di Luca Barbieri

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Potere Operaio

“La vicenda di Potere Operaio trova le sue origini nel discorso teorico di Quaderni Rossi, una rivista nata nel 1961 — ma in realtà era stata già pensata in precedenza — ad opera di alcuni intellettuali in prevalenza socialisti, ma anche comunisti, particolarmente attenti al fenomeno, che allora si andava compiendo, del passaggio dell’economia italiana dalla fase prevalentemente agricola a quella industriale-agricola, caratterizzata, come negli altri paesi di capitalismo maturo, dalla prevalenza del capitalismo monopolistico di Stato; e convinti della necessità per il movimento operaio di modificare profondamente, di conseguenza, la propria strategia […] La critica nei confronti della linea politica delle organizzazioni storiche del movimento operaio e la convinzione della necessità di una nuova strategia tengono uniti per qualche tempo coloro che hanno dato vita alla rivista, ma a un certo punto — è l’estate del 1963 — sorgono e si sviluppano motivi rilevanti di divisione.

All’interno dell’esperienza dei Quaderni Rossi nasce l’ipotesi di una sperimentazione immediata del processo rivoluzionario, nel convincimento che sia già possibile procedere concretamente a una prima organizzazione autonoma dell”anarchia operaia’ sulle linee elaborate dalla rivista. Avviene così una divisione (che ha anche motivazioni teoriche) fra coloro che credono a tale ipotesi e chi invece ritiene necessario, per l’inesistenza di qualsiasi organizzazione politica adeguata e per la difficoltà di costruirla a breve scadenza, un ancora lungo periodo di preparazione. Sono in sostanza ‘interventisti’ (Tronti, Asor Rosa, Negri) che escono dalla redazione e che danno vita, a partire dal 1964, a Classe Operaia; e nei Quaderni Rossi, rimasti in mano ai ‘sociologi’, nel 1966 avverrà l’ultima rottura con la fuoriuscita di un gruppo che dà vita al ‘Potere Operaio’ di Pisa e Massa.” (6)

Una vicenda insomma molto disomogenea. Potere operaio, chiamato anche PotOp o PO, è formato da piccoli gruppi locali che si riconoscono e riuniscono in un’unica rivista. Una storia che si perde per mille rivoli, in peculiarità geografiche e storiche. Carattere principale è quello di unire una serie di intellettuali che sperimenteranno poi, come al Petrolchimico di Porto Marghera, le proprie analisi teoriche sul campo. Un’opera che vale loro il titolo di “operaisti”. L’ala veneta del gruppo risale al 1961 tra Padova e Venezia. Il gruppo, come abbiamo visto, ha dato vita alla rivista Progresso Veneto. Un’esperienza che si collega a quella sopraccitata dei Quaderni Rossi, e poi dà vita a Classe Operaia e, a livello locale, a Potere Operaio — redazione veneta di Classe Operaia.

A livello nazionale, in Classe Operaia si profilano, fin dai primi numeri, le due diverse “autonomie” — l’autonomia del politico, via via elaborata da Tronti e fatta propria dal gruppo che più tardi rientrerà nei partiti storici del movimento operaio, e l’autonomia operaia, teorizzata soprattutto da Negri e dalla maggior parte del gruppo veneto, con una crescente prevalenza della prima nell’ambito della rivista e una sostanziale egemonia della seconda nella pratica di chi faceva politica davanti alle fabbriche. Sicché, se la fine del 1966 vede il contrasto fra Tronti e Asor Rosa da una parte e Negri dall’altra, e se nel 1967 Classe Operaia cessa, come s’è detto, le pubblicazioni, il gruppo veneto continua il lavoro davanti alla fabbrica, trasformando il volantino citato nel giornale “Potere operaio — giornale politico degli operai di Porto Marghera”. Il gruppo, oltre che adesioni nel Veneto, trova ben presto — anche per la redazione del giornale — collegamenti operativi con un analogo gruppo sorto in Emilia, essenzialmente nelle città di Bologna, Modena e Ferrara (7).

