di Lucio Angelini

SilviaMenuzzi4.jpgAccucciatosi a terra, il principe prese ad aspettare l’apparizione di qualche animale salvatore che lo aiutasse a uscire dal bosco senza ulteriori perdite di tempo. Nell’attesa, optò per una meditazione zen.
“Anche noi bambini”, prese a dirsi, “sappiamo essere un po’ filosofi, a volte, nel senso che anche noi bambini cerchiamo delle risposte sensate da dare agli eterni interrogativi dell’uomo (‘Chi sono? Come devo comportarmi di fronte ai problemi della vita? Cosa devo diventare? Da dove sono venuto? Come si è formato il mondo? Chi ha creato l’uomo e tutti gli animali? Qual è il fine della vita?’).”
Fu a quel punto che una specie di frullo lo fece sobbalzare.

Si guardò attorno e non scorse nulla. Aspettò qualche altro minuto e finalmente, da un cespuglio laterale, vide emergere un galletto arancione a pallini rossi e blu.
“E questo da dove salta fuori?”, esclamò.
Il galletto, dopo averlo salutato con un baldanzoso chicchiricchì, lo invitò a seguirlo.
“Sei un animale salvatore?”
“Eh, quanta fretta!”, sgallettò il galletto. “Non vedi l’ora di uscire dai tuoi conflitti interiori, vero?”
“Sarebbe strano il contrario, non trovi?”
“Sicuramente sì. E tuttavia anche i vostri peggiori conflitti hanno una loro importantissima funzione.”
“Quella di renderci insoddisfatti di un certo sistema di vita per indurci a cercare delle soluzioni migliori?”
“Come fai a saperlo? Sei un bambino-prodigio?”
“Sono un bambino normalissimo.”
“Se voi bambini foste totalmente liberi da conflitti, non correreste mai i rischi impliciti nel passaggio da una forma di esistenza più primitiva a un’altra più elevata. Di qui il tuo temporaneo smarrimento nel bosco, dal quale posso assicurarti che ti tirerò fuori il più presto possibile, non foss’altro che per compiacere tua nonna.”
“Conosci mia nonna?”
“In qualche modo.”
“Magari sei addirittura… lei?”
“No, no, la conosco solo per fama.”
“Vuoi dire che anche mia nonna appartiene al vostro mondo? Che è una fata anche lei, come vado sospettando da diverso tempo? Me lo confermi?”
“Non lo confermo e non lo nego. Ma sii grato a tua nonna, che, raccontandoti fiabe, ti ha permesso fin da piccino di interpretare le tue tensioni interiori in modi conformi al tuo stato di sviluppo intellettuale e psicologico.”
“Pare, tuttavia, che la nonna abbia commesso una grave imprudenza nel rivelarmene i significati più reconditi.”
“Quel che è stato è stato, inutile recriminare. Seguimi con fiducia e speriamo di imboccare al più presto una qualche adeguata scorciatoia. Vedrai che, alla fine del viaggio, riuscirai anche tu a conquistare il tuo bravo regno.”
“Cioè la condizione di comandare, anziché di essere comandato, vero?”
“Più o meno. Le fiabe, come tua nonna ti avrà senz’altro chiarito, servono soprattutto a inculcare la convinzione che, se si vuole diventare padroni del proprio destino, cioè conquistare il regno di una personalità autonoma, è necessario affrontare pericoli, sopportare privazioni, districare viluppi.”
“Conosco il discorso. E tuttavia, accidenti!, non mi aspettavo tutto questo buio.”
“Che cos’è che ti preoccupa, in particolare?”
“Mi stavo semplicemente domandando se sia veramente pronto a conseguire la sicurezza circa me stesso, il mio corpo, la mia vita, la mia posizione nella società… ”
“E perché non dovresti esserlo?”
“Potrei sempre incappare in qualche difficoltà superiore al previsto… Metti che, da qualche spelonca, sbuchi fuori, che so io?, un gigante. Che potrei fare, a quel punto?”
“Un gigante? Semplicissimo. Lavorare d’astuzia e sforzarti di metterlo nel sacco.”
“Quale sacco?”
“Quello in cui, da che mondo è mondo, o meglio, da che fiaba è fiaba, tutti i giganti vengono messi, caro il mio giuggellone! Il conflitto con il gigante, come saprai, esprime il timore e il risentimento dei bambini verso il potere che gli adulti esercitano su di loro. Ma dal momento che il gigante di una fiaba è un personaggio fantastico, un bambino può tranquillamente immaginare di riuscire a metterlo nel sacco senza per questo cessare di sentirsi protetto dagli adulti.”
“Parli proprio come mia nonna.”
“Modestamente.”
“A proposito, visto che la nonna mi ha anticipato praticamente ogni fase di questo viaggio iniziatico per la conquista della maturità, non si potrebbe soprassedere almeno a qualcuno dei prevedibili incontri a cui noi giovani eroi delle fiabe siamo in genere destinati?”
“Alludi a orchi, streghe & company?”
“Esattamente. Sarebbero sfide puramente oziose, a questo punto, considerato il mio elevato grado di disincanto.”
“E va bene, vedrò di semplificarti le procedure d’uscita dal bosco.”
Aggirarono astutamente una serie di pericoli, fra cui un’orrenda spelonca da cui uscivano versacci spaventevoli, e finalmente arrivarono dall’altra parte del bosco.
A quel punto il galletto gli raccomandò:
“Prosegui sempre diritto davanti a te. E non perderti d’animo, perché dalle difficoltà delle fiabe, come ti è stato detto e ripetuto fino alla nausea, si esce necessariamente incolumi.”
“Nonché dotati di un’umanità superiore”, sbadigliò il principe.
“Già.”
Il galletto produsse un ultimo, virtuosistico chicchiricchì e, dopo avergli augurato buona fortuna, si dileguò tra le frasche.
Il principe, a quel punto, abbassò lo sguardo sulle proprie mani e sui propri abiti e si rese conto di quanto graffiato e lacero fosse. Quel cretino di un gallo doveva essersi divertito come un matto a farlo passare proprio in mezzo ai roveti più intricati e pungenti.
Sprimacciatosi alla meglio la casacca e rifocillatosi con fragole e bacche di stagione trovate lì nei pressi (“Niente male questi frutti di bosco!”, ammise), riprese il cammino e non tardò a uscire dal bosco.

