trentin.jpgdi Nique La Police

[Dopo la sincera ma sconcertante, in quanto univoca e per nulla critica, intervista-coccodrillo rilasciata al Tg1 dal presidente della Camera, Fausto Bertinotti, a pochi giorni dalla morte di Bruno Trentin, cogliamo l’occasione per presentare un intervento segnalato da un amico di Carmilla, riprendendolo dal sito Senza Soste, periodico di (contro)informazione che vi invitiamo caldamente a visitare. gg]

Quando qualche storico, di quelli mossi da curiosità d’analisi e non dalle retoriche istituzionali, si occuperà delle vicende del sindacalismo italiano si imbatterà sicuramente nell’unico ricordo in memoria di Luciano Lama ad un anno dalla morte. Bene, nel 1997, dodici mesi dopo la sua scomparsa ,quello che era stato un potente segretario della Cgil era ormai caduto nell’oblio salvo che per una persona: Giovanni Agnelli che gli dedicò una pagina intera sul Sole 24 ore. Questo documento rappresenta, se lo si vuol analizzare con senso della curiosità e senza nemmeno troppo coraggio analitico, il sentimento di gratitudine del padronato italiano nei confronti del sindacalismo della sinistra storica per il contributo dato nel contenimento del radicalismo operaio degli anni ’70.

