di Giuseppe Genna

pamelaanderson.jpgNonostante sia legittimo che non freghi a nessuno, Pamela Anderson è una mia ossesione, lo giuro. Emersa nel momento giusto per lei ma sbagliato per me, questa nutrice globale che ha fatto del seno un’icona (anzi: due), di potenza tale da superare ogni felliniana predilezione, ha avuto un effetto devastante sulla mia vita intima e credo sia tuttora una delle cause scatenanti del perenne stato di single in cui verso. A quei tempi, cioè l’era di Baywatch, il serial tv più inutile della storia (a parte Una pupa in libreria, protagonista la medesima Pamela), in quell’epoca di lucori epidermici e di superseni lucidi come se qualcuno ci avesse passato sopra il Fabello, i miei amici erano ipnotizzati dai suoi mitologici airbag carnosi, irriverenti, tridimensionali, quasi pronti a pressare lo schermo e a spaccarlo. Sorvolo sulla qualità umana dei miei amici di quell’epoca, ma è un fatto che quelle protesi naturali incantavano mezzo mondo e scatenavano l’invidia dell’altra metà.

Lo scrivente, ai tempi, come del resto tuttora, era vittima di una tipologia androgina, polarmente opposta alla burrosa carnosità di questa Valeria Marini plasticata e sberluccicante, il cui sorriso esigeva occhiali filtranti antiradiazione. Avvilito dall’entusiasmo dei miei intimi per Pamela, versai in una solitudine nerissima. Cercavo un ideale di donna che sfiorava l’efebico ed ero nato fuori tempo massimo e nel Paese sbagliato. Carico di spiegabile astio, osservai attentamente le evoluzioni dei primi quarant’anni di questo fantasma mediatico, di questo ammasso di carne che nessuno aveva testimonialmente toccato. Astio che trovò adeguati sfoghi: Pamela Anderson ottenne il prestigioso riconoscimento dei Razzie Awards per il peggior esordio cinematografico, grazie a un capolavoro che supera le categorie di trash e camp, Barb Wire del 1996. La sua vita professionale mi stimolava a un’esercizio di sadismo voyeuristico. Speravo che la leggenda metropolitana del seno siliconato esploso a bordo di un boeing colpisse anche lei. Quest’aspettativa poteva benissimo non essere soddisfatta: bastava scrutare l’ottovolante della sua vita sentimentale, per trarre soddisfazione, mentre la mia androgina, che appassionatamente ricerco ponendomi nello spettro che va dall’idealizzazione romantica all’idiozia pura, non si appalesava. Il mio astio perseguitava Pamela Anderson: la diva si imponeva una vita erotica agitata quanto quella sentimentale — disastrosamente agitata. Con Bret Michaels dei Poison è andata malissimo, con Tommy Lee dei Motley Creu anche peggio. Sia a Tommy sia a Pamela piacevano molto i tatuaggi e decisero di farsene un tot, scambiandosi l’ago. Risultato: Pamela contrasse l’epatite C, e per di più si lasciò con Tommy. Va detto che a questo punto la Anderson aveva toccato l’ipogeo dello spettacolo: sia con Bret sia con Tommy, epatite C a parte, girò film porno dilettanteschi. Non si hanno notizie di Razzie Awards per pessimi esordi nel cinema a luci rosse. Poi, di colpo, un classico: si è fatta vegetariana. Non sembra avvizzirsi Pamela: ai Golden Globe è apparsa in splendida forma, dentuta e popputa per il mio disdoro. Non si vergogna a dichiararsi single, ed è destino che io abbia qualcosa in comune con lei. Non i due figli splendidi che io non ho (va detto che non ne sono il padre). Ho fatto pace con la sua icona: la mia androgina non arriverà mai, io continuerò a restare un idiota romantico che disdegna i seni prorompenti, e la colpa (devo ammettere) non è di Pamela Anderson. Auguri quindi alla Gradisca hollywoodiana!

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