* * *

Dove poteva mai arrivare, di lì a un paio di giornate di cammino, se non di fronte a un corso d’acqua tumultuosa e profonda?
La prima tentazione, naturalmente, fu quella di restarne al di qua, ma poi ragionò:
“Nelle fiabe, in genere, l’attraversamento di un corso d’acqua marca simbolicamente il momento della transizione a un livello superiore d’esistenza. Non sarò dunque così codardo da restarmene ancorato alla terra della passività e della dipendenza.”
E si sentì disposto a fare qualsiasi cosa, pur di superare il liquido ostacolo e trasmigrare sull’altra sponda, ovvero nel regno dell’iniziativa e dell’autonomia.
Per prima cosa allungò il collo per vedere se a monte o a valle del punto in cui si trovava ci fossero dei ponti già bell’e in piedi, poi, non scorgendone nessuno, si risolse a fabbricarne uno tutto da sé.
“Costruire un ponte non è molto diverso dallo scalare una montagna”, argomentò. “La simbologia è evidente. Se scalare una vetta fisica rimanda all’elevarsi spiritualmente, gettare un ponte tra due terre separate equivale ad armonizzare due parti della personalità non ancora integrate tra loro. E tuttavia costruire un ponte non è la cosa più semplice del mondo. Per mia fortuna, con felice intuizione, mi sono portato dietro quest’utilissima accetta.”
Ciò pensato, abbatté un paio di tronchi di ragionevole lunghezza, li trascinò fino alla riva del corso d’acqua e, raccolte le forze, li spinse orizzontalmente verso la sponda opposta.
Al tramonto del secondo giorno la terra di qua dal fiume aveva ormai trovato un punto di collegamento con quella di là da esso.
Il principe transitò sull’altra riva perfettamente incolume, ma evitò con cura di tagliarsi il ponte alle proprie spalle, avendo ogni intenzione di rivarcarlo a ritroso alla fine delle proprie peregrinazioni, quando fosse giunto il momento del ritorno alla catapecchia natia.

