di Tito Pulsinelli

Farc.jpgDi fronte alla morsa dell’incerta ratificazione del TLC (Trattato del Libero Commercio) da parte del Congresso degli Stati Uniti e l’intervento dispiegato dal Venezuela per lo scambio di prigionieri e la pacificazione interna, la Colombia sorprende tutti ed entra nel Banco del Sur che salpa a novembre.
Lo ha dichiarato il presidente Uribe durante l’inaugurazione del gasdotto binazionale nella Guajira, primo ramo di un’arteria che proseguirà verso Panama e la costa del Pacifico in Ecuador. Alla presenza di Chavez e del presidente ecuatoriano Correa, Uribe si è visto offrire alla statale Ecopetrol la possibilità di partecipare allo sfruttamento dei giacimenti dell’Orinoco.

Sono elementi di gran rilievo che apportano solidità e credibilità alla trattativa tra il governo di Bogotà e la guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (FARC) sulla liberazione reciproca dei prigionieri.
L’iniziativa promossa da Caracas ha captato grandi consensi internazionali e locali, e potrebbe proiettarsi oltre il mero “scambio di prigionieri”. Si comincia a visualizzare la Colombia del “dopo” conflitto, quella di un nuovo patto sociale tendente a cambiare l’assetto interno, la collocazione internazionale e il profilo della sua economia.

Uribe va al Banco del Sur come un cliente importante, e lì può trovare capitali alternativi, meno cari, forniti dalle riserve nazionali delle cresciute economie di Venezuela, Argentina, Brasile, Uruguay, Ecuador, Paraguay e Bolivia.
La dinamica dell’unificazione regionale ne ha rafforzato la solidità e l’autonomia strategica: la Banca Mondiale prevede che — nonostante i gravi problema di Wall Street – crescerà del 5%. Il FMI è ora prescindibile, e comincia l’uscita dal dollaro con il rientro parziale delle riserve monetarie nazionali.
Uribe è ormai sotto pressione concentrica, su tutti i fianchi, e sa che la tenuta interna è impossibile senza trasformazioni vere. E’ giocoforza andare oltre la logica della tregua, e guardare più lontano.

Dal canto suo, le FARC che hanno fatto esplicito esplicito riferimento a una “nuova costituente”, forse sentono il vento del sud e vogliono sintonizzarsi con l’onda di quella sinistra sudamericana che si è fatta governo in molti Paesi.
D’altronde è improponibile e irripetibile quel formato del “reinserimento nella vita civile” con cui il movimento guerrigliero M19 si trasformò in Partido Patriotico e — nel giro di un triennio – vennero sterminati tutti i suoi sindaci, consiglieri e dirigenti d’ogni livello e grado.
La possibilità concreta di superare positivamente il conflitto interno deve implicare l’evoluzione delle rispettive prospettive, congelate e contrapposte, cioè la progettazione di un nuovo assetto sociale interno.
Questo, può solo passare attraverso un accordo ampio e condiviso, con il superamento dello strapotere oligarchico che secerne storicamente belligeranza permanente, profughi, e uno Stato senza una completa sovranità territoriale, con due economie e varie istituzioni armate.

E’ un momento favorevole in cui ci sono le condizioni per l’entrata della Colombia nella modernità, per la sua unificazione organica attorno a un progetto-Paese basato sull’inclusione dei grandi settori da sempre esclusi. La fine della violenza e dell’economia del crimine deve essere il preambolo di un nuovo patto sociale, capace di far scaturire la coesione indispensabile a un Paese che non può più vivere voltando le spalle all’unificazione sudamericana.
Tantomeno continuare a guardare unicamente a un mercato in recessione, blindato nella protezione dell’agricoltura, né subordinarsi a un’economia azzoppata dal dollaro debole, com’è quella attuale degli Stati Uniti.
Non può sottovalutare che il destino principale e naturale delle sue esportazioni è il confinante Venezuela.

Al blocco sudamericano sono necessari la presenza e il protagonismo
della nuova Colombia, rafforzata dalla pacificazione che genererà più equità e stabilità, quindi capace di ripensare a se stessa e attuare le trasformazioni che ha da sempre procrastinato.
Le porte del TLC, che i legislatori USA non vogliono spalancare, sta inducendo persino il possibile ritorno del Venezuela alla Comunità Andina delle Nazioni (CAN).
“Se tra un anno non avremo trasformato la CAN, allora potremmo uscire in blocco” ha detto il Presidente Correa, riferendosi a Venezuela, Ecuador e Bolivia.
Queste parole si riferiscono anche alla reticenza del Brasile a convalidare l’entrata del Venezuela nel MERCOSUR, e al ritmo ridottissimo impresso alle dinamiche unificanti del gasdotto trans-amazzonico e del Banco del Sur.

La partita dell’integrazione sudamericana è simultanea e si gioca su due tavoli, con due organismi regionali che devono entrambi evolvere al di là dei semplici patti commerciali e delle asimmetrie attualmente esistenti. Se il Brasile ostruisce l’integrazione lungo la direttrice amazzonica, riprende gran impulso la dorsale andina. Attraverso la Colombia, infatti, passerebbero le condutture del petrolio e del gas destinate a garantire l’autosufficienza energetica del blocco regionale, e raggiungere la costa del Pacifico per la rotta verso Cina, Giappone e India.

Per il momento, il saldo delle trattative tra governo e FARC è positivo: l’attenzione si è spostata dal linguaggio delle armi a quello della pace, dalla paura paralizzante alla speranza che apre i cuori e le sensibilità sul possibile divenire comune. E’ una situazione in cui qualsiasi cambiamento — anche minimo – richiede di rimettere in discussione parecchie cose.

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