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frecciabr.gifSPECIALE: SULL’11 SETTEMBRE
L’intervento di Valerio Evangelisti
L’intervento di Giuseppe Genna
L’intervento di Ward Churchill

[Questo testo è tratto da un saggio in corso di pubblicazione sul prossimo numero di Discipline filosofiche dedicato al tema del relativismo (g.d.m.)]

Perché la strage delle Due Torri è così importante nella percezione emotiva del presente mondo vitale? C’è, evidentemente, ben più che il mero dato numerico delle 2500 vittime “ufficiali”, e di altre presumibili 2-3000 vite di immigrati clandestini che erano al lavoro nelle Twin Towers, e che risultano “invisibili” persino nel computo dei morti.

Prima di rispondere alla domanda, è necessario un chiarimento sul termine “globalizzazione”. Questa parola ha la sua forza nella propria intrinseca ambiguità: nel mescolare, non sempre opportunamente, l’analisi di processi strutturali socio-economiche di lungo periodo con gli effetti percepiti di questi processi. Nel termine “globalizzazione”, insomma, va confusa la distinzione tra i fatti — i processi strutturali, che richiedono tempi adeguati per la loro valutazione — e la loro percezione che (penso soprattutto a Bauman) registra sull’immediato, e all’interno della società dell’incertezza, gli affetti di tali processi, piuttosto che attestarsi sulla presa di distanza dall’evento.
spiderttow.jpgPochi mesi dopo l’attentato Marco Revelli (1), partendo da un fulminante articolo di Andrea Bonomi (2), ha illustrato e argomentato questa tesi: la strage delle Twin Towers ha modificato la percezione del mondo globalizzato, sostituendo ad una rassicurante percezione dei processi di globalizzazione (la globalizzazione soft) una rappresentazione più problematica e priva di risposte rassicuranti (la globalizzazione hard). Una rappresentazione perturbante, ma probabilmente tanto più realistica, quanto illusoria era la precedente: con una battuta, è finita la Belle Epoque della globalizzazione. L’11 settembre è cambiata la (percezione della) struttura dello spazio globale, ed è mutata la (percezione della) relazione tra dimensione militare e dimensione civile dei conflitti: «Fino a ieri gli Stati Uniti e in generale l’Occidente guardavano alla globalizzazione con uno sguardo doppio […]: lavoravano alacremente alla trasformazione del pianeta in un unico spazio interdipendente […], ma nello stesso tempo se ne consideravano “fuori”, o meglio “sopra”, invulnerabili alle spinte distruttive che in quello spazio potevano prendere origine» (Revelli p. 39).
Indifferenza e insignificanza dei “luoghi” rispetto ai “flussi” monetari, commerciali, umani, e possibilità di sorvolare dall’alto lo spazio globale: questa percezione è stata sostituita da uno spazio “euclideo” basato sulla contiguità e sulla continuità nel quale siamo «tutti egualmente “esposti” a ciò che in quello spazio abita, […] vulnerabili “in tempo reale” ad ogni minaccia» (Revelli p. 40); e dal ritorno dei luoghi, ridiventati importanti o perché sensibili alla minaccia (si pensi agli aeroporti, ridiventati luoghi senza aver perso il carattere di non-luoghi evidenziato da Augé), o perché decisivi per lo scorrimento dei flussi — dalle vie di comunicazione (i corridoi europei) ai nodi strategici per il reperimento di materie prime (gas, petrolio).
Il secondo elemento di forte discontinuità è l’assottigliamento progressivo del confine tra conflitto civile e conflitto militare: assottigliamento che, in termini percettivi, raggiunge il grado zero. L’immagine delle due Torri crollate introduce uno sguardo antropologico su se stessi e sull’altro: «il diverso modo con cui inevitabilmente guarderemo e vivremo il nostro “stile di vita” in un habitat trasformatosi di colpo in “ambiente ostile”, intrinsecamente pericoloso» (Revelli p. 42).
Tra le conseguenze di questo mutamento, «la fine della trasparenza come valore» e «la moltiplicazione dei livelli di realtà “invisibili”»: «il primato dello sguardo e del “vedere” sembra essere la principale e più evidente vittima degli attentati di New York e Washington» (Revelli pp. 49-50). La globalizzazione soft poteva essere definita come “società dell’incertezza” (3) per l’eccesso di visibilità, «Ora l’incertezza nasce dall’esatto opposto: dall’incapacità di vedere alcunché. […] La sfida proviene da ciò che è sommerso – e l’incertezza si trasforma, senza soluzione di continuità, in paura. L’economia dell’incertezza trascolora [nella] fear economy — l'”economia della paura” dove ogni calcolo diventa incerto, ogni aspettativa una scommessa, ogni previsione un azzardo al limite dell’impossibile» (Revelli pp. 50-51).