* * *

D’un tratto, in una piccola radura tra gli alberi, scorse un appetitosissimo rustico di cioccolata, ma si guardò bene dal precipitarsi ad addentarlo. La fiaba di Hansel e Gretel gli era stata decodificata a dovere. Benché con l’acquolina in bocca, tirò diritto per un’altra manciata di giorni senza imbattersi in nessun altro tipo di tentazione, finché, un mattino, non avvistò un capannello di nani intenti a tempestarsi dolorosamente le teste di pugni. Avvicinatosi ulteriormente, scoprì che stavano piangendo attorno a una bara di cristallo, dentro la quale era distesa la classica meravigliosa fanciulla.
“Scusate l’invadenza, nanetti”, si intromise con voce cortese. “Volete che ve la baci?”
“Baciare una morta? E a che pro?”, gemette uno di loro.
“Ora vi spiego”, rispose il principe. “Da un lato le fiabe, se prese come descrizioni della realtà, appaiono assolutamente immorali sotto tutti gli aspetti: crudeli, sadiche, e chi più ne ha più ne metta. Intese come simboli di accadimenti o problemi psicologici, invece, sono perfettamente ragionevoli e veritiere. Ed è proprio come specchi di un’esperienza interiore, rappresentazioni simboliche di fondamentali processi psichici che dovreste comprenderle. Quando eravate piccoli vi avranno certamente narrato la fiaba di Biancaneve, no?”
“Siamo ancora piccoli”, puntualizzò uno di loro.
“Spiritoso! Intendevo piccoli d’età. Il periodo trascorso da Biancaneve nella bara di cristallo allude al cosiddetto periodo di latenza… o a qualche forma immatura e pre-individuale di esistenza. Se la storia di Biancaneve venisse interpretata alla lettera, comunicherebbe che il destino della donna dipende dall’attesa di un necrofilo, di qualcuno a cui piaccia baciare i morti e che esca dalla foresta al momento giusto. Non sarebbe certo un bel quadro. Invece il bacio di un principe, nelle fiabe in genere e in questa in particolare, serve solo a spezzare il cosiddetto ‘incantesimo del narcisismo’.”
“In che senso?”
“Nel senso che chi ha paura di trasformarsi e svilupparsi può anche rimanere in un sonno simile alla morte, in cui la sua bellezza si conservi frigida e isolata dal mondo, ma con ciò precludendosi ogni conoscenza. È esattamente quello che è successo alla vostra fanciulla. Che vi piaccia o meno, soltanto un positivo rapporto e il raggiungimento dell’armonia con un esponente dell’altro sesso potrà risvegliarla dal pericolo di trascorrere la propria vita dormendo. Ecco perché mi sono offerto di baciarla.”
“Sei sicuro che non siano tutte balle?”, lo provocarono i nani.
“Cercherò di spiegarmi meglio. Il fatto che un individuo abbia raggiunto la maturità fisica, come nel caso evidente della vostra fanciulla, non significa necessariamente che sia preparato ad affrontare l’età adulta anche sotto gli aspetti intellettuale ed emotivo. Occorre molto tempo per realizzare l’integrazione dei vecchi conflitti.”
“Vuoi dire che, se adeguatamente sollecitata, la nostra fanciulla potrà risvegliarsi?”
“E perché no? A occhi e croce, mi pare non aspetti che un provvidenziale bacio di principe.”
“Non avrai confuso la storia di Biancaneve con quella della Bella Addormentata, per caso?”
“La simbologia è la stessa. Il sonno, o stato di raggelamento, di entrambe (per Biancaneve nella cassa di cristallo, per la Bella Addormentata nella stanza in cima alla torre), addita le medesime difficoltà adolescenziali. Da un lato non c’è nessuna fretta di maturare. Dall’altro, finché si permane in tale stato, non si può conseguire alcuna reale conoscenza o provare alcun reale sentimento.”
“E allora?”
“E allora semplicemente smettetela di disperarvi!”
“Okay, ci hai convinti. Vada per il bacio.”
Il principe si chinò e appoggiò con delicatezza le proprie labbra su quelle della ragazza. Di colpo la finta morta aprì gli occhi e gli fece ciao-ciao con la manina.
“Eccomi pronta a salire sul tuo cavallo e a seguirti fino al tuo meraviglioso castello”, farfugliò con la voce ancora impastata di coma.
“Cavalli non ne ho, mi dispiace. A parte quello dei pantaloni.”
“Il cavallo dei pantaloni? E che razza di cavallo è? Uffa, che delusione. Quasi quasi richiudo gli occhi e mi raggelo di nuovo… ma almeno un meraviglioso castello ce l’avrai, mi auguro.”
“Una catapecchia, a dire il vero. Per di più intestata ai miei genitori.”
“Naaa, mi stai prendendo in giro! Oppure dici così per pura modestia. Ma io non ci casco, sai? Ti seguirò comunque e dovunque!”
La Bella Risvegliata si tirò su a sedere, sporse una gamba fuori dalla bara e con un agile balzo si calò a terra, decisa a unire il proprio destino a quello del principe.
“Condividerò il tuo destino”, confermò, infatti, anche a parole subito dopo.
I due promessi sposi salutarono i nani e si misero in viaggio verso l’orizzonte, pronti a dissolversi in lontananza come in una vecchia pellicola sentimentale.

