kirchnerchavez.jpgdi Tito Pulsinelli
(da www.selvas.org)>

[L’autore dell’articolo ci invita a precisare che il testo è del 2004, e che alcune valutazioni in esso contenute, a distanza di tre anni, andrebbero riviste – con particolare riguardo per la posizione del presidente Lula, che oggi pare voler fare del Brasile una potenza sub-imperiale, con un rapporto diretto con gli Stati Uniti. Per non parlare dei cambiamenti profondi intervenuti in Bolivia ed Ecuador.] (V.E.)

Le maestose cascate di Iguazu – laddove combaciano le frontiere tra l’Argentina, Brasile e Paraguay- sono state lo scenario di un evento geopolitico di rilevante proiezione a breve termine.
Il Venezuela è entrato nel polo del Mercato del sur (Mercosur), area economica imperniata attorno alla nona economia del mondo —il Brasile- cui fanno capo l’Argentina, Uruguay e Paraguay, con Cile e Bolivia come membri associati.
Ha destato scalpore che anche il Messico abbia inoltrato la richiesta per associarsi a questo più che incipiente blocco sudamericano. Ad Iguazu erano presenti —per la prima volta- delegazioni della Cina e Singapore per seguire da vicino questo vertice che ha impresso un’accelerazione significativa al consolidamento del blocco del sud, che adesso può contare anche sul decisivo apporto energetico e di materie prime del Venezuela.

E’ stato firmato un accordo tra Argentina e Venezuela in materia energetica che prevede la costituzione di una compagnia petrolifera inter-statale (Petrosur) aperta agli altri paesi della regione, concepita come uno strumento di autonomia energetica rispetto alle multinazionali del nord; e un convegno tra i due canali televisivi statali che deve sfociare in un network sudamericano. La nuova flotta di petroliere sarà costruita nei cantieri navali argentini.
Appare con tutta evidenza che l’ALCA è effettivamente tramontata un decennio dopo il suo spettacolare lancio pubblicitario. Il modello di integrazione proposto dagli Stati Uniti è caduto nel vuoto perchè è stato recepito come uno strumento di annessione non solamente dei mercati, ma dell’intero spazio sociale continentale. Nella sua parte meridionale, si è progressivamente rafforzatato un fulcro di aggregazione economica di ragguardevole statura, trovando nel Mercosur il veicolo più idoneo per costituire una prima alternativa all’ALCA.
Il passo in avanti dato dal Venezuela segna inevitabilmente anche il destino della Comunità Andina di Nazioni (CAN), condannata così a confluire nel Mercosur o a scomparire. A poco serviranno le resistenze colombiane ora che Venezuela e Bolivia sono parte attiva del Mercosur.
Si riconferma l’aspetto vieppiù velleitario dell’attuale dottrina imperiale unipolare. La superiorità nelle arti marziali ottenuta con investimenti statali senza precedenti nel complesso militar-industriale —cioè indebitamento- si dimostra agevolmente sufficiente nella conquista degli spazi geografici, ma si impantana nella fase in cui -per consolidare l’acquisizione- bisogna catturare la mente e il cuore delle società invase.