Ma Potere operaio pur tentando, come gli altri gruppi della sinistra extraparlamentare, di darsi una struttura nazionale vive delle vicende autonome dei singoli gruppi. Anche la sua distribuzione geografica è altamente insoddisfacente. PotOp vivrà tra continue scissioni (il gruppo pisano di Potere Operaio con Adriano Sofri ad esempio darà vita a Lotta continua) e tentativi di aggregazione con altre formazioni (tentata più volte quella con il gruppo de Il Manifesto), di collaborazioni estemporanee e convergenze con altri gruppi e gruppuscoli (come i Gap di Giangiacomo Feltrinelli).
Secondo Palombarini «il gruppo unisce i militanti del Potere operaio veneto-emiliano (con Antonio Negri, Emilio Vesce e Guido Bianchini: quest’ultimo continua a rappresentare in particolare i militanti di Modena, Ferrara e Bologna), uno spezzone del movimento studentesco romano facente capo a Franco Piperno e Oreste Scalzone, militanti lombardi (Sergio Bologna, Ferruccio Gambino, Giairo Daghini) e piemontesi (Alberto Magnaghi)».
La rivista Potere Operaio, voce ufficiale del movimento, nasce il 18 settembre del 1969 (l’inizio dell’autunno caldo) e muore, assieme al gruppo, nel giugno del 1973 (gruppi locali sopravvissero fino all’estate successiva). Punto decisivo della crisi il convegno di Rosolina il 28 maggio del 1973, che segna la rottura del movimento. Il mito sempre inseguito della costruzione del “partito” contrapposto agli enormi problemi organizzativi che facevano dubitare della possibilità di poter concretamente perseguire l’obbiettivo, ha portato Potere operaio allo scioglimento per la convinzione di molti suoi esponenti della necessità di trovare altre forme organizzative della autonomia operaia.

PO fu innanzitutto un gruppo politico nato nelle fabbriche e nelle università tutto teso a valorizzare la centralità politica di una figura di operaio, l’operaio-massa, che in quegli anni, tra il 1968 e il 1970 si era reso protagonista di lotte dure e generalizzate; e quella figura ideologicizzò sulla base di una rilettura dei classici del marxismo, dal Marx dei Grundrisse al Lenin del 1905.Ed è nell’ambito di queste analisi che via via, con rovesciamenti improvvisi (proprio nei confronti dell’Autonomia operaia vi furono atteggiamenti diversi), con divergenze interne (la linea di Negri si distinse ben presto da quella di Piperno) e con un distacco crescente da talune nuove realtà operaie (l’incomprensione dei delegati fu sintomatica a tale proposito), una parte dei suoi dirigenti ritenne maturo uno scontro diretto contro lo Stato, teorizzando la via dell’insurrezione armata e nella pratica dando vita, da un certo momento in poi, a forme invero artigianali di livelli clandestini, cercando contatti con quelle forze che, a sinistra, si erano poste o dicevano di essersi poste sulla via della rivoluzione (8).

Le attività dei suoi singoli esponenti, dopo lo scioglimento del gruppo, continueranno travasandosi in parte in altri gruppi, alcuni nell’esperienze dell’autonomia altri riconfluendo nel sindacato. Altri, non entreranno più in nessuna formazione politica terminando così la stagione del proprio impegno politico. Per alcuni, si può dire che la storia del movimento, del tentativo di conciliare i temi dell’autonomia operaia con una struttura tutto sommato classica, si concluda qui. Come ricorda Lanzardo:

Ho vissuto molto intensamente la fase di storia di 15 anni che inizia con le lotte del triennio 1960-62 e si conclude nel ’74 con il recupero dell’egemonia politica da parte del PCI sull’insieme del movimento di classe. E come tutti quelli che hanno militato alla sinistra del PCI, ho fondato la mia ricerca di identità politico-sociale, cioè il mio ruolo nella lotta di classe, sulla ipotesi-osservazione diretta della “autonomia operaia” intesa come autonomia della lotta di ampi strati di classe non solo dal comando capitalistico, ma anche dalle tradizioni del Movimento operaio, dalla cultura dominante, dalla politica partitica; in alternativa, cioè, alla pratica che faceva coincidere gli interessi della classe operaia con la linea delle organizzazioni del Movimento operaio (PCI, PSI, CGIL) (9).

Ma non per tutti la fine di Potere operaio è la fine della lotta.

(6) G.Palombarini, 7 aprile: il processo e la storia, Venezia, Arsenale Cooperativa Editrice, 1982, pp. 40-42.
(7) Ivi, p. 45.
(8) Ivi, p. 51.
(9) D.Lanzardo, La rivolta di Piazza Statuto, Milano, Feltrinelli, 1979, p. 5.

(3-CONTINUA)