* * *

“Sai”, disse la fanciulla dopo un po’. “Mentre simulavo lo stato di coma, in realtà tenevo le orecchie ben aperte e così ho sentito tutto.”
“Ah, furbacchiona!”
“Be’, volevo dirti che condivido in pieno la tua analisi.”
“Quale analisi, scusa?”
“L’analisi secondo cui un bambino, per poter conoscere se stesso, deve prima lasciarsi espellere dal paradiso originario dell’infanzia, dove tutti i suoi desideri venivano soddisfatti senza alcuno sforzo da parte sua, e affrontare con coraggio la battaglia delle proprie contraddizioni interiori.”
“Ma questo l’ho detto in un’altra parte della fiaba, a dire il vero. Vabbè, non importa. Magari avrai un udito ultrafino. Comunque, si tratta di cose abbastanza risapute”, si schermì il principe. “Niente di nuovo sotto il sole. Le fiabe, si sa, esprimono dei rites de passage: la morte metaforica di un’individualità vecchia e inadeguata per conseguire un livello superiore d’esistenza.”
“Mi auguro vivamente che riusciremo a conseguirlo anche noi due.”
“Puoi contarci. Il vero problema, a questo punto, è solo quello di affrettare i tempi, dato che, francamente, comincio a sentirmi un po’ provato da questo ozioso peregrinare tra foreste di simboli d’ogni sorta. Non vedo l’ora di rientrare alla base e riprendere il mio tranquillo tran-tran quotidiano.”
Proseguirono per un altro quarto d’ora senza parlare, poi la ragazza s’informò:
“Quanto pensi sia grande il regno di tuo padre, se non sono indiscreta?”
“Niente di smisurato, a dire il vero. Ma potremo estenderne tranquillamente i confini, qualora dovessimo trovarlo eccessivamente stretto per le nostre esigenze. C’è un ricchissimo re confinante che concede mutui con grande facilità a chiunque ne abbia bisogno. E sa perfettamente che i giovani sposi devono affrontare delle spese… Tanto per cominciare, potremmo ricomprargli una parte delle terre incautamente cedutegli da mio padre.”
“Buona idea. Sempreché il tizio in questione non pratichi dei tassi d’interesse irragionevoli. Non sarà per caso un usuraio, vero?”
Il principe preferì cambiare argomento.
“Ai debiti, come dice il proverbio, penseremo a tempo debito”, tagliò corto.
“E che razza di proverbio è? Che significa?”
“Significa che è inutile precorrere i tempi. Abbandoniamoci, dunque, al pensiero della lunga felicità che ci attende, punto e basta.”
“Ma almeno prova a corteggiarmi un po’. Dimmi, per esempio, che mi trovi all’altezza del ruolo che dovrò ricoprire.”
“Quale ruolo, scusa?”
“Quello di first lady del tuo regno, sciocchino. Non mi trovi caruccia?”
“Ne ho viste di peggiori”, si limitò a borbottare il principe, che nel campo amoroso preferiva l’understatment alle svenevolezze. “E tu come mi trovi?”
“Lì per lì, se devo essere sincera, non mi sei parso poi questo gran che. Anzi, ti ho trovato alquanto repellente, ma ho capito quasi subito che si trattava di un ribrezzo simbolico.”
“Vuoi dire che la mia bruttezza non ti ha preoccupata?”
“Non più di tanto. Ho immaginato che servisse soprattutto a ricordarmi che una creatura, per poter diventare amabile, deve prima essere amata incondizionatamente.”
“Un po’ come in La Bella e la Bestia, insomma.”
“Appunto.”
“Davvero saggio, da parte tua. L’attaccamento edipico, infatti, ha le conseguenze più positive solo a patto che, durante il processo di maturazione, venga trasferito dal genitore molto più anziano a un amante di età adeguata.”