Il nuovo slancio geo-politico
L’occupazione coloniale dell’Iraq ci dice che gli Stati Uniti, quando tirano troppo la coperta sul Medioriente lasciano scoperti i piedi, ossia il “cortile” di casa.
Questo è l’attuale rapporto di forza, che rende possibile l’esistenza di governi recalcitranti in misura variabile verso l’ortodossia neoliberista e, contemporaneamente, il protagonismo crescente dei movimenti sociali dei cossiddetti “senza”: senza lavoro, senza terra, senza casa, senza cibo, senza istruzione e senza diritti. Il 70% dei lavoratori latinoamericani gravitano nell’economia informale: la flessibilizzazione è al top, più di così si muore.
L’unipolarismo del clan fodamentalista attualmente ai vertici degli Stati Uniti è un estremismo che erroneamente fa della superiorità militare —e dell’accaparramento delle risorse energetiche- l’elemento decisivo nella contesa per l’egemonismo assoluto con il blocco europeo e asiatico.
Se prendiamo in considerazione il BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) e il mondo arabo, non è difficile convincersi che il mondo è una realtà multipolare.
L’altro dato che emerge da Iguazu è la ripresa dell’iniziativa globale e la capacità di elaborazione geo-politica nell’America meridionale, che si è ulteriormente incrementata dopo il fallimento inoccultabile delle ultime adunanze dell’OMC e le resistenze che sta incontrando l’FMI in Argentina.
Ad Iguazu ha preso forma e vita un soggetto socio-economico che ha come principio guida la priorità della coperazione sud-sud, tanto che Cina, India e Sudafrica sono riferimenti concreti, punti nodali per riequilibare gli scambi commerciali con il nord “sviluppato”, e per trattare da posizioni di maggior forza -cioè come blocco- con la nuova istituzionalità della globalizzazione: FMI, OMC, Banca Mondiale e Pentagono, e con le stessa ONU.
Il Sudamerica è strutturato attorno alla catena delle Ande, autentica colonna vertebrale geopolitica: chi la controlla militarmente, controlla la regione. L’impero spagnolo si sgretolò dopo che la scintilla insurrezionale che Bolivar fece scoccare a Caracas si propagò a Bogotà, Quito, poi la Bolivia, fino all’estremo sud peruviano. Le Ande sono il punto nevralgico, ed anche oggi rappresentano uno spartiacque tra la zona integrazionista e quella ad automatico allineamento con l’impero.

La dorsale armata
Nel settore andino del Pacifico -Colombia, Ecuador, Bolivia, Perù e Cile- gli Stati Uniti stanno cercando di far sopravvivere l’ALCA sotto la forma di trattati bilaterali di libero commercio.
I governi di Santiago del Cile, Lima , Quito e Bogotà hanno mostrato ampia disponibilità, così come la volontà di mantenere ad ogni costo in vigore l’oltranzismo liberista.
Il Pentagono, per controbilanciare il crescente autonomismo integrazionista o l’aperto antimperialismo dell’altro versante andino, ha predisposto due roccaforti blindate, politicamente incondizionali e militarmente poderose.
La Colombia ha subordinato le proprie forze armate al Comando sud degli Stati Uniti. Non vi è alcun dubbio che l’oligarchia colombiana che è stata capace di schierarsi dalla parte degli inglesi durante la guerra delle Malvine, oggi è disponibile ad aggredire il Venezuela, prestando il proprio territorio confinante e i “paramilitares” riciclati -dopo l’imminente amnistia- in “contrattisti”.
La disponibilità di Uribe ad una riedizione aggiornata del copione collaudato contro i sandinisti va di pari passo con la repressione interna, che si è concretizzata in due milioni di sfollati dalle zone rurali, fenomeno caratterizzato dall’ONU come “catastrofe umanitaria”.
La destra colombiana si spingerebbe volentieri oltre, ma la precaria situazione interna di virtuale dualità del potere rende impossibile qualsiasi aggressione militare esterna. Rischierebbero di perdere la capitale, e la zona centrale potrebbe cadere nelle mani delle guerriglie.
Il Pentagono vuole usare la Colombia come retroguardia per esportare il terrorismo dei “paramilitares” e fomentare la conformazione di un enclave petrolifero costituito dai territori dei due lati della frontiera. Ritagliare un nuovo Panama che contenga il petrolio del lago di Maracaibo e del Santander.
L’altro bastione del Pentagono è il Cile, provato con una trentennale fedeltà firmata da Pinochet con il sangue dei massacrati, con cui si tenne a battesimo il nascente neoliberismo. Il recente riarmamento dell’esercito con tenologia avanzata, e l’aumento del raggio d’azione dell’aviazione cilena dotata di F16, sottolineano il suo ruolo di gendarme regionale del Cono sud.
Sono noti i contrasti storici esistenti tra la Bolivia e il Cile, e meno noto il recente schieramento di truppe cilene lungo la frontiera, come forma di pressione dissuasiva sul governo di La Paz.
Non si tratta affatto di anacronistici contrasti retaggio di un remoto passato ma, tanto per variare, di ragguardevoli giacimenti gasiferi, e quale rotta debbono prendere i gasodotti: verso il Cile o verso il Perù.
C’è di mezzo un referendum in cui i boliviani a breve decideranno la validità della svendita firmata a favore delle multinazionali e l’auspicata nazionalizzazione dell’idrocarburo.
Pochi dubitano che gli Stati Uniti useranno le forze armate cilene nel caso in cui il movimento sociale boliviano manterrà il gas fuori della loro portata e delle loro industrie.
Tra le due roccaforti imperiali agli estremi delle Ande, si staglia l’esplosiva situazione dell’Ecuador e della Bolivia, agitati da movimenti che hanno imposto la fuga di vari Presidenti, e che sono alla ricerca della capacità di sedimentare una coalizione sociale -e un programma politico- in grado di sottrarre almeno il potere politico alle oligarchie vassalle dell’impero.
In questi due teatri di operazione si gioca la possibilità reale di controllare compiutamente le Ande e far sì che possa controbilanciare le spinte centrifughe regionali.
La situazione più critica, dove la posta in gioco è più alta perchè le priorità del Pentagono sono assolute, è quella della Bolivia. Con l’andazzo iraqeno e la piega che hanno preso gli avvenimenti in Venezuela, la geopolitica imperiale dell’idrocarburo non può permettersi di perdere il controllo di un paese come la Bolivia che, letteralmente, galleggia sopra un mare di gas.
L’altro cuneo di discontinuità è il movimento ecuadoriano che si è sottratto all’abbraccio vampiresco di Lucio Gutierrez. La partita è aperta, ora si trova nella fase di ricollocazione strategica ed accumulazione delle forze, alla vigilia di una nuova offensiva, indispensabile in un paese dove gli emigrati sono i primi generatori del reddito nazionale.

