naturalmente si tratta di una parola innocente, che si presta a
chiose rassicuranti: «integrazione» va inteso (ci si spiega sempre,
dopo), come interazione, da pari a pari, in un tutto nuovo,
visto come un intero in equilibrio. Naturalmente.
E naturalmente i più colti ci sentono un che di sacro, il raggiungimento
di una integrità che almeno da Orazio è figura positiva
(«integer vitae scelerisque purus»). I più colti.
E naturalmente chi mette in guardia contro l’uso del termine,
come ho sentito fare con molta precisione ad Alessandro
Santoro, dà fastidio, anche a chi ha conquistato su altri nodi autonomia
di giudizio e capacità di critica. Passa per esagerato.
Non c’è nulla di più violento che la difesa di un’opinione irriflessa
contro l’invito a pensare oltre, come ci ricorda una tradizione
di pensiero eccessivo, da Hegel ad Adorno. Qui la violenza
di chi fa fatica ad abbandonare il termine «integrazione» non
si esercita soltanto nei confronti dell’esagerato di turno, quanto
nella coazione a tornare con sempre maggior frequenza a un
uso distorto, e fortemente retorico, di «integrazione». Evitare di
dire «integrazione»? Non ci penso neppure…
Ogni volta che ci si sieda a discutere di immigrazione, la
maggior parte di chi sta dall’altra parte del tavolo, quella servita
dal microfono, parla di integrazione. Non se ne rendono conto,
i più, ma intendono «assimilazione». Come si dice «cultura» o
«etnia» e s’intende «razza», si dice «integrazione» e si intende
«assimilazione». Che stiano qui, alle «nostre» regole, che si
adattino: nulla di più rassicurante, per una fetta (sembra, indecisa)
di elettori.
Apro a caso due colorati depliant che mi sono arrivati con la
posta. La declinazione del termine non può dar adito a dubbi:
«uno strumento per integrarsi: la lingua italiana», oppure «integrazione
tra culture: le differenze culturali e religiose, le abitudini
alimentari» (loro, s’intende). L’elenco potrebbe espandersi
all’infinito. Non si parla mai di una società che ricompone
a un livello più complesso i suoi settori, e perciò si integra, ma
l’immigrato è sempre l’oggetto di una integrazione in un ambito
preesistente, di cui non s’immagina una modificazione, un
processo, quello sì, di inclusione.
E quando, sempre più spesso, gli si chiede uno sforzo, e lo si
invita a essere protagonista di questo adattamento forzato, il riflessivo
è inevitabile: l’uso di «integrarsi» è come una cicatrice,
il segno di una violenza che paternalisticamente promette un
traguardo, a chi si sottomette da sé a certe regole, soggetto del
suo diventare oggetto di accettazione. Se «ti» integri «ti» accetto.
Ad assimilazione compiuta, la fatica è tutta tua. La fatica di
integrarsi, come suona l’ironico titolo di una ricerca dignitosa
che dovrebbe farci vergognare del nostro, ahimè quanto molesto,
parlar male.

Degrado
Giornalisti, amministratori, politici fanno ricorso sempre più
spesso al termine «degrado», per indicare una situazione urbana
segnata dalla presenza di prostitute, lavavetri, zingari, immigrati
costretti a condizioni abitative assai disagevoli. Dal momento che
lavavetri e buona parte delle prostitute e degli zingari sono (non)
persone migrate in Italia, la categoria «immigrato» fa presto a inglobarli.
Così un luogo comune diventa un fatto sociale, e alla categoria
costruita si affibia la responsabilità di un danno, un attentato
al pubblico decoro. E scattano «misure anti-degrado» di vario
genere, fino alle recenti grida sui lavavetri a Firenze.
In casi simili piccole incursioni fuori dalla nostra provincia
spazio-temporale possono aiutare a decostruire processi di categorizzazione
in funzione discriminatoria.
Degrado, infatti, non è che debba voler dire proprio quello,
in italiano. Il «Grande dizionario della lingua italiana» diretto
da S. Battaglia, al vol. IV, riporta solo tre usi letterari, tutti nel
Settecento, due di Scipione Maffei e uno di G.B. Graziani, col significato
di umiliazione o di «riduzione di spessore» (dei muri).
Altri dizionari ne registrano un timido uso a partire dal 1950, e
Migliorini avverte che «Non è term. solo di caserma, ma anche
di tecnici, ingegneri ecc.». Se ne deduce che pochi anni fa il termine
veniva sentito come burocratico e da caserma, ma poteva
avere una funzione tecnica.
Una semplice ricerca ottiene così un effetto di spaesamento:
e il degrado nel senso di «deterioramento del paesaggio urbano
dovuto alla presenza di strati marginali della popolazione, con
l’insicurezza che tale presenza comporta»? Nessuna traccia,
fino a pochi anni fa. Come per «badante» (altro neologismo discriminatorio),
la ricerca va perciò spostata a quelli che costituiscono
gli unici dizionari di molte persone (non sempre analfabeti,
visto che vi ritroviamo molti amministratori).
Il più raffinato studioso della costruzione dell’insicurezza,
Marcello Maneri, pochi anni fa («Rassegna di sociologia». n. 1,
2001), ha dato conto dell’uso di «degrado» su alcuni quotidiani.
Da una parte, si assiste al dilagare di questo termine, prima rarissimo
e poi invece frequente; dall’altra, a uno slittamento semantico,
per cui mentre negli anni Ottanta il significato oggi
più consueto di «degrado» copriva meno del 5% delle sue occorrenze,
a metà anni Novanta si arrivava a circa il 25%, per poi
giungere alla fine del secolo a un circa 55%. In altre parole, è
stato costruito con una rapidità impressionante e un uso martellato
un significato di «degrado» dove l’offesa al decoro e la minaccia
alla sicurezza si mescolano in una identità sinonimica:
tornassimo indietro di vent’anni, probabilmente non capiremmo
quest’accezione: era il paradiso terrestre?
Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a un conflitto
che per ridisegnare il mondo dei valori trasforma, impoverisce
e mistifica l’uso delle parole. Sarebbe bene rendersene conto,
decidere da che parte stare, e come contribuire alla negoziazione
del linguaggio, visto che i suoi effetti ricadono sulla regolazione
delle pratiche sociali.

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