“E dunque mi aspetto che tu mi renda felice come merito, o mio sapientissimo rospo.”
“Vedrò di fare il possibile.”
Il principe si sentiva ormai spossato e propose di sedersi su un masso.
“Suggestivo, qua intorno”, provò a divagare, indicando il paesaggio.
“Una landa desolata, a dire il vero”, ridacchiò la ragazza. “Sono certa, tuttavia, che, proseguendo verso l’orizzonte, la situazione migliorerà.”
“A proposito, non mi hai ancora detto come ti chiami.”
“Chiamami pure Desiderata, se lo desideri.”
“In che senso ‘se lo desidero’? Non è il tuo nome vero?”
“Non del tutto.”
“Posso essere così indiscreto da… ”
“No.”
“E vabbè, vada per Desiderata, allora. In fondo, un nome vale l’altro. Magari hai solo deciso di rifarti una verginità.”
“E tu come ti chiami?”
“Princisbecco.”
“Cosaaa? Vuoi dire che sei un principe fasullo?”
“E perché mai?”
“Saprai meglio di me che princisbecco significa…”
“Significa semplicemente che ai miei genitori il nome non dispiacque, anche se non si trattava di un vero nome di persona. Ma che vuoi farci? Mammina e papino sono sempre stati degli originali. Comunque stai tranquilla, ti porterò nel mio regno e mi sforzerò di fare di te una regina discretamente ‘felice e contenta’. Saprai che, nelle fiabe, la formula conclusiva ‘E vissero felici e contenti’ esprime soprattutto la necessità dell’integrazione psichica, no? Insieme all’ammonizione che si diventa individui completi soltanto se, oltre a essere se stessi, si raggiunge la capacità di stabilire un rapporto d’intimità con un’altra persona.”
“Come dire che l”io’ senza il ‘tu’ vivrebbe un’esistenza desolatamente frigida e solitaria, vero?”
“Già. Ma non ero io quello che si era raggelato, se ci pensi bene.”
“Un mero espediente per liberarmi dei nani, se vuoi che metta le carte in tavola.”
“E se io non fossi passato dalle vostre parti?”
“Pazienza. Sarebbe passato qualche altro principe. Ma quel che è successo è successo e, visto che ormai il destino ci ha fatti incontrare, non ti resta che unirti alla compagna della tua vita. Che cosa aspetti?”
“Semplicemente che cali il sipario sulla nostra storia. Senza contare che, prima di accingermi al passo definitivo, vorrei riprendermi dalle dure lotte sostenute, concedendomi una meritata vacanza.”
“Be’, non esageriamo. Non mi sembri poi reduce da lotte così epiche. Per quel che mi riguarda, per esempio, ti ho subito dimostrato la massima disponibilità.”
“Attraversare il bosco non è stato altrettanto semplice, se mi consenti.”
“Ma se non hai nemmeno incontrato il Lupo Cattivo…”
“Certo che l’ho incontrato!”
“E perché non ti ha divorato, allora?”
“Perché non gliene ho lasciato il tempo. Giocando d’anticipo, gli ho assestato un vigoroso fendente sulla testa con l’accetta.”
“Poveraccio, che crudeltà!”
“Ma quale crudeltà? Un’altra uccisione anch’essa meramente simbolica, scioccherella! Con il lupo moriva, essenzialmente, la MIA anteriore voracità cannibalistica. Certo che, quando ho visto tutto quel sangue, mi sono davvero impressionato, ma ormai è acqua passata, non pensiamoci più.”
“Il sangue non è acqua, se permetti.”
“Spiritosa. Mi prendi in giro? Vabbè, lasciamo perdere. Quello che conta, adesso, è affrettare il ritorno al castello di mio padre. La nostra fiaba volge ormai al termine e non vedo l’ora di presentarti non solo alla mamma e al papà, ma anche, e SOPRATTUTTO, alla nonna.”
“Oh, my God! Ci hai pure una nonna?”