Terreno fertile per le alleanze
Il vento del cambiamento che soffia nel sud , si rafforzerà in Uruguay dove la sinistra del Frente Amplio è sul punto di vincere le elezioni presidenziali; e lambisce persino l’altipiano azteca, dove fanno carte (giudiziarie) false per tentare di tagliare le ali a Lopez Obrador e stopparlo nella corsa presidenziale.
Non sono certo da sopravalutare le possibilità di manovra dei governi in una regione dove — più che altrove – il potere politico è subordinato ai poteri finanziari autoctoni ed internazionali. Il debito estero è un nodo scorsoio che regola la quantità di ossigeno che l’usuraio lascia pervenire alle economie vittime: quel poco che basta per non tirare le cuoia e continuare a pagare.
Giova ricordare il destino riservato al Perù dopo che il Presidente Alan Garcia dichiarò coraggiosamente la moratoria sul debito estero: strangolamento economico e sopravvento della dittatura liberista di Fujimori. Non è possibile scontrarsi solitariamente con l’FMI.
La sostanziale sospensione del rimborso del debito praticata negli ultimi due anni dall’Argentina, si regge sull’esplosione sociale di una società disintegrata dalla bancarotta neoliberista, nel momento in cui confiscavano persino i risparmi delle classi medie urbane.
Il “consenso di Brasilia” firmato dal Brasile ed Argentina è il primo tentativo di porre dei paletti all’FMI, subordinando il pagamento del debito ad una crescita minima dell’economia. Se non aumenta il PIL è impossibile pagare, e bisogna destinare le risorse agli investimenti produttivi e alla spesa sociale.
Isolatamente è impossibile scontrarsi frontalmente con l’FMI e gli azionisti di maggioranza del G7. Il blocco sudamericano, paradossalmente, ha nelle sue mani una formidabile arma di distruzione di massa: concentra una quota massiccia del debito estero.
Solo con una maggiore integrazione nelle politiche commerciali, economiche, sociali e militari può negoziare con successo con i poteri forti del mondo, e giocare una scommessa vitale. Tra il debitore isolato inadempiente e l’usuraio, il problema è tutto del debitore. La cosa cambia quando un club di debitori recalcitranti riesce ad imporre delle condizioni, solo allora diventa un problema dell’usurario.
Gli imperi cominciano a collassare quando scoppiano crisi incontrallabili alla loro periferia. L’impantanamento militare in Afganistan ed Iraq è solare.
L’elegante signore designato Presidente non va oltre le funzioni di sindaco della capitale del non-Stato afgano, alle cui porte comincia il regno fiorente dei clan che quest’anno hanno avuto un raccolto record di oppio. Slittano a data da destinarsi le elezioni e/o un loro surrogato.
In Iraq è sbarcato il nuovo plenipotenziario Negroponte con una dote di ben 186 miliardi di dollari. Costui è un veterano del gioco duro che si è fatto le ossa in Centroamerica, nell’epoca dorata degli squadroni della morte e di ufficiali adusi alla filosofia della terra bruciata.
Riuscirà Negroponte a riattivare celermente l’industria petrolifera e far implodere l’OPEC? Potrà smembrare l’Iraq in tre staterelli (kurdo, sciita e sunnita) senza che “scendano in campo” i turchi, gli iraniani e i siriani? Per ora, l’unica cosa certa è che l’applicazione della “terapia polacca” per una rapida privatizzazione della società iraqena ha generato il caos: manca l’acqua potabile e l’elettricità.