Appena il 20 agosto Pietro Ichino ricordava sulle pagine del Corriere della Sera l’importanza di Luciano Lama e di Bruno Trentin nella storia del giuslavorismo di destra italiano. All’introduzione del salario differito per i neoassunti alla metà degli anni ’70, ricorda Ichino, spetta il ruolo di pietra miliare delle politiche di precarizzazione del lavoro che sono arrivate fino ai giorni nostri e si candidano a soggiornare a lungo in questo paese. Il ruolo storico di Trentin come convinto sostenitore di queste politiche, in un commento scritto tre giorni prima della scomparsa, assume ora il senso del necrologio scritto con la lucidità che anticipa il clamore della retorica da funerale.
La pagina dedicata da il Manifesto a Trentin dopo la notizia della morte è invece tutta interna all’agiografia di routine che si usa per la scomparsa di un dirigente sindacale della sinistra.
E qui bisogna sgomberare il campo da un equivoco, non piccolo nella storia politica italiana: Bruno Trentin, come tanti altri, è stato uno storico dirigente della sinistra sindacale italiana che ha vissuto questo ruolo come infiltrato nel movimento operaio. Non inganni la capacità di Trentin di stare nelle assemblee operaie, calandosi in maniche di camicia in continuità simbolica ed estetica con l’operaio in sciopero e in tuta da lavoro: la storia parla in un altro modo.
Un aneddoto sul combattente Trentin vale per tutti: all’inizio del luglio 1969, alla vigilia dell’autunno caldo, al congresso nazionale della CGIL, già allora importante dirigente sindacale, si scagliò contro l’ipotesi degli aumenti di stipendio e dei trattamenti pensionistici uguali per tutti. Non pochi giorni ma poche ore dopo scoppiò la rivolta operaia di Corso Traiano a Torino la più clamorosa del dopoguerra che, ovviamente, aveva come programma spontaneo proprio gli aumenti di stipendio e i trattamenti pensionistici uguali per tutti. La linea di combattimento di Trentin era quindi chiara fin dalle prime lingue di fiamma dell’autunno caldo: infiltrarsi a partire dai consigli per contenere il salario operaio, neutralizzare il sindacalismo di base, difendere le compatibilità con il capitalismo. Del resto già da un anno si era mossa la diplomazia tra Dc e Pci che sarebbe sfociata nel compromesso storico e il comportamento spontaneo di Trentin non lascia dubbi sul suo collocamento all’epoca.
L’autunno caldo e la vittoria contrattuale che seguirono a quella rivolta, assieme alla costituzione dei consigli di fabbrica, segnarono quindi l’esigenza di una risposta da destra del movimento sindacale italiano. Erano in pericolo la stessa stabilità dell’economia capitalistica, del potere aziendale e sindacale nelle fabbriche che nelle analisi di Trentin sul neocapitalismo italiano visti non assumevano tanto le vesti di problema ma di soluzione politica e tecno-economica verso quella che la retorica positivista della sinistra storica chiamava e chiama “modernizzazione del paese”.
Che questa retorica, che garantiva un potere reale di apparato alla Cgil e al Pci, arrivasse fino alla stessa liquidazione della classe operaia Trentin e Lama dal crinale degli anni ’70 non l’avevano intuito. Ma combatterono strenuamente contro la democrazia sindacale dal basso, per la difesa della forma impresa capitalistica proprio quando questa poteva essere debellata. E combatterono contro il salario, in una lotta per i “sacrifici per lo sviluppo” che oltre trent’anni dopo va vista come l’inizio del più spettacolare rovesciamento in negativo del rapporto tra salario e profitti, tra diritti e coercizione della storia d’Italia. E se oggi si fa l’analisi del discorso di un Veltroni o di un Bertinotti non si puo’ non notare come, al di là delle differenti tattiche politiche, le retoriche utilizzate abbiano una nuda comune origine nel patrimonio lessicale costruito in quegli anni dai Lama e dai Trentin adesso appena rivestito dalle acquisizioni linguistiche dei decenni successivi.
Le ultime battaglie Trentin le ha combattute con la coerenza di sempre: contro il salario, contro i diritti a favore dell’accumulazione capitalistica e da infiltrato. Operazione riuscita come sempre in nome dell’ “unità a sinistra”, semplicistica formuletta che funziona ancora oggi per tenere imbrigliate le spinte egualitarie, e per conto delle istituzioni che devono a loro volta interpretare le esigenze di accumulazione dell’impresa. La firma apposta sulla liquidazione della scala mobile del ’92, meccanismo che adeguava automaticamente il salario all’aumento del costo della vita, e l’accordo del luglio del ’93 sulla concertazione assumono il segno del coronamento di un compito storico assegnato dalla musa della compatibilità.
Infatti, ancora il Sole 24 ore, sempre riconoscente con i “suoi” dirigenti sindacali, pochi anni dopo definiva l’accordo di luglio ’93 letteralmente come il deus ex machina che permetteva di tagliare i salari progressivamente nonostante l’aumento del costo della vita. Si trattava del contrario della scala mobile imposta dalle lotte operaie. Si capisce che per la generazione dei Trentin siamo di fronte al compimento di un progetto di una vita di combattimento: rovesciare gli effetti ultradecennali dell’autunno caldo sulla struttura del salario e delle protezioni sociali a favore dell’impresa per avere come contropartita il ritorno del pieno potere politico-sindacale nelle mani delle elites. Per chiudere definitivamente il cerchio si trattò all’epoca di affrontare la piazza. Nel settembre del ’92 con la solita tattica da infiltrato Trentin, mentre nelle segreterie difendeva strenuamente la liquidazione della scala mobile, dette il via alle manifestazioni di piazza contro il governo Amato proprio sulla scala mobile un po’ per alleggerirsi a sinistra un po’ per far vedere all’esecutivo che la dirigenza sindacale si accordava ma era forte, sapeva controllare gli operai, e doveva quindi essere un invitato importante al tavolo delle compatibilità.
La rappresentazione scenica però quella volta non andò così bene: alla prima uscita di piazza Bruno Trentin si prese subito un cazzotto in faccia a Firenze, proprio da un iscritto alla Cgil inferocito, e fu contestato al comizio in Piazza Santa Croce.
Naturalmente questo genere di rappresentazione scenica tiene benissimo oggi dove la retorica dell’unità a sinistra assume i caratteri del terrorismo psicologico alimentati dal feticismo della governabilità e quindi dalla rendita reale di potere dei cartelli elettorali della “sinistra”. Il manifesto, ricordando il sindacalista scomparso, pubblica una foto dove la didascalia recita “Trentin alle manifestazioni del ’92 CONTRO IL GOVERNO”. Ecco che la per niente riuscita rappresentazione scenica di allora, che sarebbe ovviamente sfociata in un accordo di neutralizzazione dei contratti di pochi mesi dopo con grande soddisfazione della CGIL, diventa verità storica di oggi pronta per essere venduta alle prossime generazioni come nella retorica spicciola della sinistra “unita” di oggi.
Ma quelli del ’92 erano gli ultimi fuochi del movimento operaio: Trentin potè andare in pensione a progetto compiuto. Dedicherà gli ultimi anni della sua vita a dei libri in difesa dell’etica e dell’antropologia del lavoro. Basterebbe leggerli per rendersi conto di quanto sia improprio definire Trentin “intellettuale marxista”: mentre il Marx il lavoro è un’astrazione concettuale che serve come dispositivo di governo dei viventi messi a produzione in autori come Trentin è una costante antropologica da difendere a prescindere dalla sue possibilità tecnologiche e sociali di estinzione.
Su Trentin il giudizio storico può quindi oscillare tra la categoria di nemico del popolo o quella di infiltrato. Mentre la prima ha ancora troppo il sapore dell’inquisizione autoritaria, e non quella dello spontaneo giudizio popolare, la seconda rende “merito” ad una vita spesa per praticare politiche di destra usando un lessico di sinistra proprio per sterilizzare le masse tanto invocate nei discorsi ufficiali quanto temute dalla casta sindacale nel loro desiderio reale di egualitarismo .
Il fatto che oggi la governamentalità sia in mano agli esangui epigoni dei Lama e dei Trentin, i Bertinotti come i Giordano o i Diliberto, impone questa severità nel giudizio storico proprio a monito per il futuro.
Perchè la lotta dei Lama e dei Trentin contro gli anni ’70 italiani rappresenta la coerente continuazione della battaglia condotta nel ’36 in Spagna dalle forze della conservazione del movimento operaio ufficiale contro il Poum e la Cnt: quella contro i tentativi di uscita a sinistra dalle aporie del movimento operaio del ‘900. Una battaglia che, parafrasando Marx, ha condotto alla rovina di una classe sola e della quale la destra del movimento operaio ne porta la resposabilità epocale.
L’augurio è quindi quello che nella lettura di biografie come quelle di Trentin le nuove generazioni di storici politici trovino voglia e coraggio di rappresentare la storia nella sua complessità e non come racconto condizionato dal potere dei media e dell’opinione pubblica corrente e dalla isterica debolezza di un tipo di sinistra istituzionale che si spera avviata ad un definitivo tramonto. (24 agosto 2007)

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