“E che nonna! Chi credi che mi abbia sostenuto nella difficile ricerca di una vera identità?”
“Lei, suppongo.”
“Infatti. È proprio per questo che non vedo l’ora di riabbracciarla e di dimostrarle che, grazie alle sue dritte, sono riuscito ad affrontare con dignità tutte le prove via via incontrate nel mio viaggio.”
“Uhm.”
“Perché mi stai fissando in quel modo, adesso?”
“Perché, improvvisamente, non ti trovo più così brutto come al momento del mio risveglio (che trauma, se ci ripenso!). Credo, anzi, di aver già fatto l’occhio alle tue disarmonie.”
“Oh, grazie tante, sono commosso. Non ci resta che rialzarci in piedi e correre felici da mio padre, allora, per esautorarlo e costringerlo a consegnarci le chiavi del regno. Così potrà finalmente ritirarsi in pensione e dedicarsi ai suoi hobby preferiti.”
“Non avevi detto che era una catapecchia, il vostro castello?”
“Forse solo perché, quando si è giovani, si tende a disprezzare un po’ tutto, a tranciare giudizi spocchiosamente sommari. Ma adesso che sono diventato maturo, sento che il mio castello ci apparirà più che vivibile e che sapremo abitarlo con saggezza e soddisfazione fino alla fine dei nostri giorni.”
“Abbracciamoci, dunque, nel finale, e promettiamoci eterna dedizione, prima di riprendere il cammino verso il nostro radioso destino di felicità.”
“Per assurgere definitivamente a quella regalità che, nelle fiabe, allude semplicemente a uno status di vera indipendenza.”
“Non c’è fiaba, per concludere, che non prometta il massimo premio possibile (ovvero una vita felice e il regno di cui sopra) all’eroe che, attraverso una coraggiosa lotta, arrivi a procurare la giusta soluzione ai conflitti edipici, trasferendo l’amore per la madre – o, peggio ancora, per la nonna! -, a una partner adeguata alla sua età. Quanto alla figura di tuo padre, lungi dall’essere un minaccioso rivale, non tarderà a rivelarsi a sua volta per quello che è: un protettore benevolo e pronto ad approvare suo figlio per essersi realizzato come adulto.”
“Sulla benevolenza di mio padre, a dire il vero, manterrei ancora qualche riserva”, sospirò il principe. “Ma non voglio precorrere i tempi. Aspetterò di vedere come mi accoglierà al mio ritorno, e soprattutto come reagirà alla mia ingiunzione di consegnarmi le chiavi del regno… Detto questo, non ci resta che congedarci da voi, amici lettori. La dissolvenza finale è già iniziata da diversi minuti e non vorrei mai che, tra una disquisizione e l’altra, Desiderata e io perdessimo di vista l’orizzonte.”
“Quel romantico orizzonte contro cui siamo spiritosamente disposti a stagliarci nel fotogramma finale, debitamente di profilo, teneramente abbracciati l’uno all’altra.”
Adieu, dunque. Si è fatto tardi, ma il lieto fine è assicurato. Siatene lieti anche voi. E grazie a tutti per l’attenzione con cui avete seguito la nostra simbolicissima vicenda. Diffondetela a chi volete, se vi va. Cambiatene le parole a vostro piacimento, stravolgetene i dialoghi e i dettagli, moltiplicatene i pericoli e le peripezie, ma rispettatene almeno un elemento, per favore: la formula iniziale. Niente ‘C’era una volta’, per una volta, bensì ‘Una volta c’era…’.”

[Qui termina il saggio mascherato da racconto di Lucio Angelini. Come preannunciato, la quarta parte sarà costituita da un commento al testo di Tiziano Scarpa, originariamente concepito come prefazione.]

(CONTINUA)

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