Eppure, rileggendo Bauman alla luce delle considerazioni di Revelli, non sembra che i fattori individuati dal sociologo come responsabili del «clima di assedio della paura» abbiano perso il loro carattere strutturale. Sintetizzandoli:zybauman.jpg
a) il nuovo «disordine mondiale» che ha preso il posto dell’ordine bipolare continua a manifestarsi come imbarbarimento derivato: «l’impatto globale della metropoli odierna sulla periferia del mondo»;
b) la deregulation universale continua a produrre effetti psicologici «ben oltre la crescente schiera dei diseredati [:] pochi individui sono così potenti da essere sicuri che la loro casa, per quanto salda e resistente, non sia frequentata dallo spettro di un crollo imminente»;
c) la nuova pragmatica delle relazioni interpersonali e l’abbandono, o la «lenta ma inesorabile dispersione delle capacità/competenze sociali» non consentono la ricostruzione di quelle «reti di protezione, tessute e tutelate con mezzi propri» costituite dalle relazioni di prossimità parentale o amicale che esse stese avevano smantellato, o comunque indebolito;
d) l’incertezza radicale è l’habitat emotivo entro il quale si costituiscono l’identità e l’immagine di sé: la costruire della propria identità «con gradualità e pazienza, come si costruisce una casa – attraverso la lenta edificazione di soffitti, pavimenti, stanze, corridoi» è sostituita dal «ricominciare sempre dall’inizio», dalla continua sperimentazione e dismissione di forme il cui esito è «una identità a palinsesto» (Bauman pp. 61-65).
Se, come sembra, le due griglie interpretative sono sovrapponibili, se ne ricava la lezione che il mutamento percettivo segnalato da Revelli non sostituisce, ma si giustappone alla griglia baumaniana. L’apparente schizofrenia percettiva che ne consegue – la fluidificazione delle rappresentazioni identitari accompagnata dalla riproposizione di identità forti – è in effetti uno dei tratti caratterizzanti di una nuova dialettica paura/rassicurazione connotata al tratto prevalente della nostra età: il predominio delle passioni tristi.

È qui che, secondo me, interviene un mutamento di paradigma: la paura non è più la risposta politica alla domanda di sicurezza, ma la situazione entro la quale viene contrattato un nuovo scambio sociale. Non la fuoriuscita dall’aperto indefinito verso il rifugio rassicurante, ma il permanere indefinitamente all’interno del Villaggio Globale pervaso dall’impazzimento sociale, ossia dalla paura senza oggetto. Lo scopo dell’offerta politica diventa non la rassicurazione, ma la proposta di un oggetto sul quale riterritorializzare la propria angoscia. È evidente che in questo nuovo paradigma ogni oggetto può essere reintrodotto nello scambio sociale: la mistica del suolo e del sangue, lo Stato nazionale, le piccole patrie, i piccoli e grandi uomini forti. L’intera sfera biopolitica è soggetta ad attraversamenti, segmentazioni, limitazioni (il baratto tra sicurezza e minore libertà negli stessi stati «democratici»).
Foucault ha dimostrato come, tra l’antichità e l’età classica, il rapporto tra soggetto e verità abbia subito una radicale modifica. Nell’età antica il soggetto si percepiva inadatto, a meno di non trasformarsi in altro da sé, a ricevere la verità, e la verità era concepita come adeguata a modificare il soggetto che la coglieva; nell’età classica, invece, il soggetto si percepiva adeguato alla verità, ma la verità diveniva un compito infinito, dunque da ricercare senza fine.
Riprendendo oggi il rapporto soggetto-verità, ci accorgiamo che non solo l’oggetto della conoscenza è indefinitamente differito al soggetto, ma il soggetto stesso si percepisce come inadeguato alla conoscenza e (diversamente dal soggetto antico) non modificabile dalla verità.
Questo è lo stato del mondo disvelato dalla strage dell’11 settembre 2001.

Note

(1) Revelli, M., 2002, La seconda globalizzazione, in «Carta», n. 5, pp. 36-67
(2) Bonomi, A., 2001, Come eravamo, nella Belle Epoque, in «Corriere della Sera», 24.09.
(3) Bauman, Z., 1999, La società dell’incertezza, Mulino, Bologna, 1999.