di Valerio Evangelisti

Foni.jpgFabrizio Foni, Alla fiera dei mostri. Racconti pulp, orrori e arcane fantasticherie nelle riviste italiane 1899-1932, ed. Tunué, Latina, 2007, pp. 342, € 22,50.

Croce, Prezzolini e numerosi altri fondatori della cultura letteraria “ufficiale” prefascista erano convinti che all’anima italiana, per sua natura solare, non si addicesse il “romanticismo”: vale a dire quella passione per il macabro, il fantastico, l’estremo che connotava invece, a loro avviso, la diversa anima germanica e, per derivazione da questa, quella anglosassone. Questo parere continuò a pesare anche dopo che il timone della cultura fu passato in altre mani. Non a caso fu un allievo di Croce, Giovanni Gentile, a modellare il campo dell’istruzione in Italia sotto il fascismo. Né più proclive a considerare con simpatia il “romanticismo” (ormai non più chiamato così) fu, nel dopoguerra, l’impostazione culturale comunista, ferreamente dettata da Togliatti e ispirata sia a Zdanov che a certe considerazioni di Gramsci, peraltro più duttile del migliore.

Si spiegano così certe censure che colpirono, per esempio, gli Scapigliati (citati in molte storie della letteratura, ma raramente presenti nelle antologie) e, in tempi più vicini a noi, Dino Buzzati e, inizialmente, Italo Calvino. Attualmente la situazione è migliorata, sebbene alcuni recinti permangano ancora. Restano tuttavia parecchi buchi neri nella ricostruzione della storia della narrativa italiana capace di incidere nell’immaginario popolare, in forme ora letterariamente ingenue, ora raffinate. Se non fosse stato, negli anni ’70, per le trasposizioni teatrali sarcastiche operate da Paolo Poli sui testi di Carolina Invernizio, o per i saggi un po’ ironici di Umberto Eco su “il superuomo di massa” (memorabile l’Almanacco Bompiani 1972), oggi poco sapremmo della Invernizio, del rutilante Francesco Mastriani e di tanti altri. E un nostro turista in viaggio in Francia continuerebbe a restare stupito nel vedere, in una collana di classici italiani, ripubblicato per l’ennesima volta I Beati Paoli di Luigi Natoli: un “classico” che nessuno storico della letteratura, fuori della Sicilia, considera tale. Malgrado i milioni di telespettatori emozionati dalla visione de La baronessa di Carini (prima versione), ispirata alla stessa storia.

Di recente, è apparso chi cerca di colmare i buchi neri derivanti dal bando al “romanticismo”, oggi divenuto in toto, dall’ultimo avamposto dei critici post-crociani, la narrativa “di genere” nel suo assieme. Fabrizio Foni, in quest’opera di scavo, si dedica agli scrittori presenti su riviste di tipo avventuroso diffuse, prima del fascismo, in decine di migliaia di copie. Si trattava di testate oggi completamente dimenticate: Per terra e per mare, Avventure di terra e di mare, L’Oceano, Il Vascello, Il giornale illustrato dei viaggi ecc. Più la classica Domenica del Corriere (ricordo che vi lessi con gran diletto, in una collezione scovata da bambino, Arsenio Lupin contro Herlock Sholmès, di Maurice Leblanc), il Romanzo Mensile che la stessa pubblicava, la più sussiegosa Letture, ecc.
Scorrono autori dimenticati, non solo italiani; scorrono titoli pazzeschi, trame incredibili, titoli assurdi, vicende che più romantico non si può. Alla faccia di Croce e imitatori. Oltre un corredo iconografico di grande suggestione.
Si capisce meglio, leggendo questo libro, perché il “solare” popolo italiano poi accorresse a vedere al cinema, tra gli anni Sessanta e Settanta, “Le dodici fatiche di Ercole” e “Il mulino delle donne di pietra”.
Non ce l’hanno raccontata giusta, i critici letterari. Del resto basta scorrere, nel libro di Foni, i nomi dei membri italiani della Society of Psychic Reaserch (dedita allo spiritismo): da Antonio Fogazzaro in giù, e talora in su.
Italiani geneticamente alieni al “romanticismo”? La più grande cazzata che sia mai stata detta e scritta.

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