Scuse e accuse preventive
Nella periferia continentale, gli Stati Uniti stentano a fare una lettura corretta del nuovo panorama che si è delineato. Il generale Hill, capo del Comando sud, segnala come “minaccia emergente” il cambio della relazione di forza determinato dai nuovi movimenti, e l’intreccio di queste formidabili reti sociali con i governi regionali non allineati.
Il nuovo nemico si chiama “populismo radicale”, e il generale si spinge a includervi anche le critiche alla “validità delle riforme neoliberali” contenute nel “consenso di Brasilia” firmato da Lula e Kirchner nel 2003.
Il Pentagono ribadisce le tradizionali “minacce emisferiche” rappresentate dal narcotraffico e dalla guerriglia, aggiungendovi il “populismo radicale”, in uno sforzo di omologazione ed assimilazione assai superficiale e sospetto.
La responsabilità del fenomono ricadrebbe su “alcuni dirigenti” che in America Latina “sfruttano le frustrazioni causate dalla disuguaglianza sociale ed economica per rafforzare le loro posizioni radicali ed alimentare sentimenti anti-USA”.
Il nuovo vento del sud, il vertice di Iguazu e la prorompente forza delle reti sociali continentali, è qualcosa di più e di diverso da una fenomonolgia collaterale al narcotraffico. La corrente integrazionista che si propaga lungo l’asse Caracas-Brasilia-Buenos Aires difficilmente può essere ridotta all’eccessivo e scorretto protagonismo di “alcuni dirigenti” o a una specie di nuovo “cartello di Medellin” sociale.
Questa analisi della sociologia militare pentagonica è un abbaglio che confonde la causa con l’effetto, perchè rifiuta pervicacemente di ammettere che il “problema” reale insorge quando la “gente comune comincia ad utilizzare nuovi metodi per difendere i propri interessi” (J.Auyero).
I leader sono una semplice conseguenza. Sarebbe impossibile, infatti, che Kirchner si comportasse come Menem o De La Rua senza imbattersi nell’ingovernabilità, o che applicasse qualche variante formale delle ricette di Cavallo senza andare incontro irrimediabilmente a nuove esplosioni sociali.
Gli spazi di manovra dei governi del “populismo radicale” sono quegli stessi creati dall’offensiva continentale dei movimenti anti-liberisti, il problema è che sappiano – e vogliano – utilizzarli con efficacia e determinazione.
Gli infortuni del generale Hill sono propri di chi si dibatte nel dilemma di un dominio che ha cessato di essere egemonia globale, capace di conservare il vantaggio strategico nei quattro continenti e di combatere vittoriosamente due guerre simultanee in due continenti diversi. Un conto è la dottrina enunciata da Rumsfeld altro è la realtà. Una cosa il dominio militare, altro l’egemonia globale.

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